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"Nell'Arca di Noè" di Mons. Mario Canciani - Simboli e archetipi PDF Stampa E-mail
Scritto da Annalisa   
Venerdì 21 Febbraio 2014 08:05

"Nell'Arca di Noè" di Mons. Mario Canciani
Simboli e archetipi


Ogni cosa, in quanto tale, è un frammento. E’ abbandonata nella sua individuazione. E’ staccata da tutte le altre. E’ chiusa nei suoi confini. E’ soltanto questo, e non tutte le altre cose. Come allora può essere ricondotta alla fonte universale da cui è stata tratta, ed essere la trasparenza nel mondo? L’uomo, scrive Erich Fromm, è stato a ragione definito un animale che crea simboli, perché senza la nostra capacità di parlare, a malapena potremmo essere chiamati uomini. La vita non potrebbe essere vissuta ed espressa nella sua più intima profondità, anche inconscia, se non ci venissero in soccorso i simboli. Le parole rendono finito l’infinito. I simboli portano lo spirito oltre i confini dell’ineffabile e dell’inesauribile.


Simbolo viene dal greco “sun=con” e “ballo=lanciare, raggiungere”. Un gesto dell’uomo, una pianta, un animale, una parola, ma anche un oggetto d’arte, può incontrare il completamento di sé tramite il tutto universale. Per questo il simbolo è la base di ogni dinamica iniziatica e religiosa, attraverso un movimento ascensionale dal visibile verso l’invisibile, fino all’interpretazione spirituale, non allegorica ma analogica.

Immagini e simboli non sono espressioni irresponsabili della psiche; essi rispondono ad una necessità e svolgono una funzione: quella di mettere a nudo le più segrete modalità dell’essere. Per Baudelaire l’universo è una “foresta di simboli”. Per Jaspers il mondo è una “scrittura cifrata” della trascendenza.

Per rimanere nel campo degli animali, ci rifacciamo al “Bestiario” di Leonardo, in cui vengono descritte le virtù occulte di animali e piante ed il loro significato simbolico-religioso.

Dalla diffusione di questo libro, nelle aree di lingua latina e nelle lingue romanze e germaniche, sono state influenzate per secoli le arti figurative e persino i libri di medicina. Ritrovare, nei confronti degli animali, gli stessi vizi e le stesse virtù degli uomini aiuta a scoprire il giuoco delle forze naturali che agiscono analogicamente su tutti gli esseri viventi.

Il grande Leonardo, con profonde introspezioni psicologiche, sostiene che gli animali operano alle volte solo per istinto, come la formica, che “per naturale consiglio provvede la strade per lo verno”. A volte invece sono pienamente coscienti dei loro scopi, con una libertà di scelta che comporta la possibilità di errore, di correggersi e di punirsi. Il lupo, se nonostante la sua cautela, pone il piede in fallo, “si morde il piè per correggere da sé tale errore”. Vi sono società di animali, presentate come regni saggiamente governati da un re, curato ed obbedito dai sudditi, che si distribuiscono i compiti con leggi e sanzioni inflessibili.

Per Leonardo, anche tra gli animali si trovano istinti buoni o cattivi: “l’allegrezza del Gallo, la tristezza del Corvo, la generosità del Falcone. Il Nibbio è invidioso dei suoi stessi figli, il Serpente è crudele, il Bue selvatico pazzo...”. Ancora oggi non è stato sufficientemente approfondito il motivo della mescolanza dei simboli animalistici nelle regioni più disparate del mondo. Neppure l’Hymalaja, con le sue 16 cime di 8000 metri, è riuscita a creare dei compartimenti stagni. Jung ha sottolineato la portata incalcolabile di questa sorte di memoria accumulata nell’inconscio, e degli archetipi, che sono il prodotto di una cultura universale. La psicanalisi, l’etnologia, l’antropologia, stanno studiando il nesso che lega gli uomini tra di loro sotto qualsiasi cielo. Anche negli ambienti più lontani fra loro, e quindi senza possibilità di contatti, si constatano gli stessi segni.     Il simbolismo romanico, per esempio, è in Occidente un punto di arrivo di tutta una tradizione simbolica che, per qualche specialista, trae origine dalle grotte preistoriche. Si ha l’impressione, alle volte, che i simboli travalichino i secoli. Per esempio, i precedenti dell’”asino musicante” di Ur o del “nodo di serpenti” di una tazza mesopotamica, come pure le corrispondenze evidenti con la Cina o con l’America precolombiana.

La vasta gamma di questo particolare simbolismo ci costringe inevitabilmente a fare delle scelte sintetiche. In Oriente abbiamo l’elefante, simbolo di Ganesh, dio della saggezza; l’oca, messaggera tra cielo e terra; il cigno, simbolo solare; il pavone, cavalcatura degli dei ed emblema di trasmutazione spirituale; l’aquila-Garuda, cavalcatura di Vishnu apportatrice di luce e di Parola Alata; il pesce, Dio salvatore della Trimurti induista che reca il Veda o Rivelazione primordiale; la vacca sacra simbolo ancestrale dell’universo; il leone che rappresenta lo stesso Krishna, come è detto nella Bhagavad-Gita.

L’Egitto ha evocato i simboli dei buoi, dei gatti, degli ibis, che venivano mummificati perché ritenuti immortali. In particolare l’asino simboleggia il dio Set personificazione del Caos, che viene sconfitto dal dio solare Horo raffigurato da un falco. La fenice è associata ad Osiride, dio della resurrezione.

Nel mondo greco, nel Peloponneso, la Grande Madre Demetra dea del frumento, era raffigurata da una scrofa alla quale erano sacrificati dei porci facendoli precipitare in voragini; il gallo era l’emblema di Ermes, protettore dei commercianti; inoltre i delfini, da cui Delfo, ed i polipi a Micene. Nei musei di queste due località, se ne possono raffigurare le rappresentazioni scultoree. Da notare che delfini e polipi, contemporaneamente, venivano venerati anche in Scandinavia e nei paesi baltici.

Nel mondo latino primeggia la lupa, “madre dei romani”, seguita dagli altri animali tra cui l’ariete chiamato Giove Ammone, Creatore e reggitore del mondo.

Tutti questi animali hanno anche ispirato l’iconografia cristiana. Nel medioevo esistevano dei “Bestiari” nei quali venivano elencate le proprietà reali o simboliche dei vari tipi di animali. Anche  l’architettura sacra ne era ispirata, specialmente quella romanica.

Sarà San Bernardo a definire questi motivi che decoravano i capitelli e portali, delle “grossolane inutilità”. E’ la famosa reazione cistercense, che ricorda da vicino il movimento iconoclasta del secolo VIII. I monaci passavano ora a contemplarli: “A che scopo questi begli errori, questi mostri ridicoli e queste orribili bellezze? Da tutte le parti ci viene incontro una così grande e stupefacente varietà di forme, che è più piacevole leggere sui marmi che sui manoscritti, e altrettanto e più piacevole passare giornate intere ad ammirare queste cose l’una di seguito all’altra anziché meditare sulla legge di Dio”.

La decifrazione dei simboli rimaneva spesso problematica, tanto più che sopravvivevano fra le masse popolari tutti i fantasmi magici, i terrori ancestrali, di cui i simboli costituiscono il supporto e tutta la poesia e l’ambiguità dei vecchi miti. Lo stesso Libro dell’Apocalisse, fitto di immagini di animali, ha fatto piangere San Giovanni, come egli stesso dice, perché non poteva aprirlo, essendo “chiuso con sette sigilli”.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento Lunedì 03 Marzo 2014 10:51
 
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