Radici bibliche dell'agire cristiano - Alcuni criteri biblici per la riflessione morale. 2.1 Primo criterio specifico: La convergenza Stampa
Scritto da Marilena   
Domenica 28 Settembre 2014 09:21

Pontificia Commissione Biblica, Bibbia e morale
Radici bibliche dell'agire cristiano


Seconda parte
Alcuni criteri biblici per la riflessione morale


2.1. Primo criterio specifico: La convergenza

105. La Bibbia manifesta in molti punti una convergenza fra la sua morale e le leggi e orientamenti morali dei popoli circostanti. Le stesse questioni morali fondamentali sono state sollevate dalla tradizione biblica e furono trattate da filosofi e moralisti che non avevano accesso alla rivelazione divina e alle soluzioni in essa presentate. Spesso si riscontra pure una convergenza delle risposte che vengono date a tali questioni dentro e fuori della tradizione biblica. Qui si può parlare di saggezza naturale, un valore potenzialmente universale. Il fatto può incoraggiare la Chiesa di oggi ad entrare in dialogo con la cultura moderna e con i sistemi morali di altre religioni o di dottrine filosofiche in una comune ricerca di norme di comportamento nei problemi moderni.




2.1.1. Dati biblici

106. Troviamo testi che mostrano una tale convergenza riguardo ad aspetti della morale sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento. Tali aspetti sono: l’origine del peccato e del male, certe norme per il comportamento umano, considerazioni di sapienza, esortazioni morali e liste di virtù.



a. L’origine del peccato e del male

La fondamentale posizione biblica circa la dignità umana e l’inclinazione umana al peccare viene esposta nei primi capitoli della Genesi. Vengono condivise molte presupposizioni morali dell’ambiente antico-orientale, che si trovano specialmente nel poema epico mesopotamico ‘Enuma Elis’. L’incidenza esercitata da questo poema si manifesta nel numero rilevante di suoi testimoni antichi. Le credenze comuni includono quella che l’universo è stato creato da una divinità personale e che in questo universo gli esseri umani hanno un posto speciale e un rapporto privilegiato con la divinità. In ambedue le letterature la situazione umana è caratterizzata dall’incapacità dell’uomo di comportarsi coerentemente agli ideali accettati, un fatto che causa la morte.

I miti del dramma greco classico sono fortemente consci delle mancanze umane, in cui la tragedia lascia poco spazio a speranza e perdono. Le grandi tragedie classiche descrivono le conseguenze inevitabili e durature di queste mancanze e dell’implacabile vendetta divina. Le stesse convinzioni sono attestate dalle iscrizioni funerarie greche, in cui domina, senza mitigazione, il senso dello scacco e dell’assurdità della vita che è stata vissuta. Ne deriva una analisi della situazione umana pessimista.

Le analisi della natura e condizione umane che sono presenti all’inizio della Bibbia attribuiscono un significato diverso all’esistenza umana. La speranza è rilevante nella concezione biblica della natura umana fallibile, dato che il Dio della rivelazione biblica è un Dio che ama, perdona e si prende cura del mondo creato, e di cui ogni essere umano è l’immagine e il rappresentante. Senza tentare di dissimulare o scusare l’inclinazione umana al peccato, questi capitoli danno un senso positivo alla moralità, a causa della certezza circa l’intervento e il perdono divini.

Benché la concezione ebraica del mondo si esprima in un linguaggio con addebiti mesopotamici, ci sono in particolare due elementi biblici che mancano nei miti mesopotamici. Si tratta della cura divina per l’umanità e della responsabilità umana per la continuità della creazione, responsabilità che si esprime nel compito di Adamo, che è creato ad immagine di Dio. Nella concezione mesopotamica del mondo gli esseri umani hanno il compito di servire al beneplacito degli dèi provvedendoli di sacrifici.



b. Le leggi

107. Anche le leggi dell’Antico Testamento (per es. Es 20-23; Dt 12-26) si trovano nella grande tradizione delle leggi dell’Antico Oriente (per es. Codice di Hammurabi). Specialmente la concordanza di prescrizioni legali individuali è impressionante. La convinzione che legge e giustizia, e soprattutto la protezione del debole, sono indispensabili per ogni vita comunitaria, è alla base dell’alta stima di cui godeva la legge nella cultura dell’Antico Prossimo Oriente.

L’Antico Testamento non si rivolge ai giudici o ai re che devono mantenere e far giungere alla prassi questa giustizia. Suo destinatario è ogni membro del popolo di Dio, che deve riconoscere che il bene comune, praticato in spirito di solidarietà, costituisce il cuore della vita comunitaria. Non si trova niente nella Bibbia che corrisponda a una “Dichiarazione dei Diritti Umani”, perché gli stessi obblighi che vengono espressi in una tale dichiarazione vengono presentati non quali diritti del ricevente ma quali obblighi di colui che agisce. Primario non è tanto il diritto di una persona a un determinato trattamento, bensì il dovere di ogni individuo di trattare gli altri in un modo che renda onore alla dignità umana data loro da Dio, all’infinito valore che compete a ogni persona umana agli occhi di Dio. Le leggi della Bibbia spesso non sono puri regolamenti legali, ma ammonizioni e istruzioni che fanno richieste più grandi di quelle che qualsiasi legge individuale potrebbe mai fare (per es. Es 23,4-5; Dt 21,15-17). Le leggi dell’Antico Testamento si trovano a mezza strada fra giustizia e moralità e sostengono l’intenzione di sviluppare nella persona in rapporto con Dio una coscienza che costituisce la base della vita comunitaria. Preminente, in modo particolare, è l’enfasi della convinzione che la dignità e l’indipendenza dell’individuo davanti a Dio non devono essere diminuite da nessuna schiavitù umana (Es 22,20-22; 23,11-12). Similmente importante, e forse più importante che non nei codici legali dell’Antico Prossimo Oriente, è la premura per il povero e il debole. Ambedue, sia la Legge sia il messaggio dei profeti, insistono nel dire che i loro interessi devono essere protetti; il membro vulnerabile del popolo deve essere trattato non solo con giustizia ma con la stessa generosità che Dio ha mostrato nei confronti di Israele in Egitto.



c. La sapienza

108. Nel periodo ellenistico l’insegnamento morale biblico è aperto a imparare dal mondo circostante, in particolare dall’insegnamento in proverbi e dal movimento della sapienza che fu sviluppato specialmente in Egitto. Alcune collezioni bibliche di proverbi mostrano uno stretto rapporto con la sapienza di Amenemope e Ptah-Hotep, specialmente in materia di rispetto e protezione per il debole e il vulnerabile (cf. Prv 22,17-24). Tuttavia, benché sembri che le conclusioni vengano ottenute dal ragionare umano, Israele è fortemente conscio che l’origine di ogni sapienza è Dio (Gb 28; Sir 24). Ben Sira, in specie, ottiene una integrazione della Torah con la sapienza umana, perché lo scriba “farà brillare la dottrina del suo insegnamento, si vanterà della legge dell’alleanza del Signore” (Sir 39,8). Anche Israele non è esente dalla delusione e dalla messa in questione delle soluzioni convenzionali di problemi come la prosperità del malvagio e la finalità della morte, che sono caratteristiche dell’era ellenistica (Giobbe; Qo 3,18-22).



d. Paolo e i filosofi del suo ambiente

109. Il valore della legge naturale, o piuttosto della capacità della coscienza umana di distinguere ciò che dovrebbe essere fatto e ciò che non dovrebbe essere fatto, viene esplicitamente riconosciuto e apprezzato in Rm 2,14-15. Perciò non è sorprendente il fatto che il corpus paolino, nonostante il giudizio negativo sulla morale pagana (per es. Ef 4,17-32), integra nel suo insegnamento alcuni ‘topoi’ (principi ricorrenti) comuni tra i filosofi e i maestri di morale contemporanei. Il più noto di questi ‘topoi’, preso originariamente dalla ‘Medea’ di Euripide, occorre in Rm 7,16-24. Ha paralleli stretti in Ovidio, Metamorfosi, 7,20-21 e (un po’ posteriore a Paolo) in Epitteto (Colloqui 2,17-19) e riguarda la schiavitù degli esseri umani nei confronti delle loro abitudini e passioni e la loro mancanza di vera libertà.

Inoltre, un certo numero di principi e esortazioni di Paolo rassomiglia ai consigli positivi e negativi delle scuole filosofiche contemporanee del mondo greco. Le somiglianze letterali indicano un prestito letterario, rigorosamente dimostrato per Gal 6,1-10, ma lo stesso  vale per alcuni altri passi paolini (per es. 1 Cor 5,1). Benché non si possa parlare di Paolo plagiario o di sua appartenenza a una scuola filosofica, molte delle sue posizioni ed esortazioni sono vicine a quelle della Stoa. Come i filosofi del suo tempo (specialmente gli stoici) Paolo insegna che il comportamento morale ha bisogno della libertà dalle passioni. La lotta contro le passioni non è affatto un tema inventato dal Nuovo Testamento o da Paolo, ma costituisce un ‘topos’ dell’insegnamento morale contemporaneo. In modo simile il discorso sull’Areopago in At 17,22-31 presenta Paolo che utilizza liberamente idee stoiche o comunque della filosofia popolare greca, citando il poeta cilicio Arato per mostrare che Dio è vicino agli esseri umani. Lo stesso vale per  le lettere paoline, che contengono intere liste di virtù riconosciute e lodate nel mondo circostante, liste che hanno il loro equivalente presso i moralisti contemporanei ed elencano semplicità, moderazione, giustizia, pazienza, perseveranza, rispetto, onestà.

L’originalità di Paolo consiste nella affermazione che solo lo Spirito può venire ad aiutarci nella nostra debolezza (Rm 8,3-4.26). Benché per lui esistano dei punti fermi della morale, necessari per chi vuol entrare nel regno di Dio (cf. Rm 1,18-32; 1 Cor 5,11; 6,9-10; Gal 5,19-21), Paolo intende che non è necessario un codice esterno per quelli che ottengono il frutto dello Spirito, radicalmente contrario alle opere della carne (Gal 5,16-18). Il cristiano la cui vita con Cristo è nascosta in Dio (Col 3,3; cf. Fil 2,5) viene guidato dallo Spirito: “Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito” (Gal 5,25; Rm 8,14). Anche la guida data da Paolo viene percepita come proveniente dallo Spirito: “Credo infatti di avere anch’io lo Spirito di Dio” (1 Cor 7,40; cf. 7,25).

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 27 Febbraio 2019 08:21