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Allevamenti intensivi PDF Stampa E-mail
Scritto da Enrico Moriconi   
Martedì 03 Luglio 2012 10:57

Allevamenti intensivi: conseguenze ambientali, sociali, sanitarie e per gli animali

A cura di Enrico Moriconi

Allevamenti e conseguenze in generale


Le trasformazioni avvenute nel secolo passato, nell’ambito delle attività produttive, zootecnia compresa, sono state enormi. Si è passati da un società prevalentemente contadina ad una società industriale. Vi è stata una forte avanzata del benessere delle popolazioni occidentali nel dopoguerra  e anche  la zootecnia ha dovuto adattarsi. Per rispondere alla crescita della domanda di prodotti  derivati dagli animali si sono adottate tipologie produttive tipiche dell’attività industriale: strategie di sfruttamento degli animali sempre più elevate ed utilizzo del modello dell’allevamento intensivo quale unica possibilità per produrre elevati quantitativi di derrate alimentari, riducendo i costi. Gli allevatori hanno  modificato il loro naturale rapporto con il contesto ambientale e inseguendo le logiche del profitto hanno sfruttato gli animali a livelli antifisiologici. Questo modello di sviluppo agricolo tumultuoso ha cambiato il territorio, imponendo le coltivazioni monocolturali in pianura padana, trasformando il territorio in un immenso campo di mais necessario per l’alimentazione di animali. Le aziende  per sopravvivere  alla competizione di mercato si sono trasformate, aumentando il numero di animali e industrializzando l'allevamento. Gli investimenti nelle strutture, nei macchinari più moderni, nella genetica per produrre di più con un numero eguale di animali, hanno dovuto essere comunque supportate da sostegni  comunitari rilevanti, per produrre carne e latte che vedevano diminuire il prezzo alla stalla mentre aumentavano i costi.

 

 

Sulla spinta di queste fattori sono diminuite o sparite le piccole aziende per lasciare il posto a strutture di capacità sempre maggiore. In questo contesto si è perduta la cultura contadina che utilizzava l’animale per un ciclo vitale più lungo, talvolta fin quasi alla fine della vita biologica, accompagnato sovente dall’utilizzo quotidiano degli animali per il lavoro, insostituibile nell'economia aziendale. L'intesivizzazione tanto dell'agricoltura come della zootecnia è stata vista inizialmente come una rivoluzione utile, e solo in seguito si è constatato che poneva delle criticità. Già negli anni ottanta però si erano sollevate le voci che analizzavano il sistema degli allevamenti industrializzati sottolineandone le negatività.

Alle voci indipendenti, e non schierate aprioristicamente, che negli anni avevano richiamato l'attenzione sulla diverse conseguenze ambientali connesse agli allevamenti intensivi si sono poi aggiunte le posizioni ufficiali. Ad esempio un articolo pubblicato su “La Repubblica” del 28 gennaio 2003 riassumeva efficacemente il problema: “La bistecca fa male alla Terra l'effetto serra ci cambia la dieta" di Mark Bittman (28 gennaio 2003, New York). Queste vere e proprie catene di montaggio della carne, che partono dalle fattorie, consumano quantità smisurate di energia, inquinano l'acqua e i pozzi, generano significative quantità di gas serra, e richiedono sempre più montagne di mais, soia e altri cereali, un fatto che ha portato alla distruzione di vaste aree delle foreste pluviali tropicali”.

In seguito anche la FAO ha focalizzato il tema con il documento Livestock's Long Shadow del 2006. Oggi le disamine oggettive della zootecnia industriale non possono negare che essa rappresenti un problema ambientale, sociale e per la stessa salute delle persone; però non si può ugualmente tacere che i primi soggetti a subirne le criticità sono proprio gli animali.

Allevamenti intensivi e benessere degli animali
In Europa, a far data dalla metà degli anni settanta del millenovecento è nata una legislazione che mirava a tutelare il benessere degli animali nelle diverse condizioni di allevamento. Al momento sono state emanate norme relative a polli e galline, suini, vitelli da ingrasso a carne bianca, mentre mancano ancora le bovine in riproduzione, conigli e altre specie, quali i cavalli. Esiste anche una Direttiva che riguarda in modo generale qualunque animale allevato, recepita in Italia con il d.leg.vo 146/2001  che però produce poche ricadute all'atto pratico. Si deve ancora citare la legge 189/04, che sanziona penalmente le casistiche di maltrattamento animale. Una precisazione va fatta prima di addentrarsi nell'esame, per quanto rapido, delle diverse condizioni di vita degli animali.

La legislazione ricorda giustamente nella sua titolazione che ci si pone il problema del “benessere” degli animali e non della tutela dei diritti. Pertanto le leggi si prefiggono lo scopo di normare condizioni di vita degli animali che diano origine al minor malessere possibile, o al maggior benessere, condizionatamente però al fatto che dev'essere tutelato l'interesse economico umano del loro allevamento-sfruttamento. In altre parole il benessere va contemperato con le esigenze dell'allevamento: se questo richiede dei sacrifici agli animali è ovvio che la condizione rientra in quel ambito di “sofferenze utili” che sono tollerate dalla società in contrapposizione a quelle inutili che infatti rendono punibili coloro che le infliggono.

Ben diverso è il caso dei diritti degli animali perché il principio del diritto alla vita e alla non sofferenza è evidente che farebbe crollare tutto il sistema attuale di rapporto con gli animali in quanto dall'alimentazione al vestiario allo stesso divertimento molte scelte di vita non sarebbero più possibili. Invece il principio della tutela del benessere porta alla emanazione di leggi come quella sul benessere degli animali da esperimento o della macellazione che, a  prima vista, potrebbero apparire delle contraddizioni. Al momento appare utopico proporre una legislazione basata sui diritti in quanto la sensibilità sociale non è ancora pronta ad una tale rivoluzione.

Per svolgere una sia pur breve analisi dei sistemi di allevamento industriale, è indispensabile definire il concetto di benessere che viene formulato come “lo stato di completa sanità fisica e mentale che consente all'animale di stare in equilibrio con il suo ambiente”. Poiché negli allevamenti è cura dei conduttori badare alla salute degli animali, è evidente che il ruolo dell'ambiente è quello che viene posto sotto esame e che di fatto è oggetto delle varie norme legislative in materia.

Infatti se l'ambiente, si direbbe inevitabilmente, non è quello naturale nel quale gli animali si sono sviluppati nel corso dei millenni, nel momento in cui cambiano gli elementi ambientali devono cercare di adattarsi. L'adattamento porta a quello stato che è definito come “stress” e che di per sé non è sintomo di negatività. Infatti se le negatività ambientali sono controllabili da parte dell'organismo lo stress viene superato e non vi sono conseguenze critiche; al contrario se le negatività non sono superabili lo stress diventa cronico (o distress in termine anglosassone) che provoca delle modificazione all'omeostasi e subentra una condizione di sofferenza.

Quindi per valutare le possibili conseguenze per gli animali occorre verificare se le condizioni di mantenimento possono indurre uno stato di stress e possibilmente di che livello. Oltre agli indicatori che rilevano la condizione vitale dalle conseguenze indotte, elencati come indicatori fisiologici, produttivi, patologici ed etologi, per un'analisi a priori sono state elaborate le cinque libertà, che sono state così definite: libertà dalla fame e dalla sete e dalla cattiva nutrizione;  libertà dal disagio ( con un ambiente adeguato); libertà dalle ingiurie (con diagnosi precoci e terapie tempestive); libertà di esprimere un comportamento specie specifico naturale; libertà dalla paura e dall'angoscia.

Come si vede rappresentano una sintesi dei bisogni essenziali degli animali in condizioni di confinamento. Esse possono essere interpretate applicativamente in maniera diversa; si può puntare ad una loro completa osservazione oppure alla loro applicazione relativamente alle esigenze del sistema dell'allevamento intensivo.

Nel primo caso si avrebbe una visione sovrapponibile al principio diritti animali e nessun allevamento sarebbe possibile nella seconda ipotesi l'approccio è welfarista o di difesa del benessere e l'obiettivo è garantire livelli di vita degli animali non troppo punitivi però senza metter in crisi la zootecnia intensiva. Se si analizzano gli allevamenti intensivi è inevitabile che la prima ipotesi non è realistica e ci si deve basare su di un approccio basato sul principio della tutela del benessere.

Negli allevamenti intensivi, di qualunque specie si tratti è evidente che il pieno rispetto delle cinque libertà non è possibile perché sarebbe inconciliabile con il confinamento stretto cui sono sottoposti. Negli allevamenti intensivi si calcola che viva il 40 % del pollame, il 50% dei suini,  43% dei bovini e il 68 % delle galline ovaiole (State of the Word, 2006).  Anche la grande fame di proteine animali ne è responsabile: nel mondo i consumi di carne, nel 2008,  ammontavano, in milioni di tonnellate, 280 in totale, di cui 101 di carne di maiale, 93 di pollame, 65 di bovini, 21 di altre carni e 59 di uova.

Pure le quantità di pesce sono enormi, 157 milioni tonnellate (2008) di cui quasi la metà di allevamento, ma ciononostante circa l'80% degli stock ittici è esaurito. E le previsioni sono ancora più preoccupanti, si stima che la quantità arriverà al 460 milioni di tonnellate nel 2050.

La situazione di allevamento delle diverse specie
Allevamenti di bovini da ingrasso fino a sei mesi. In seguito ad una Direttiva Europea, dal 1° gennaio 2004 i vitelli da ingrasso devono essere stabbiati in stalli individuali di almeno 85 centimetri di larghezza o in box di 1,5 metri quadri per individuo. Insieme all'alimentazione prevalentemente lattea si deve fornire una quota di paglia o fieno per attivare il rumine. Le negatività sono dovute al fatto che la loro carne si deve mantenere pallida, cioè anemica, per cui devono muoversi poco, alimentarsi con poco fieno. Anche se la situazione è leggermente migliorata rispetto alle regole precedenti, in cui il movimento era veramente impossibile, permane il fatto che la possibilità di muoversi è minima, l'anemia predispone ad minor resistenza alle patologie, e quindi vengono aiutati con antibiotici. Le condizioni igieniche sono il più delle volte deficitarie, con forte presenza di feci e urine nell'ambiente o nei vasconi di raccolta sottostanti al pavimento. Il ristagno delle deiezioni favorisce la proliferazione delle mosche, il cui continuo posarsi  induce un forte stress negli animali. Si deve anche valutare che i gruppi di tre o quattro individui sono  formati in maniera casuale per cui la convivenza non sempre è positiva.

Nell'insieme la condizione di allevamento induce stress e quindi di malessere.

I vitelloni da ingrasso vivono tra diciotto e ventiquattro mesi. I box non sono certo commisurati alle capacità di movimento degli animali, costretti in una situazione di estremo affollamento, con molti individui stipati in uno spazio che diviene ristretto. La tipologia del pavimento è spesso negativa, sovente realizzata con cemento fessurato non certo simile alle condizioni naturali e poco gradito agli animali per riposarvi; la stessa alimentazione, a base di cereali, è innaturale.

Anche le vacche da latte non vivono in condizioni etologicamente corrette. Hanno un po’ di spazio a disposizione, in quanto le strutture più recenti prevedono la stabulazione libera, ma le dimensioni dell'ambiente sono comunque limitate. L’alimentazione è forzata e innaturale e per avere rendite produttive lo sfruttamento è molto intenso, arrivando fino ad una mungitura di tre volte al giorno. La struttura anatomica è condizionata alle esigenze industriali: il corpo è magrissimo, con muscoli ipotonici mentre le mammelle sono ipertrofiche e sproporzionate, sovente gonfie oltre misura e dolenti, quasi di inciampo al coricarsi quando piene di latte. Lo stato di stress che ne deriva è valutabile dal fatto che la loro vita attualmente si aggira intorno ai 5 - massimo 7 anni - rispetto ai 40 possibili in natura.

Per i suini vigono le norme sancite dal Decreto Legislativo 20 febbraio 2004, n. 53, recepimento di una direttiva europea, il quale modifica alcuni articoli ed entrerà in vigore da subito per le strutture nuove, per quelle esistenti dal 1 gennaio 2013.

Le scrofe sono allevate per circa 2 anni mentre in natura vivrebbero molto di più, fino a 18 anni, e passano attraverso situazioni variamente differenziate. I primi mesi successivi alla nascita vivono in box; dopo l’accoppiamento, oggi sempre più sostituito dalla fecondazione artificiale,  vengono trasferite in piccole gabbie di sbarre di ferro che le fasciano totalmente e impediscono ogni movimento, anche quello semplice di girarsi su se stesse. In seguito sono trasferite in box dove aspettano che si completi il ciclo della gravidanza. Pochi giorni prima della presunta nascita della prole, sono trasferite nelle sale parto, nuovamente in piccole gabbie con uno ridotto spazio laterale destinato ai piccoli. Dopo circa 40 - 50 giorni, i piccoli sono trasferiti in altri box e le scrofe ricominciano il ciclo, dopo essere state ingravidate. Durante la vita riproduttiva  partoriscono circa 3 – 4 volte. Fino a poco tempo fa era possibile mantenere legate a catena le scrofe, in alternativa alla gabbie. Ora questo sistema è stato vietato. Ma i momenti in cui sono costrette  a vivere nelle gabbie strettissime, che le fasciano su tutto il corpo, sono ugualmente limitanti e producono sicuramente sofferenza.

I suini all’ingrasso, all’età di circa tre mesi, vengono trasferiti nei box dove concluderanno il loro ciclo vitale, per circa altri sei mesi. Il tempo può variare a seconda del peso che si intende far raggiungere, più è alto, più è lunga la permanenza. I box sono in grado di ospitare dai 10 ai 15 e anche più soggetti, a seconda delle dimensioni; solitamente sono costruiti completamente in cemento, pavimento compreso, ambiente assolutamente innaturale. I maiali in natura grufolano, bisogno chiaramente insoddisfatto nei moderni capannoni industriali. Il fatto è tanto più grave d’estate, quando per il caldo gli animali in natura scaverebbero buche nel terreno alla ricerca dell’umidità. D'estate, nei box di cemento, gli animali evitano la zona di defecazione fessurata per permettere il percolamento nella vasca di raccolta sottostante, ed espletano i bisogni di urina e feci sulla superficie tamponata di cemento. Qui si costituisce una specie di pantano nel quale essi, nelle giornate più calde, si rotolano, ripetendo il gesto atavico di cospargersi di fango per attutire il calore con l’evaporazione del liquido. La soluzione odierna, ancorché “antigienica” a prima vista,  è l'unica risposta utile per alleviare la loro situazione. In alcune stalle si sta diffondendo l’uso della paglia per formare una lettiera; ciò appare di maggiore conforto per gli  animali, anche se permane il problema della stagione estiva, durante la quale il comportamento sarà simile a quello descritto in precedenza, però la paglia facilita lo scavare.

Un altro fattore di sofferenza è la castrazione dei suinetti lattanti; l'operazione sarebbe necessaria in quanto, per raggiungere il peso necessario alla preparazione dei prosciutti crudi tipici italiani, non possono essere macellati prima della maturità sessuale che conferisce cattivi odori alle carni. In Italia è soprattutto sviluppata questa sensibilità nei consumatori. La castrazione è stata definita una pratica di “vivisezione”, anche perché l'obbligo dell'anestesia non viene rispettato anche per motivi di costi; dopo aver molto discusso, in Europa sembra prevalere l'imposizione, a partire dal 2018, del divieto di castrazione dei suinetti, per cui il prosciutto italiano si farà probabilmente solo più con le cosce dei suini femmina. Un ulteriore aspetto di negatività sono le pessime condizioni climatiche nei capannoni, con un eccesso di ammoniaca e degli altri gas originantesi feci e dalle urine in fermentazione nei vasconi di raccolta. Il gas in forte concentrazione è irritante per le mucose delle vie respiratorie per cui ne deriva sofferenza e fastidio, quando non predisposizione a forme polmonari o bronchiali più gravi.

Animali da “batteria”, galline e conigli. Le galline dal 1° gennaio 2012 devono essere allevate in gabbie che abbiano uno spazio disponibile di 650 centimetri quadrati (cioè un rettangolo di 20 centimetri per  33) oppure all'aperto, con una disponibilità di spazio equivalente a quella delle gabbie. Le nuove misure ampliano quelle precedenti e permettono almeno di allargare le ali mentre l'obbligo di inserire una lettiera di sabbia rende possibile i bagni di polvere.

Anche se è una evoluzione rispetto al passato, i punti critici permangono in quanto le gabbie obbligano ancora ad una fortissima limitazione dei movimenti, non possono razzolare, avere rapporti di interscambio se non con i soggetti con cui condividono la gabbia, non hanno aree di riposo individuali separate le une dalle altre. Nell'insieme le nuove regole inevitabilmente privilegiano le necessità di avere una continua deposizione di uova da parte delle galline sacrificandone i bisogni etologici per cui la situazione è ancora motivo di stress e quindi di sofferenza.

Per i conigli non sono ancora state emanate leggi europee. Le gabbie sulle quali sono costretti a vivere sono estremamente piccole, gli individui stipati, tutta la gabbia è realizzata con rete  e non è prevista una zona di isolamento che ricordi la tana che etologicamente è la soluzione  ideale per loro. La superficie del pavimento è pure di rete, deleteria per le zampe.

Il coniglio è un animale timido e, rimanendo esposto senza un'area in cui rifugiarsi, ad ogni avvicinamento di persona umana proverà timore. Le gabbie di rete rappresentano una evoluzione che voleva essere migliorativa ma si è dimostrata tale solo per gli interessi produttivi umani; le gabbie delle cascine di un tempo permettevano ai conigli di vivere abbastanza nascosti e quindi in modo più prossimo alla loro natura. La condizione di allevamento è motivo di stress e quindi di sofferenza.

Polli e galline libere. Anche per gli animali non mantenuti in gabbia la situazione appare grave. I polli sono stabbiati in capannoni ampi, senza le delimitazioni delle gabbie, però sono stipati anche fino a 20 al mq cioè uno spazio equivalente a quello delle ovaiole. Non vi sono separazioni interne però le possibilità di movimento sono quasi nulle in quanto la densità è  tale – di solito convivono 20/25.000 polli - che riduce lo spazio usufruibile nei minimi termini. Vi è poi una causa intrinseca: i polli da “ingrasso” crescono a ritmi vertiginosi e la crescita ponderale è troppo rapida rispetto al solidificarsi della struttura ossea, così verso i 2/3 della loro vita - cioè circa ai 25 giorni - raggiungono un peso che deforma articolazioni e ossa, rendendo quasi impossibile il muoversi o camminare. La crescita veloce e il peso alto è una conseguenza delle richieste di mercato che privilegia  molto di più il petto del pollo rispetto alla coscia ragion per cui sono state selezionate geneticamente varietà apposite.

La realizzazione stessa degli allevamenti testimonia l'impraticabilità al movimento, in quanto i capannoni sono percorsi per tutta la loro lunghezza da più file di erogatori automatici di acqua e di cibo. In questo modo l’animale può abbeverarsi e mangiare senza dover fare più di 3 o 4 passi, in caso contrario non riuscirebbero neanche ad alimentarsi. L'illuminazione è tenue e mai troppo forte, con non troppa differenza con le ore di buio che sono imposte per legge. Lo scopo è di instaurare un ciclo vitale che induca ad una alimentazione frequente. Le condizioni climatiche sono pessime anche perché le deiezioni di feci e urina permangono per tutto il tempo dell'allevamento e sprigionano concentrazioni alte si ammoniaca e gas simili, causando irritazione delle vie respiratorie con le possibili conseguenze negative. Le condizioni di vita sono molto lontane dai bisogni etologici dei volatili e questo causa uno stato di stress e quindi di sofferenza.


Le conseguenze ambientali
Consumo di suolo e inquinamento. La catena energivora
La produzione di mais, frumento, soia e riso ammonta a circa 2 miliardi di tonnellate all'anno, con variazioni inevitabili a seconda  delle condizioni atmosferiche, e di questi una parte, tra il 40 per cento e la metà, serve unicamente per alimentare gli animali degli allevamenti  intensivi, trasformati in mangiatori di cereali mentre in natura le varie specie avevano  diete diverse.

Poiché la maggior parte delle proteine animali (carne e derivati) viene destinata ad una minima parte della popolazione mondiale che ne fa uso in abbondanza, circa 1,5 miliardi appartenenti alla parte “ricca” della popolazione, ne discende che questi consumano una quantità esorbitante di cereali che potrebbero servire direttamente per l'alimentazione umana. Si calcola che i cereali destinati agli animali nutrirebbero 9 miliardi di persone. In Italia la superficie cerealicola non sarebbe sufficiente, se seminata solo a mais, neanche ad alimentare gli animali allevati, ed infatti si importa più della metà del fabbisogno.

Poiché, inoltre, la domanda è in crescita continua, questo stimola la deforestazione in quanto si trasformano le foreste tropicali, uniche rimaste nel mondo, in pascoli e seminativi: “Gli allevamenti sono fra i principali responsabili della deforestazione, ad esempio in America Latina dove il 70 per cento delle ex foreste in Amazzonia sono state rase al suolo e sostituite da pascoli”. (Rapporto Livestock's Long Shadow della FAO del 2006 ). E' stato valutato che un hamburgher equivale alla deforestazione di 6 metri quadri e che la deforestazione tra il 2000 e il 2005 ha distrutto una superficie pari a 7,3 milioni di ettari all'anno (WW Institute)

In consumo di cereali è elevato perché nel passaggio cereali-animali-uomo si perdono quote importanti di alimento; un bovino, ad esempio, per crescere di un chilo ha bisogno fino a 20 kg di cibo.

 

Inaridimento
La produzione di fertilizzanti nel mondo è passata da 20 milioni di tonnellate negli anni '50 a 150 nel 2000. Le concimazioni chimiche dei cereali (ed anche degli altri seminativi in verità)  riducono la presenza dell’humus, pertanto la terra perde sostanza organica e si inaridisce: il 40% della pianura padana è a rischio presentando una quantità di materia organica inferiore al 2%.

Il processo è comune in tutte le zone agricole sottoposte ad un intensa richiesta produttiva sostenuta dalle concimazioni chimiche. La responsabilità degli allevamenti intensivi è chiaramente dovuta al fatto che la zootecnia è uno dei maggiori “clienti” in tema di acquisti di cereali.

Inquinamento
Le  monoculture, indispensabili per produrre i cereali richiesti dal mercato, necessitano di un elevato aiuto chimico. Il Pil dei pesticidi  era di 2 miliardi di dollari nel ’50 ed è salito a 35 miliardi nel 2004 (Raj Patel “I padroni del cibo. I prodotti chimici vengono in parte assunte dagli animali, in parte rimangono nei terreni e nelle  acque dove contribuiscono ad alterare l’ecosistema.

Consumo e inquinamento delle acque. I nitrati nell’ambiente
La filiera zootecnica è poi uno dei settori che più pesano sulla crescente scarsità di risorse idriche, contribuendo sia al loro prelievo sia al loro inquinamento, soprattutto per le deiezioni animali, con i residui di antibiotici e ormoni, le sostanze chimiche provenienti dalle concerie, e, a monte, i fertilizzanti e i pesticidi utilizzati per irrorare le colture da mangime.

Gli allevamenti intensivi concentrano le deiezioni in poche aree dove l’inquinamento diventa altissimo. Si calcola che gli animali allevati in pianura padana scarichino un quantitativo di inquinanti equivalente ad una popolazione aggiuntiva di circa 126 milioni di persone!  In altre parole un suino inquina da 4 a 6 metri cubi di acqua al giorno!  Un tempo si usava il letame che era un buon concime e meno inquinante, oggi le deiezioni si presentano in forma liquida, addizionate di acqua che aumenta il potere inquinante e diminuisce l’effetto concimante.

La presenza di azoto e fosforo nelle falde si scarica poi nei corsi d’acqua dove determina il fenomeno dell’eutrofizzazione, cioè di un accumulo di elementi nutrienti che attaccano la biodiversità in quanto fanno prosperare alcune specie di alghe a detrimento di altre per cui diminuisce il numero delle specie e di fatto la biodiversità si riduce fino a scomparire quasi del tutto. Si arriva così ad una condizione che viene definita di morte biologica, come succede già in diverse parti del globo, ad esempio nel Mar Giallo ma anche l’Adriatico non sta bene.

Consumo di acqua
Le coltivazioni cerealicole devono essere irrigate: un tonnellata di mais necessita di almeno mille tonnellate di acqua. Produrre un chilo di carne bovina necessita di circa 13.000 litri d’acqua, ma il prof. Veronesi alza la quota a 35.000!, e un chilo di carne suina circa 4.300. Un hamburger equivale ad una quantità di acqua pari a 15 docce!

L’irrigazione intensa per le coltivazioni lascia nel terreno sali minerali che non riescono ad essere asportati dai vegetali, il loro accumulo porta alla salinizzazione e al deterioramento delle terre, si calcola così che la salinizzazione colpisce 20-30 milioni degli attuali 260 milioni di ettari di terre irrigate.

Inquinamento aria
Il bestiame produce globalmente più gas serra del settore dei trasporti: il 18 per cento del totale, in termini di CO2 equivalente. Se si includono le emissioni legate all'uso dei suoli e al cambiamento nell'uso dei suoli, il settore zootecnico è responsabile del 9 per cento della CO2 imputabile alle attività umane, e di una percentuale molto maggiore di altri gas serra: il letame esala infatti il 65 per cento degli ossidi di azoto, il cui potenziale climalterante è 265 volte maggiore di quello della CO2. Inoltre, è responsabile del 37% del metano da attività umane, in gran parte prodotto dal sistema digestivo dei ruminanti, e del 64 percento dell'ammoniaca, che contribuisce significativamente alle piogge acide. (Rapporto Livestock's Long Shadow della FAO del 2006 ).

Consumo di energia (petrolio)
E' stato calcolato che un chilo di carne bovina richieda la quantità di 9 chili di petrolio per essere prodotta. I carburanti servono per produrre i concimi e  i pesticidi necessari per i cereali di cui si nutrono gli animali, per la coltivazione dei seminativi, per l'energia necessaria alla macellazione e per la movimentazione dei bovini e dei prodotti da loro derivati. Calcolando la quantità media di carne consumata, circa 35 pro capite all’anno, nel mondo si può stimare un consumo di 300 milioni di barili pari ad un sesto del consumo totale di petrolio nel mondo cioè il 15 %.

Ogm in agricoltura
La spinta produttiva facilita l’introduzione delle coltivazioni geneticamente modificate. In Italia nel 2003 sono stati individuati migliaia di ettari di mais geneticamente modificato. Già ora, mais e soia modificati possono essere usati nell’alimentazione degli animali. Negli allevamenti intensivi per la produzione di carne o di latte, mais e soia sono quasi per la totalità provenienti da coltivazioni di semi geneticamente modificati (OGM); chi mangia carne o beve latte non di allevamento biologica consuma anche i derivati di cereali modificati

Conseguenze sociali
Un’altra conseguenza è la chiusura dei piccoli allevatori in quanto diminuendo il margine di guadagno, tra spese crescenti e ricavi in diminuzione, le aziende di dimensioni ridotte sono costrette a chiudere, fenomeno inarrestabile da alcuni anni a questa parte. Inserita nei temi della globalizzazione, anche la zootecnia intensiva è soggetta alla delocalizzazione degli allevamenti che, infatti, già vengono spostati dai paesi occidentali a quelli orientali o del terzo mondo, dove i costi sono inferiori e le normative che regolano la produzione sono più carenti,; questo determina problemi di inquinamento, ma anche di maggior sfruttamento degli animali che normalmente in questi paesi non sono soggetti a tutela. Da quei paesi poi le carni e i derivati vengono importati in occidente.

Conseguenze sociali a livello mondiale
La crescita della produzione sia di vegetali, sia di prodotti a base di proteine animali non riesce a combattere il problema della fame del mondo e, anzi, invece di vedere diminuire il numero degli affamati, questo aumenta continuamente. L'effetto è grave nei paesi sviluppati ma è devastante in quelli poveri, dove l'intensivizzazione dell'agricoltura e dell'allevamento spinge fuori dalle campagne milioni di contadini che passano da una povertà sovente decorosa alla miseria più triste e socialmente disprezzata.

Nei primi giorni del 2012, di fronte al temuto prolungarsi e aggravarsi della crisi economica mondiale, è stato lanciato l'allarme sulla possibilità che questa faccia risentire le sue conseguenze in misura più grave sulla parte povera della popolazione mondiale e che aumentino ancora, nel prossimo futuro, le persone che non riescono a raggiungere la sicurezza alimentare di poter mangiare (mentre nei paesi ricchi per sicurezza alimentare si pensa solo alla salubrità dei cibi).

Serge Latouche scriveva in “Il Sud avrà diritto alla decrescita?” (Le Monde Diplomatique, nov. ’04) “Fino a quando l’Etiopia e la Somalia saranno condannate, nei momenti in cui la carestia è forte, ad esportare prodotti alimentari per i nostri animali domestici, fino a quando ingrasseremo il nostro bestiame da carne con delle gallette di soia prodotte dai terreni conquistati con il fuoco nella foresta amazzonica, soffocheremo qualsiasi tentativo che permetta una vera autonomia al Sud”.

Il guadagno delle multinazionali
I dati dimostrano quale siano i soggetti premiati dal sistema della zootecnia intensiva attuale. Cinque società (State of the Word del 2002) controllano il 65% del mercato globale dei pesticidi; cinque società controllano il 75% del mercato globale delle sementi in genere, ma 2 cartelli Cargill/ Monsato e Archer Daniel Midlands/ Novartis  ne controllano il 60%, cinque imprese leader di commercio di cereali controllano oltre il 75% del mercato globale. Sono la Cargill (Usa), Archer Daniel Midlands (Usa), Louis Dreyfuss (Francia, Usa), Bunge (Usa) , Andrè (Svizzera). (Repubblica 23/8/02). I guadagni non sono irrisori. I prodotti chimici per l'agricoltura (agrochimica) valevano 2 miliardi di dollari nel 1950, 30 miliardi nel 1999 ( State of the word) e 35 nel 2004 (Raj Patel ); 2 cartelli Cargill / Monsato e Archer Daniels Midlands / Novartis ne controllano il 75% del mercato globale (Repubblica 23/8/02)

Nel mondo le prime quattro aziende nella lavorazione della carne di manzo nel 1990 detenevano il 70% del commercio e sono arrivate a poco più dell’80 per cento nel 2002; per la carne di maiale sempre le prime quattro aziende commerciavano nell’82 circa il 38% del totale per arrivare nel 2004 a circa il 61%. Per i polli in batteria si è passati dal circa il 38% nel 1987 al 62 % nel 2003. Per i tacchini si è passati dal 30% nel 1986 al 50% nel 2003. Infine le prime quattro aziende di supermercati gestivano il 2% delle vendite nel 1997 e sono arrivate al 43% nel 2004.  ( Raj Patel “I padroni del cibo”)

State of the Word  del 2002  riporta questi dati: Una azienda controlla più del  60% degli acquisti di pollame in Centro America Negli Usa 4 società controllano il  confezionamento dell’ 80% della produzione di carne bovina e 5 società il 75% di quella suina.

Diminuzione delle aziende e aumento delle superfici agricole
Il sistema determina una forbice, che penalizza i contadini, costituita da prezzi crescenti delle materie di utilizzo, dai semi ai fitofarmaci agli stessi beni di consumo come i carburanti, e dalla diminuzione del valore dei prodotti da loro venduti: Le aziende che meglio riescono a sopravvivere sono quelle che fanno economie di scala, cioè sono grandi. Invece le piccole aziende sono molto penalizzate e o riescono a coltivare prodotti speciali o a realizzare sistemi produttivi particolarmente efficienti ed efficaci o sono costrette a chiudere. Molto più spesso è la seconda ipotesi che si realizza. I dati relativi agli Usa – dove il Ministro Usa all’Agricoltura negli anni ’60 lanciava la parola d’ordine “Ingrandirsi o sparire” - dicono che negli anni ’40 vi erano circa 6,3 milioni di fattorie che avevano una estensione media 200 acri (un acro circa 4046 metri quadri) mentre nel 2000 le aziende erano diminuite a circa 2 milioni e l’estensione passata 450 acri circa. (Raj Patel “I padroni del cibo”). Il sistema porta anche ad uno sfruttamento dei salariati che operano nel settore, così negli Usa, in California, la paga dei salariati agricoli è di 7,69 dollari all’ora se sono in regola, gli irregolari guadagnano anche meno. (Raj Patel  idem).
Un esempio: la concentrazione delle aziende in Piemonte. La concentrazione è una evoluzione anche italiana, ad esempio si può citare il Piemonte dove in pochi anni il numero delle aziende agricole è diminuito del 20,5 per cento  mentre cresceva il numero di quelle con superficie più grande. Nel settore zootecnico, negli anni dal 2005 al 2007 gli allevamenti bovini sono diminuiti di 1033 unità, da 18874 a 17841, ma il numero dei capi allevati è aumentato di circa il 3 per cento nello stesso periodo di tempo. L'analisi dei dati conferma la penalizzazione delle piccole aziende che sono assorbite da altre più grandi.

Salute umana
Gli allevamenti intensivi vivono sulla somministrazione di farmaci, sopratutto antibiotici (che sono consentiti) e anabolizzanti (vietati). Gli antibiotici prodotti in Europa sono circa 13000 tonnellate all’anno e di questi la metà, circa 6.500 tonnellate, viene data agli animali. Un bovino mangia, in 18 mesi circa, una quantità di sostanze chimiche pari a circa 5 chili. Antibiotici e sostanze chimiche finiscono nei piatti dei consumatori oltre che nell’ambiente.

Coloro che mangiano i prodotti derivati da questi animali possono andare incontro a fenomeni di antibiotico resistenza, un problema in crescita negli ultimi anni. Altri rischi, legati all'alimentazione carnea di allevamento intensivo sono connessi alla presenza di ormoni anabolizzanti, beta agonisti e alla possibilità di sviluppare forme tumorali, cardiopatie e intossicazioni (in particolare gli addetti). In Europa sono 25.000 ogni anno le persone che muoiono a causa del fenomeno dell'antibiotico resistenza.

Alte molecole preoccupanti sono gli anabolizzanti utilizzati per incrementare la produzione sia di latte sia di carne. E' una competizione tra guardie e ladri ma i ladri sono sempre più avanti perché sviluppano nuove molecole che solo con il tempo gli organi ufficiali di controllo riescono a individuare.

Il desiderio di facili guadagni spinge anche ad introdurre molecole pericolose ma utili a rendere più produttivi gli animali: è il caso della diossina che, dopo l'episodio del 1999 in Belgio e Olanda che aveva portato all'inquinamento della filiera alimentare di tutta Europa, è stata ritrovata più volte nei mangimi: 2000 nei polli, 2003 nei pesci, 2004 nei polli e nei pesci, 2006 nei maiali in Belgio, 2007 in Campania, 2008 in Irlanda, nel Casertano e a Taranto (emissioni Italsider), 2009 riscontri di laboratorio nei polli in Italia, gennaio 2011 in mangime per polli in Germania.

I problemi legati alla salute sono quelli che allarmano maggiormente l'opinione pubblica, che viene costantemente tranquillizzata, dalle autorità e dai produttori, ricordando i controlli ai quali sarebbero sottoposti gli animali e i prodotti da essi derivati. In realtà la strada dei controlli è totalmente inefficace di fronte a consumi e produzioni sempre crescenti e allo strapotere delle multinazionali della chimica. Il problema dei controlli è la quantità da controllare; solo per fare qualche piccola cifra, si tratta, nel settore zootecnico, di analizzare più di 700 milioni di animali macellati ogni anno in Italia e 18 milioni di tonnellate di mangimi per animali. Inoltre i produttori di sostanze proibite sono in grado, cambiando semplicemente una molecola o un legame chimico di rendere totalmente vani i controlli di laboratorio. Se una sostanza è sconosciuta non può essere rintracciata. Basti pensare che attualmente esistono in commercio decine di molecole somministrate agli animali per aumentare la loro crescita, ma solo una quindicina di queste sono conosciute e dunque cercate nei laboratori degli istituti zooprofilattici. Il mercato ha risolto il problema con l'autocontrollo ad opera delle stesse industrie. Questo però è totalmente legato alla responsabilità dei produttori e non garantisce affatto i consumatori.

Carne e cancro
Negli ultimi anni da più parti  è stato rilevato un collegamento preoccupante tra l'aumento del consumo di carne e derivati ( salumi, insaccati) e le forme tumorali gastro-intestinali. Si calcola che il 33% dei tumori umani sia dovuto all'alimentazione, più addirittura di quelli attribuibili al fumo. Particolarmente pericolosi risultano le carni cotte e abbrustolite alla brace e gli insaccati per il contenuto di sostanze chimiche aggiunte.  L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha inserito proprio la diminuzione drastica del consumo di proteine animali nelle formulazione delle dieci regole di buona condotta utili alla prevenzione del cancro.

Conclusioni
La crescita degli allevamenti intensivi è stato un evento importantissimo nella storia dell'agricoltura, di fatto una rivoluzione epocale che ha contribuito a industrializzare il settore; infatti la richiesta di cereali anche per gli animali ha sicuramente accelerato la “rivoluzione verde” degli anni sessanta basata sulle concimazioni chimiche. Un altro segnale di innovazione è stata la globalizzazione del settore che, nonostante i dazi sulle merci, quando ancora esistevano, faceva già circolare gli alimenti per tutto il mondo. L'agroindustria e la zootecnia industrializzata hanno ugualmente seguito l'evoluzione neoliberista dell'economia mondiale che ha portato non già più giustizia ed equità ma maggiore disuguaglianza tra le parti ricche e povere della popolazione mondiale, segnando il passaggio per moltissime persone dalla povertà, a volte decorosa, alla miseria più indicibile.

Oggi il settore lancia segnali di un futuro preoccupante per coloro che li vogliono cogliere, in particolare denuncia un allarmante avvicinamento al limite produttivo mondiale, parallelamente a quanto avviene per altre materie prime.

L'allargamento delle coltivazioni in nuovi terreni sta ormai coinvolgendo le foreste pluviali, ma la fame di terra, stimolata dal mercato e non governata a livello amministrativo da politici troppo poco indipendenti dalle lobbies economiche e finanziarie per dettare norme di salvaguardia, non riesce a individuare soluzioni ambientalmente e socialmente più eque e sostenibili.

Certamente, è nella natura umana proporre sempre nuove soluzioni produttive, innovazioni, cambiamenti, e di comprendere i problemi solo quando questi si presentano effettivamente, però il consumo di suolo da parte dell'agricoltura e dell'allevamento è un dato di fatto reale e molto più evidente di quello che accade in altri settori.

A ciò si deve aggiungere che l'aumento futuro della popolazione terrestre (prevista fino a  9 miliardi di individui)  e della domanda di proteine animali, per la diffusione dello stile di vita dei paesi ricchi, impone delle riflessioni su quale possano essere le scelte per rispondere ai problemi che inevitabilmente a tale processo sono collegate.

Non si può dimenticare che, accanto alle ipotesi di aumento produttivo ricorrendo a tecnologie quali l'utilizzo di organismi geneticamente modificati per incrementare le rese, ancorchè i tentativi fin qui fatti non abbiano dati risultati incoraggianti, da parte di studiosi e ricercatori il problema è affrontato anche con approcci diversi, essendovi chi propone carne ottenuta sinteticamente con il lavoro di batteri oppure altri che ipotizzano nel futuro, per soddisfare la richiesta di proteine animali, un consumo di insetti in Europa e Nord America, come già avviene praticamente in tutto il restante pianeta. Periodicamente sugli organi di informazione ricorrono articoli che promuovono l'alimentazione a base di insetti.

Se si  ragiona quindi sulle necessità e sulle  prospettive, le criticità del sistema zootecnico intensivo devono avere maggiore attenzione di quella fin qui ottenuta a livello di decisioni politiche poiché, se è nella natura umana proiettarsi nel futuro innovando, è altresì vero che i problemi attuali di limitatezza delle risorse sono un argomento che per la prima volta nella storia dell'umanità assume una importanza così grande.

Sarebbe pertanto indispensabile che a livello decisionale le scelte mirassero a coniugare il sistema produttivo nell'agrozootecnia con le problematiche ambientali sociali e di salute umana evidenziate.

La diffusione di una variazione degli stili di vita e alimentari, con la diminuzione delle proteine di origine animale o la loro sostituzione con quelle vegetali (dieta vegetariana o vegana) appare come la soluzione migliore per conciliare l'arresto del degrado ambientale e del consumo di risorse primarie ma anche per garantire un più equo equilibrio sociale non solo nei paesi ricchi ma soprattutto in quelli poveri.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 12 Dicembre 2012 20:09
 
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