Archivio

Newsletter di A.C.V.

Qui puoi iscriverti alla nostra newsletter!
Newsletter A.C.V.


Ricevi HTML?

Suor Chiara l'ultima eremita PDF Stampa E-mail
Scritto da Annalisa   
Sabato 06 Aprile 2013 08:45

Suor Chiara l'ultima eremita

Superato il valico di Viamaggio, in una zona ricca di anfratti naturali e sorgenti, a strapiombo sulla costa montuosa di un'altura si affaccia l'eremo di Cerbaiolo. Sorto come monastero benedettino nell'VIII secolo, dal 1216, anno in cui viene donato a san Francesco, è abitato dai Francescani finché nel 1783 diviene parrocchia. Dalle origini al 1520 ha fatto parte della diocesi di Città di Castello, nel 1520 è entrato a far parte di quella di Sansepolcro. Non è certo se abbia ospitato o no il Poverello, sicuramente vi ha sostato sant'Antonio, del quale ancora oggi si indica il luogo dove pregava. Sempre al santo padovano sono dedicate la chiesa, con portali settecenteschi e tre altari rinascimentali in pietra, e la cappella, edificio a torre del 1716 con il fianco occidentale poggiante sulla nuda roccia. Chi già lo conosce, ma in particolare chi vi arriva per la prima volta, non può restare indifferente al senso di pace e armonia dell'insieme. Ma oltre a questo, una delle particolarità di questo luogo era la presenza di una figura singolare e indimenticabile: un'anziana monaca, pastora, eremita, uno dei pochi casi nel nostro paese, forse l'unico. Dico era perché Chiara, Suor Chiara Barboni, il 29 aprile 2010 è deceduta, ma gran parte dei sui 86 anni sono stati vissuti e legati a questo luogo.

 


Durante l'ultimo conflitto l'Eremo di Cerbaiolo, a causa della sua posizione strategica, fu distrutto dalle truppe tedesche in ritirata. Come spesso ricordava Chiara, il suo primo incontro con le rovine dell'eremo e la rupe avvenne in una piovosissima giornata di febbraio del 1966. In un contesto che avrebbe sfiduciato e avvilito chiunque, trovò l'ispirazione e la forza per impegnarsi in un'impresa grande e apparentemente impossibile. La conseguente ricostruzione e rinascita dell'eremo è stato sopratutto il frutto della forte volontà e lavoro concreto di questa piccola grande donna. In lei non vi era nulla di curiale, mellifluo, ne tanto meno, pur essendo suora, la difesa e l'ostentazione derivante dall'indossare un abito monastico. Con i suoi stivali e maglioni infeltriti, ti accoglieva porgendo la sua mano ruvida con lo sguardo e i modi semplici e diretti di una nonna contadina, scorza di un'umanità austera e una spiritualità profonda. Ricordava certe figure e storie di santi popolari, vicini a pastori e contadini che operavano piccoli miracoli, alla buona però concreti, proteggendo i raccolti, curando e ammansendo animali, dialogando con la natura. La cucina dell'eremo, una stanza con un grande camino, spesso si trasformava in una succursale dell'arca di Noè dove scorazzavano i suoi gatti, cani e capre che scherzosamente chiamava bambine. In una recente intervista ricordava un episodio remoto di quando le venne chiesto, giovanissima, sedicenne, di sintetizzare in un biglietto i suoi desideri futuri, scrisse: Vorrei vivere in un luogo solitario, ma non chiuso, senza altra regola che non quella di amare il Signore in tutte le cose. A commento di quella lontana vocazione aggiungeva con pacata dolcezza Quello che mi trovo a fare adesso, pari, pari.

In questa intervista Suor Chiara si racconta: "La mia storia parte indubbiamente dalla fede; solo che questa decisione non è maturata tutta in una volta, ma negli anni. Mi posso ricordare che già quando avevo 15 o 16 anni, invidiavo Garibaldi, che era andato con una capra in Sardegna, a Caprera, e dicevo: ‘O potessi andare anch’io un giorno con una capra sul monte!” Non è che conoscevo bene le capre, però mi hanno dato subito una certa simpatia e attrazione - quindi, qui, sulla terra per me vivere con le capre è come vivere con le sorelle con le quali c’è una grande intesa.

Sono nata a Porto Corsini di Ravenna, nel 1925, in febbraio, quindi sono pochi giorni che ho compiuto gli anni (l’intervista è stata realizzata il 12 febbraio 2009) e la mamma diceva che era una bella giornata di sole quando sono nata; naturalmente in quei tempi non si andava nei ricoveri o negli ospedali per il parto, quindi sono nata in casa, dove sono rimasta per una ventina di anni. La mamma era molto devota alla Madonna. La semplicità, la famiglia, la rettitudine, l’onestà: questi valori la mamma poi li ha sempre tenuti alti. Era una donna molto coraggiosa. Siamo tre fratelli: io sono la seconda, prima il mio fratello, poi io, e poi c’è una terza sorella - anche quella è andata sulla strada che ho preso io - lei è a Firenze, in una fondazione, in un istituto secolare. La forma della nostra vita è secolare. Il babbo era molto dolce. Devo dire che la mamma era severa anche per il babbo, perché il babbo non aveva autorità, mi lasciava fare, addirittura anche la barba, io ero bambina, piccola, i baffi li rovinavo, ma lui lasciava fare. Gli animali mi piacevano fin da bambina! Il babbo una volta venne a casa, mise le mani in tasca e tirò fuori un piccolo cagnolino... così. Aveva pochissimi giorni, questo cane, allora è stato il mio preferito, ci facevamo i dispetti: Io alla sera, prima di cena, preparavo tutto perché fosse pronto per la famiglia, e poi, mentre gli altri cominciavano a cenare io innaffiavo il giardino, il cane non mi lasciava e mi faceva i dispetti, e io lo mandavo via. Una sera, finito tutto, lui è venuto sulla porta, e aveva un garofano in bocca, per dispetto! Questo era il nostro rapporto.

Dopo la quinta, la mamma ha detto: ”C’è bisogno di te!” E allora per un anno, dopo la quinta, sono stata a casa; ma poi, prima che cominciasse l’anno successivo, andai da un insegnante e dissi: “È un anno che non vado a scuola potrei tornare?” “Ma certo, che potresti tornare!” Ho fatto tutto senza che la mamma lo sapesse. (ride) Dopo la quinta, proprio la mamma ha tanto pregato le autorità scolastiche, perché mettessero un'altra scuola, una scuola con dei corsi artigianali, lì che eravamo al mare. Allora avevano inventato di fare una scuola triennale per i ragazzi che volevano incominciare la strada marinara, una scuola di tipo marinaro. Avevo sofferto troppo in quell’anno; e quindi, ho fatto quei tre anni di scuola marinara, si studiavano le barche! Dopo però ho frequentato poco, perché da Ravenna a Marina ci sono undici chilometri; la scuola era pomeridiana, e d’inverno si andava a casa che era buio; allora, per un periodo, andavo e venivo in bicicletta, però più di venti chilometri non si poteva - e allora ho dovuto lasciarla, perché mi ero anche ammalata. Ho dovuto interrompere la scuola, però dopo l’ho ripresa e ho preso il diploma di infermiera, e poi, con questo, ho potuto esercitare anche in ospedale, come crocerossina”.

Non ho vissuto molto la guerra, perché poco dopo che era scoppiata e anche l’Italia ha aderito, io sono andata in una struttura, non stavo tanto bene, allora dai mari andavo ai monti, in una struttura presso le suore. Poi la malattia è ingigantita, si è fatta terribile, e io sono rimasta lì, la mamma è venuta qualche volta. Forse lì mi sono sentita più separata dalle cose comuni e mie, più isolata, e quindi ho maturato di più, ho maturato meglio, ho maturato con serenità anche la mia donazione al Signore.
Non che soffrissi di qualche nostalgia, per niente, per niente, era tutto una scoperta. Ero in Emilia, in Provincia di Modena, in una zona collinare montuosa, molto bella, e c’era una piccola cappella in un podere, dedicata alla Madonna; io, da dove stavo, facevo il percorso la notte, per andare a pregare là in quella cappella - avevo proprio un bisogno di solitudine, dovevo assecondarlo.

Ho aderito a questa richiesta della vita, anche se non avrei voluto, avrei voluto ritirarmi, ma tutto mi portava a fare una vita semplice, assecondando le richieste della vita, facendo opere buone, ma poi, a un certo punto, è sorto anche il desiderio della clausura. Con poco più di vent’anni lo sentivo, e andando in pellegrinaggio con delle amiche, a San Giovanni Rotondo, da Padre Pio, lui vivente, ne ho approfittato e dopo la confessione, ho chiesto: “Padre, io vorrei ritirarmi, Lei, che ne pensa?” - “No no no no, figliola! Il mondo ha bisogno di persone come voi. Non dovete ritirarvi!”. Io sono rimasta perplessa e ho pensato molto; questo succedeva in agosto. In novembre sono andata all’Eremo delle Carceri in Assisi, e così ho chiesto al padre - senza dire niente di Padre Pio, non gli ho detto, che avevo già una risposta -, e lui disse: ”Ah, io non voglio essere né benedetto né maledetto - se vuole, domani Le do un biglietto, Lei va da un mio confratello, a San Damiano, e lui Le dirà quello che deve fare. Poi, la mattina dopo, dopo la Messa, viene al banco, e mi chiede: “Vuole il biglietto?” Io ho detto: “No, padre, se si sente Lei di dirmi quello che devo fare”. Allora lui aggiunge: “Venga qua!” E siamo tornati al confessionale e mi dice: “Io ho pregato ieri andando ad Assisi, ho pregato ora, durante la Santa Messa, e ho capito che Lei non deve ritirarsi.” Queste erano le sue esatte parole! “Il mondo ha bisogno di persone come Lei.” Lui diceva “Lei”, Padre Pio diceva “Voi”: “Il mondo ha bisogno di persone come Lei, non deve ritirarsi.”

Dopo, appunto quel padre, con alcune terziane e francescane, ha istituito l’istituto che ancora vive e al quale appartengo: Piccola fraternità francescana di Santa Elisabetta di Ungheria. La sede è a Firenze perché nacque da queste prime sorelle il desiderio di far sorgere una casa dove potersi trovare e io, quando ho aderito, vivevo già questa cosa; una terziaria di Ravenna me ne parlò, perché veniva come, diciamo, come conferenziera di Azione Cattolica nella nostra parrocchia e lei era incuriosita dal fatto che noi eravamo sole, tre, eravamo tre a quel tempo e tutte dedite. La nostra era una bella casa, che avevamo trovato vicino al mare, in pineta, nella pineta c’era un parco con animali, bello… con tutti i doni di Dio - ci ha messo proprio come avevamo bisogno di stare. Siccome avevamo anche la scuola materna, c’è stato molto da fare, perché la mensa, i bambini, e poi l’estate, durante le vacanze, prendevamo le famiglie con i bambini al mare - la responsabilità per quel tipo di attività era mia. Ricordo che andavo a Ravenna, al mattino presto, per fare la spesa, tornavo, mi mettevo a preparare il pranzo, però quello che posso dire che ho fatto tutto con tanto piacere.

Questo mi ha resa più tranquilla, perché è stata una conferma, sono andata avanti senza pensare ad altre vie; ero disposta a farla in mezzo al mondo, questa vita, però nel mio cuore c’era il desiderio di un luogo solitario dove poter andare almeno una volta ogni tanto e stare 15 o 20 giorni per isolarmi un pò. Si; ho cercato, sono andata a vedere un luogo, non mi ha detto niente e poi ho progettato una visita qui, perché un padre mi disse: “Io conosco un luogo abbandonato, è Cerbaiolo, che la Soprintendenza dei Monumenti dice a noi di prenderlo, ma come facciamo che diamo via i nostri, non sono più abbastanza i frati per popolarla.” -  “Ma Lei l’ha visto, padre?” No, e allora ci siamo messi d’accordo per il 18 febbraio del 66. Sono venuta qui, ci siamo incontrati. Io andai a Sansepolcro, ci siamo trovati al pullman, con quale io ero arrivata, e poi abbiamo preso la strada chiedendo, perché anche loro non la sapevano, e siamo arrivati qui. Lì a quel ponticello, dove c’ è il cimiterino, pioveva, loro avevano un ombrello, io non avevo niente, solo il capotto, ma quando ho visto questi avanzi di strutture, mi sono messa a correre per quella salita, in un baleno sono arrivata qui in mezzo alle macerie, e ho dovuto piangere, piangere, perché finalmente sentivo di averlo trovato. Si. Non ho avuto mai, mai, nessun dubbio. Il Signore mi ha dato prova che io avevo capito bene.

Sono contenta di aver potuto dare una mano e anche di viverci; tutto sommato sono 43 anni, ma sono passati, che non me ne sono accorta… sembra ieri, ma davvero... ma davvero... Io mi vedo ancora la prima volta in quella salita, con i frati sotto l’ombrello alle spalle, io ho volato e non me ne sono accorta. Adesso quando vedo questa salita, ultima mi chiedo: come ho fatto a farla di corsa e non accorgermene? Io che avevo vissuto sempre nel piano? Ah, no no, e poi – Dio mi ha dato una mano e mi ha anche tranquillizzato e assicurato che io avrei potuto sognare un ripristino; ci son voluti due anni, per chiarire tutto e sbrogliare tutto. Ricordo sempre la mia prima notte qui, quella notte, un concerto di uccelli, laggiù alla cappella di S.Antonio. Andai là a dormire su una panchetta che tengo qui, perché non la voglio dimenticare, perché adesso ci sono delle panche lì - ma i gatti vanno a farsi le unghie. È stato una meraviglia, perché poi mi svegliavano gli uccelli! Sono al cento per cento entusiasta, come fosse il primo giorno! Suor Chiara è morta nell’aprile del 2010 e attualmente l’eremo è gestito da frate Francesco che offre la sua ospitalità a quanti desiderano trascorrere alcuni giorni a più stretto contatto con Dio [1].


[1] La Curia Vescovile di S. Sepolcro (Ar), a cui sono state chieste informazioni per la pubblicazione di questo articolo, ha confermato che Suor Chiara era una persona consacrata, che frequentava tutti i giorni la chiesa e la S. Messa.

 

Ultimo aggiornamento Sabato 06 Aprile 2013 09:20
 
maria8_2.jpg

Il Santo del giorno

Santo del giorno

san francesco d'assisi pastore e martire