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Gli elefanti restano traumatizzati dalla caccia ai membri del gruppo PDF Stampa E-mail
Scritto da Annalisa   
Sabato 16 Novembre 2013 13:50

Gli elefanti restano traumatizzati dalla caccia ai membri del gruppo

Assistere al massacro di un membro della propria famiglia o della propria comunità provoca traumi che possono perseguitare l’individuo per decenni e risultare in comportamenti asociali: vale per gli uomini, ma anche per gli elefanti. Lo rivela uno studio condotto dall’Università del Sussex, che mette in luce i danni provocati dall’abbattimento di questi maestosi mammiferi all’interno delle loro complesse società, rimettendo in discussione le politiche di conservazione all’interno dei parchi naturali.


Gli elefanti hanno una memoria di ferro, si sa, la loro capacità di ricordare per sempre un amico o un’offesa è proverbiale. A rimanere drammaticamente incisi nella mente di un pachiderma sono anche la morte violenta di un proprio familiare o membro della stessa «tribù», i traumi della separazione e dell’evacuazione forzata. Come anche studi precedenti avevano rilevato, le conseguenze psicologiche sugli animali sono simili a quelle del disturbo post-traumatico da stress, che spesso colpisce chi ha vissuto eventi traumatici di natura particolarmente violenta e drammatica, come i soldati. Non solo: a livello sociale è caos. I sopravvissuti sono «sordi» alle regole sociali, e perdono la capacità di integrare nella propria esistenza quella cultura e abilità ereditate di generazione in generazione, proprio quelle che spiegano il detto «memoria da elefante». Questo studio ha dimostrato sul campo, e per la prima volta inequivocabilmente, un legame diretto tra abbattimenti e danni psicosociali.

La morte violenta è purtroppo sempre più comune per gli elefanti: non solo bracconaggio – che ha raggiunto livelli record negli ultimi anni - ma le stesse politiche di conservazione in alcuni parchi. Lo studio è stato condotto mettendo a confronto 39 famiglie di elefanti del Parco nazionale Amboseli, in Kenia, dove gli animali hanno sempre vissuto relativamente indisturbati dall’azione umana, e 14 famiglie del Parco nazionale Pilanesberg, in Sudafrica, dove sono approdati molti elefanti reduci dalle politiche di abbattimento selettivo portato avanti dai parchi sudafricani tra gli anni Sessanta e Novanta. All’epoca la politica era di abbattere i membri «in eccesso» delle popolazioni che vi abitavano rispetto alle capacità di accoglimento dell’habitat recintato, e le procedure prevedevano di radunare i branchi via elicottero, stringendoli in un luogo dove poi cacciatori professionisti premevano il grilletto per far fuori i membri più anziani. Normalmente, gli elefanti tra i quattro e i dieci anni venivano risparmiati, per poi essere smistati verso altri parchi dove scarseggiavano, se non circhi e zoo. Dopo che la pratica era stata abolita nel 1995, una moratoria è stata introdotta nel 2008, e l’abbattimento selettivo viene praticato tutt’oggi da parchi e riserve private sotto il controllo delle autorità.

All’occhio di un osservatore casuale, i branchi del Pilanesberg sembrerebbero normali. In realtà al loro interno c’è disordine. I ricercatori hanno riprodotto vocalizzazioni e filmato le reazioni dei pachidermi, misurando poi i loro comportamenti-chiave. Risultato: la «comprensione sociale» degli animali superstiti dalle stragi è gravemente compromessa, non sono in grado di rispondere correttamente alle chiamate dei loro consimili, mostrando reazioni casuali e indistinte tra membri adulti e giovani, elefanti amici e sconosciuti o avversari e, di conseguenza, la loro capacità di prendere decisioni corrette è minata. «Ciò indica realmente un collasso del loro tessuto sociale, anche quando le stragi sono avvenute decenni fa, e le conseguenze sui processi decisionali degli animali sono concrete», ha dichiarato Graeme Shannon, a capo dello studio. Non solo: i giovani elefanti maschi sono iperaggressivi, e attaccano, per esempio, i rinoceronti.

Questi elefanti traumatizzati sono stati privati della conoscenza sociale che apparteneva alle loro famiglie d’origine. Sono infatti i membri anziani del branco – e in particolare le matriarche – che tramandano la loro esperienza, i comportamenti appresi e la cultura del branco di generazione in generazione. Sono proprio loro, però, le prime vittime degli abbattimenti. E i piccoli superstiti vengono così privati delle cruciali capacità cognitive e comunicative. Tutto ciò mina il loro successo riproduttivo, e i comportamenti inappropriati potrebbero persino essere passati alle generazioni successive. Secondo le stime della Wildlife Conservation Society, 96 elefanti africani al giorno vengono uccisi attualmente. Questa ricerca, evidenziando le conseguenze a lungo termine delle stragi, potrà avere implicazioni almeno per quanto riguarda le uccisioni frutto delle politiche di conservazione dei parchi, che si basano sostanzialmente sui numeri. E, secondo gli esperti, ciò potrebbe in futuro riguardare non solo gli elefanti, ma anche a altri mammiferi, come primati e cetacei.

Corriere.it

 

 

Ultimo aggiornamento Sabato 16 Novembre 2013 14:00
 
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