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Meno foreste e più pascoli non frenano la fame nel mondo. Anzi. PDF Stampa E-mail
Scritto da Annalisa   
Giovedì 20 Marzo 2014 09:01

Meno foreste e più pascoli non frenano la fame nel mondo. Anzi.

Venerdì sarà la Giornata internazionale delle foreste, un appuntamento che in tutto il mondo punta ad accendere i riflettori sull’importanza della conservazione dell’ambiente e della biodiversità. Molte le iniziative previste per sottolineare la ricorrenza. Anche l’Enpa, l’Ente nazionale per la protezione degli animali,  vi prenderà parte e lo farà puntando il dito contro la proliferazione del cemento e degli allevamenti intensivi.


«Ogni minuto il mondo perde una superficie forestale pari a ben 50 campi da calcio. Soltanto in Italia vengono consumati 8 metri quadrati di terreno al secondo – spiega l’Enpa –. Questo da la misura di quanto sia diventato preoccupante il fenomeno della perdita di biodiversità, sacrificata in nome di interessi economici sempre più distruttivi e pervasivi che, in Cina come in Brasile, in India come in Africa, hanno causato la devastazione di ecosistemi preziosissimi, scomparsi una volta per tutte».

Non è solo questione di pomoni verdi che scompaiono. La deforestazione è strettamente connessa con l’urbanizzazione dei territori, con i disboscamenti finalizzati alla produzione di legname ma anche alla creazione di un numero sempre maggiore di spazi per l’allevamento intensivo. L’Enpa cita dati che parlano del 26% della superficie terrestre ormai occupato stabilmente dagli allevamenti. In Amazzonia, per esempio, l’88% dei terreni disboscati è destinato al pascolo e percentuali non molto più basse, attorno al 70%, sono quelle che riguardano Paesi come Panama o Costa Rica. Eppure un numero maggiore di ettari destinati all’allevamento non significano un miglioramento delle condizioni alimentari su scala globale.

«Secondo dati Fao – fa notare ancora l’associazione  -, per produrre un chilo di carne occorrono più di 16 chili di foraggi per e circa 15 mila litri di acqua; per ottenere la stessa quantità di grano, ne servono invece appena 2 mila. In altri termini, se le risorse necessarie alla produzione di carne fossero investite per l’agricoltura, probabilmente la fame sarebbe solo un ricordo, mentre oggi solo il 20% della popolazione può nutrirsi in modo adeguato». Il sistema degli allevamenti intensivi è finalizzato a rifornire essenzialmente la parte ricca del pianeta, ovvero i Paesi occidentali e quelli più ricchi delle altre aree del mondo. Ma nessun beneficio arriva alle popolazioni alle prese con la malnutrizione. E nemmeno potrebbe essere diversamente: garantire alla parte ricca del mondo la possibilità di consumare carne a volontà e a basso costo – la logica del fast food insomma – è qualcosa che diventa possibile solo se gran parte della popolazione mondiale resta esclusa dal gioco. In caso contrario le risorse, già oggi sempre più precarie, sarebbero insufficienti.

L’impatto sull‘inquinamento non è meno pesante. Ogni anno gli allevamenti producono oltre 1500 miliardi di tonnellate di deiezioni, alle quali è imputabile l’emissione del 18% dei gas serra (gli autoveicoli ne producono il 14%).  A questo bisogna poi aggiungere l’impatto inquinante dei reflui zootecnici, dannosissimi per il mare e per le falde acquifere.
«Se vogliamo assicurare un futuro ai nostri figli – conclude la Protezione Animali – è necessario che ciascuno si assuma le proprie responsabilità fermando il cemento selvaggio ed abbracciando la scelta vegana o vegetariana, vantaggiosa per il pianeta e per la nostra salute. Di tempo per intervenire né è rimasto poco».


Corriere.it

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 20 Marzo 2014 09:09
 
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