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"Nell'Arca di Noè" di Mons. Mario Canciani - Animali e religioni PDF Stampa E-mail
Scritto da Annalisa   
Lunedì 03 Marzo 2014 10:39

"Nell'Arca di Noè" di Mons. Mario Canciani
Animali e religioni


Per Sigmund Freud “... il timore proteggeva la vita dell’animale”, che veniva considerato sacro come fosse un membro della comunità. Era proibito cibarsi della sua carne, salvo che in occasioni solenni e con la partecipazione di tutta la tribù. Il mistero della sua morte sacrificale si spiega con il fatto che costituiva il legame dei partecipanti tra di loro e con il loro Dio. L’uccisione e la consumazione periodica del “totem” rappresenta l’elemento essenziale della religione totemica, per Freud la più antica.


A Dakshinkali, a sud-ovest di Katmandù nel Nepal, ho visto di recente praticare sacrifici per placare la dea Kali assetata di sangue, ma di soli animali maschi. Poiché i Nepalesi credono che così si garantisca una nuova vita, forse anche umana agli animali, mi sono domandato perché anche alle femmine non venga riservato questo privilegio. Il sacrificatore ha un grembiule coperto di sangue. Gli viene consegnato l’animale che egli sgozza con un colpo secco del suo “khukri”. La bestia viene spiumata se si tratta di un volatile, o gettata nell’acqua bollente, se è un mammifero. Gli animali sacrificati più di frequente sono le capre. Sbollentate e private della pelle, vengono tagliate a pezzi e riconsegnate ai proprietari perché le mangino a casa propria. I visitatori non si rendono conto di aver assistito ad un rito sacro. Che sia un modo per non violare la sacralità degli animali?

Per Giovanbattista Vico, le saghe e le leggende che si rifanno ad una ancestrale “Età favolosa” del mondo, rappresentano il “Mito” in cui convivono uomini e animali e l’espressione genuina di espressioni religiose. Spesso si trattava di riti religiosi, che esigevano una graduale iniziazione. I principali misteri erano quelli Eleusini, della dea Cibale, di Iside, di Mitra.

A Roma, sono ancora ben visibili gli altari dedicati a quest’ultima divinità. Alfredo Cattabiani e Marina Cepeda Fuentes, nel loro “Bestiario di Roma” sono riusciti felicemente a dare l’idea di come la città eterna sia di fatto la sintesi di miti e simboli animali della civiltà latina, greca e mediorientale. Scrivono: “Dal cornicione di un palazzo egizio romano occhieggia una gatta egizia, una testa di cervo con una croce tra le corna svetta sul timpano di una chiesa, una scrofa è incastonata sulla facciata di una casa, in un festone di un appartamento papale l’unicorno adagia le zampe sul grembo di una vergine, una lupa etrusca allatta due gemelli su una piazza... gli obelischi e i templi ritraici convivono con gli dei dell’Olimpo, le basiliche pitagoriche con quelle cristiane e i palazzi nobiliari, in una sfilata di animali simbolici che compongono una polisemia glorificazione del cosmo e delle sue energie”.

Il discorso sul rapporto religioni-animali è complesso. Solo sommariamente possiamo parlarne, preferendo soffermarci su quella loro “essenza”, almeno per le religioni antiche, che è il “sacrificio”. Il “Libro dei Morti”, che riporta la confessione del defunto di fronte ai suoi giudici dell’altro mondo, testimonia la cura che gli egiziani avevano per gli animali. Vi si legge, tra l’altro: “Non ho maltrattato le bestie. Non ho dato la caccia agli animaletti nascosti tra i cespugli. Non ho intrappolato gli uccelli degli dei...”. L’”Inno al Sole” del faraone Amenophis IV ha ispirato certamente il Salmo 104 della Bibbia: “Fai scaturire le sorgenti nelle valli e scorrono tra i monti; ne bevono tutte le bestie selvatiche e gli onagri estinguono la loro sete. Al di sopra dimorano gli uccelli del cielo, cantano tra le fronde...”.

Gandhi sosteneva che il rispetto per gli animali era il dono dell’induismo all’umanità. Le religioni indiane, da sempre in verità, li hanno protetti da ogni crudeltà. C’era una casta speciale, quella dei vaisyas, che doveva attendere alla loro cura, in base alle leggi scritte di Manu.

La legge non scritta del Karma, riguarda tutt’oggi anche gli animali oltre che gli uomini e gli stessi dei. Ogni azione viene premiata o punita nella catena della reincarnazione. A questo proposito riferisco un episodio che mi è capitato a Srinagar, la capitale del Kashmir. Stavo osservando con raccapriccio dei bottegai che uccidevano a bastonate un gattino. Un vecchio, dopo averlo gettato nel fiume, vedendo il mio dispiacere, mi ha detto: “Forse rinascerà persona”. Gli ho risposto: “Intanto non ha vissuto da gatto...”.

Nella Bhagavad-Gita si narra di un eroe che accetta di entrare in paradiso solo se il suo cane potrà seguirlo. Buddha chiede “dayà”, compassione, anche per gli animali. Come Zarathstra, egli proibisce i sacrifici:” Invece di sacrificare gli animali, lasciateli liberi. Lasciateli cercare l’erba, l’acqua e la carezza del vento. Gli animali che uccidete vi hanno dato il tributo del loro latte e della loro lana. Hanno posto la fiducia tra le vostre mani che ora li sgozzano”.

Una volta, vide un agnello che, ferito da un sasso, non riusciva a tener dietro al gregge. Lo prese tra le braccia dicendo:”povera madre dal vello lanoso, dovunque tu vada porterò il tuo piccolo. E’ meglio impedire a una bestia di soffrire, piuttosto che restare seduto a contemplare i mali dell’universo, pregando in compagnia dei sacerdoti”.   In India furono costruiti dai buddisti, al tempo dell’imperatore Acoka che visse dal 264 al 227 a.C., i primi ospedali destinati agli animali ammalati o feriti. L’iniziativa fu poi ripresa nel secolo XVIII da Vivekananda.

In Iran, Zarathustra afferma in una sua “Gathà”, che chi ha cura del bestiame, senza nutirsi della carne “massacrata e fatta a pezzi”, avrà lo Spirito Santo e la Verità. Ha sostenuto anche: “Chi uccide un cane uccide la sua anima! ”.

In Grecia, il profeta della Tracia, Orfeo, come tutti i grandi dello spirito, è attorniato dagli animali che vengono affascinati dal suo amore, dalla sua voce, dal suono del suo flauto. Il pensiero di questo vegetariano, sacerdote di Apollo-Sole, è rimasto nel cuore dei discepoli per un millennio, fino a raggiungere Pitagora e Plutarco.

Questo storico greco, che teneva a Roma conferenze nella madrelingua, era stato iniziato in Egitto anche alla religione di Iside e di Osiride. Ripeteva le parole di Orfeo sugli animali: “come voi hanno un’anima… astenetevi perciò dal mangiare il cibo a base di carne!”.

Era l’epoca delle catacombe cristiane. I discepoli di Gesù di formazione greco-latina, quando fecero scolpire nel IV secolo il Buon Pastore che porta sulle sue spalle l’agnello troppo debole per camminare, avevano certamente veduto le statue di Orfeo, che si possono ora ammirare nei musei, trovandovi una prefigurazione.

Plutarco ha delle espressioni delicatissime: “E’ una cosa barbara vedere i vecchi cavalli quando non sono più utili. Significa non aver riconoscenza per i servizi resi. L’uomo veramente buono deve tenere con sé i cavalli e i cani anziani, anche se non sono più utili”.Tutta la letteratura greca manifesta sentimenti nobili nei riguardi degli animali. Valga per tutti l’episodio del cane di Omero, Argo, che attende il padrone per morire, come leggiamo nell’Odissea.   Tra le grandi religioni, l’ebraico-cristiana, se si vuole essere oggettivi, è ambivalente. L’Antico Testamento, del quale tratteremo a parte, anche per maldestre interpretazioni, è stato causa di indifferenza, ma insieme anche di apprezzamento per gli animali. Il Libro della Genesi, che parla di “guida” e non di “dominio” da parte dell’uomo su di essi, annuncia l’alleanza di Dio con gli uomini, gli uccelli, il bestiame e tutti gli animali della terra “che sono con voi”.

Nimrod, figlio di Kush, fondatore di Ninive, è l’antenato degli Assiri, grandi massacratori di popoli. Di lui è detto che “fu un cacciatore, a dispetto dell’Eterno”. Saranno i profeti Amos, Osea, Isaia e Geremia, a condannare i sacrifici, purtroppo senza alcun esito. Geremia ha perfino l’ordine da Dio di mettersi sulla porta del Tempio per dissuadere coloro che vi entravano per offrire sacrifici.

Con il Nuovo Testamento, la venuta del Figlio di Dio libererà finalmente il mondo non umano dalle crudeltà del sacrificio rituale. L’Ultima Cena sarà lo spartiacque tra due epoche, la cerniera tra la barbarie dei sacrifici antichi, un vero mattatoio biblico, ed il sacrificio di Cristo. Il suo Sangue sostituisce quello degli animali. E’ lui ora l’Agnello di Dio. “E’ impossibile  che  il  sangue  dei tori e dei caproni – scrive l’autore della lettera agli Ebrei – liberi dai peccati”.  Purtroppo, come ha dimostrato Robert Smith, il sacrificio sull’altare costituisce la parte essenziale del rito delle religioni antiche. L’altare è nato per il sacrificio. Ogni altare ci ricorda perciò inevitabilmente le immani sofferenze degli animali.

Le intenzioni sacrificali erano le più diverse e derivano dalle concezioni che si avevano di Dio. In origine sembra che il sacrificio non fosse altro che “atto di unione sociale tra le divinità e i suoi adoratori”. In epoche successive divenne un’offerta fatta alla divinità per placarla e renderla propizia.

La spiegazione delle cosiddette “ecatombe”, che venivano compiute in Grecia e dappertutto, deriva dalla sostituzione “vicaria” che veniva addossata agli animali in vece dell’uomo.

Nei sacrifici, una parte consistente della vittima apparteneva ai sacerdoti. Si può capire, allora, come il monoteismo di Akenaton fallisse, avversato dai sacerdoti degli altri templi che erano stati fatti chiudere dal faraone. Si comprende anche, come i sacerdoti del tempio di Gerusalemme avessero, oltre ai dolori reumatici perché dovevano camminare scalzi sui pavimenti marmorei, malattie uricemiche, avendo l’azotemia elevata per il continuo consumo di  carne.

Oltre a questo carattere “sostitutivo” sacrificale, gli animali nelle antiche religioni hanno sempre avuto un valore in sé, fino ad essere creduti dotati di anima immortale. Pitagora e Anassagora, a differenza degli Stoici che ritenevano l’animale un’emanazione divina, pensavano che le anime degli animali, imperiture come quelle degli uomini, scaturissero dall’Anima del Mondo, forza e sostanza intermedia, fra il cosmo e Dio. Così pensavano anche Platone e gli  Alessandrini.

Aristotele distingue tre anime: vegetativa o nutritiva, sensitiva e razionale. Attribuisce la prima alle piante, la seconda agli animali, la terza agli uomini. Sarà il filosofo inglese Bacone a rifiutare l’anima vegetativa. Cartesio, in seguito, dichiarando che gli animali sono “automata”, “macchine”, li priva dell’anima sensitiva.

I cattolici, facendo propria l’opinione di Cartesio, per l’intento di conciliare fede e scienza, si immettono per una via sbagliata. L’oratoriano Malebranche, dando un calcio ad una cagna gravida che lo importunava con i suoi guaiti, mentre discorreva di filosofia con un amico, si giustificò così con lui: “Non si preoccupi! Questa cagna grida, ma non ha sensibilità”.

Kant e Bentham riproporranno il problema della sofferenza degli animali. La Chiesa uscirà tra alterne vicende dal buio del Medioevo, che vedeva sovente in essi delle manifestazioni demoniache, con Giovanni Paolo II, il papa che parlando del soffio divino presente anche negli animali e non soltanto nell’uomo, ha ridato a queste creature il valore e la dignità che esse meritano.

 

 

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