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La scelta vegetariana, una scelta d’amore PDF Stampa E-mail
Scritto da Annalisa   
Venerdì 07 Marzo 2014 19:47

La scelta vegetariana, una scelta d’amore


Scuola Superiore di Scienze dell’Educazione San Giovanni Bosco - Corso di Laurea in Scienze dell’Educazione
Anno Accademico 2013/2014
Educazione e scienze della religione - Prof. Eugenio Binini
Candidata: Corsi Silvia


1 - L’inizio di un percorso

Non saprei dire se c’è stato un momento preciso in cui ha cominciato a prendere forma dentro di me l’idea di diventare vegetariana.


Una delle motivazioni che mi hanno spinto verso questa decisione credo sia una certa predisposizione, e dunque in parte sono convinta che questa scelta era già scritta nel mio destino: ripenso a quando, da bambina, mi portavano a vedere i pescatori sul pontile, ed io soffrivo incredibilmente nel vedere i pesci agonizzanti che cercavano con insistenza di ritornare nel mare, e mi chiedevo come potesse essere possibile che nessuno facesse nulla per salvarli.  Così come ricordo il disgusto che provavo nel dover mettere in bocca pezzi di carne e nel doverli masticare. Ora so che si trattava di una sorta di empatia, che è una componente essenziale per la crescita di ogni essere umano, perché consente di capire ciò che l’altro prova, di mettersi nei suoi panni, e induce quindi a strutturare il proprio comportamento nel rispetto dell’altro. Ma con il tempo mi ero convinta che questa grande angoscia che provavo dipendesse da un difetto del mio carattere, un’estrema sensibilità che ho imparato a soffocare. Le cose che da bambina respingevo con orrore hanno cominciato a diventare parte delle mie abitudini, e vedere pesci agonizzanti  o tir carichi di maiali destinati al macello sono diventati in seguito la “normalità”.

D’altra parte poi capita nella vita di fare incontri (più o meno piacevoli) e vivere esperienze (gratificanti o dolorose) che spesso contribuiscono non solo a formare e rafforzare il nostro carattere ma anche a far uscire allo scoperto quella che è la vera natura di ognuno di noi:  i vari “ingredienti” della nostra personalità (compresi pregi e difetti) sono tanti piccoli semi custoditi nel nostro cuore, e ad ogni passo del nostro cammino diamo ad essi l’acqua e il nutrimento di cui hanno bisogno per crescere.

Oltre al contatto con alcune persone che da tempo erano diventate vegetariane, uno degli incontri che sono stati determinanti per l’inizio di una mia più attenta riflessione attorno alla possibilità di diventare vegetariana è stato quello con la mia cagnolina Dina. Questa tenera cucciolotta (oggi in verità comincia ad essere una tenera vecchietta) è entrata a far parte della mia famiglia oltre nove anni fa. In un periodo in cui ero spesso preda della malinconia e dello sconforto perché cercavo inutilmente di diventare mamma, Dina ha saputo riempire la mia vita di gioia e serenità. Prendermi cura di questa creatura, guardarla negli occhi, relazionarmi con lei, mi ha aperto il mondo su una realtà che non immaginavo, mi sono accorta che era come se prima di allora non avessi mai visto un cane, poiché in effetti vedevo con gli occhi, ma non vedevo con il cuore. Solo avendo esperienza diretta di qualcuno o di qualcosa si riesce a comprenderne pienamente il valore. Così ha parlato James Cromwell, attore americano protagonista del film “Babe, maialino coraggioso”: Se ogni bambino venisse a contatto con la realtà degli allevamenti intensivi non avrebbe mai più il coraggio di toccare carne. Io fui talmente affascinato dall’intelligenza, il senso di divertimento e la personalità degli animali quando lavorai a “Babe” che, alla fine del film, diventai subito vegetariano. Ora è vegano.

Così da allora ho cominciato a pormi delle domande, cercare spunti su cui riflettere e su cui anche tentare timidamente di far riflettere le persone intorno a me. Se era così grande il bene che provavo per questo animale, che amavo e accudivo quasi come fosse un figlio, come potevo non pensare a tutte le creature che invece venivano torturate e uccise negli allevamenti intensivi e nei laboratori dove si fa sperimentazione animale?


2 - La grandezza di una persona

La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali. E’ una famosa frase pronunciata da Gandhi che ho letto numerose volte, ma di cui solo negli ultimi anni credo di averne compreso appieno il significato.

Può sembrare strano, e può persino indignare, che una persona che nella sua vita ha subìto sulla sua pelle tanti torti ed ha toccato con le sue mani e visto coi suoi occhi tante ingiustizie e sofferenze nei confronti degli esseri umani possa avere nell’animo la preoccupazione per degli esseri considerati ancora dalla maggior parte delle persone “esseri inferiori”.

Ma non è così. Se l’uomo non è in grado di rispettare e di prendersi cura di un animale è perché, per quanto possa sostenere il contrario, non ha ancora imparato a prendersi cura di chiunque sia altro da sé, che si tratti di un altro uomo o di un animale. Non voglio dire che bisogna imparare ad amare e rispettare gli animali per riuscire a fare lo stesso con gli uomini, ma neanche deve avvenire il processo inverso: dovremmo imparare a nutrire un sincero amore e ad avere considerazione indistintamente per tutto ciò che è “altro” rispetto a noi, che si tratti di esseri viventi o no, che sia il tuo vicino di casa, o una persona di “un’altra razza”, o un animale, un fiore, una pianta, il mare, il cielo, la terra...

La grandezza di una persona non si misura solo da come si comporta con i suoi pari, ma anche e soprattutto dall’atteggiamento che pone nei confronti degli esseri più deboli, indifferentemente che si tratti di altri esseri umani, anziani, bambini, persone con handicap, o che si tratti di animali. L’uomo giusto – sostiene Albert Schweitzer, medico e teologo tedesco, Premio Nobel per la pace nel 1952 – è colui che, quando trova un verme che si è smarrito dopo un temporale e si sta seccando sull’asfalto, rimette l’animale nell’erba senza chiedersi di quanta intelligenza sia dotato. Lo salva perché è vivo e la vita è sacra.

E’ questo che si sta perdendo soprattutto in questa nostra epoca e in questa nostra società così tanto governata dal consumismo, da falsi valori attribuiti più agli oggetti, all’avere, piuttosto che all’essere. Non siamo più in grado di giudicare le cose obiettivamente, non siamo più in grado di fare una cosa semplicemente perché è la cosa giusta da fare, senza valutare il profitto per le nostre tasche o lo svantaggio che ci può derivare in termini economici, o di perdita di tempo. Stiamo perdendo la nostra umanità.


3 - Una questione di “morale”

Ho letto circa un anno fa, su un libro di Valdo Vaccaro (1), questa frase che mi è rimasta particolarmente impressa:   Risuonano le parole franche del commerciante di bovini americano Henry Pace: “Per me la mucca è un frigorifero. Non è affatto un essere vivente e sensibile e, se lo è, la cosa non mi riguarda. Vendere dieci mucche o dieci frigoriferi è la stessa identica cosa. Solo che vendendo mucche si guadagna molto di più. E questo ha rilevanza morale in una economia basata sul profitto.”

Parole di una franchezza disarmante che, seppur preferibili rispetto al buonismo di tante persone che si dichiarano amanti degli animali anche mentre ne indossano la pelliccia, lasciano un senso di disgusto e di stordimento a cui inizialmente si fa quasi fatica a reagire. Una mucca, un animale con un cuore che batte, sangue che scorre nelle vene, polmoni che si riempiono di aria, capace di provare dolore per lungo tempo dopo che le è stato tolto il vitellino (2) esattamente come una madre umana alla quale viene tolto il suo bambino, e capace di provare un autentico terrore nei momenti che precedono la sua uccisione, viene invece paragonata ad un oggetto, freddo ed inanimato, le viene negata la sua stessa vita. Non è affatto un essere vivente e sensibile sostiene inizialmente Henry Pace, per poi aprirsi all’eventualità di sbagliarsi in questa sua convinzione, sostenendo però se lo è, la cosa non mi riguarda: non vi è alcuna differenza tra commerciare oggetti o creature viventi, il suo lavoro consiste nel vendere merce e trarne profitto, ed è questo che conta. Fino al punto di arrivare a parlare di rilevanza morale, in un contesto dove di morale ce n’è ben poca!

Attribuire rilevanza morale a qualsiasi cosa procuri profitto economico mi pare quanto di più amorale ci possa essere (anche senza considerare le conseguenze in termini di sofferenza per questo tipo di business), e apre la porta ad una serie di interpretazioni che rischiano di diventare molto pericolose, perché ne scaturisce che le persone possano lecitamente considerare morale qualsiasi cosa riesca a recare loro un guadagno economico o di altro tipo. Non che i parametri economici siano da trascurare – che anzi restano alla base per un reale miglioramento delle condizioni materiali di vita – ma è necessario che vengano integrati da parametri “antropologici” ed “ecologici”. Sicché, se un modello di sviluppo assicura un incremento di ricchezza economica, ma contemporaneamente produce un generale impoverimento antropologico, o un danno ecologico, ebbene quel modello di sviluppo è da ritenere «non sostenibile», in quanto intrinsecamente violento, iniquo, non orientato ad un’economia di pace. (3)

Non per nulla Ivan Illich intendeva per CONVIVIALITÀ il contrario della produttività industriale e scriveva nel suo saggio (4): Ognuno di noi si definisce nel rapporto con gli altri e con l’ambiente e per la struttura di fondo degli strumenti che utilizza. Questi strumenti si possono ordinare in una serie continua avente a un estremo lo strumento dominante e all’estremo opposto lo strumento conviviale: il passaggio dalla produttività alla convivialità è il passaggio dalla ripetizione della carenza alla spontaneità del dono. [...] Il rapporto industriale è riflesso condizionato, risposta stereotipa dell’individuo ai messaggi emessi da un altro utente, che egli non conoscerà mai, o da un ambiente artificiale, che mai comprenderà; il rapporto conviviale, sempre nuovo, è opera di persone che partecipano alla creazione della vita sociale.


4 - L’importanza di una educazione al vegetarianesimo

Un’operaia ha spiegato che negli allevamenti, le scrofe, costrette a stare sul cemento, provano dolori talmente forti da non poter più camminare. “Nello stabilimento dove lavoro” - ha detto – “trascinano fuori dalla gabbia quelle ancora vive che non riescono più a stare in piedi, mettono una morsa di metallo intorno all’orecchio o alla zampa, e con quella le trascinano per tutta la lunghezza dell’edificio. Gli animali urlano dal dolore. Sul cemento la pelle si scortica e la morsa strappa loro le orecchie”. In quelle condizioni le scrofe sono accumulate in cataste, dove rimangono anche per due settimane fino a quando il camion del macello arriva a prelevarle per portarle agli impianti di lavorazione dove vengono macinate per ottenerne prodotti commerciabili. (5)

Questa è solo una delle infinite testimonianze del maltrattamento che migliaia di animali sono costretti a subire ogni giorno, ed è importante che informazioni come questa vengano diffuse. Non è più possibile restare ciechi e sordi di fronte a tale sofferenza. Se vogliamo davvero poterci definire esseri umani dobbiamo dimostrare di avere nel cuore questa umanità e dobbiamo darne continuamente prova sia a noi stessi che al prossimo.

La scelta vegetariana non è una scelta alimentare: è una scelta di amore e di rispetto nei confronti degli animali, ma è anche, per diversi motivi che sono perlopiù sconosciuti alla maggioranza di noi, una scelta di amore e di rispetto verso noi stessi. Da una parte perché comporta una maggior salute del nostro corpo, una vita più lunga ed in migliori condizioni fisiche. Dall’altra perché c’è una forte relazione tra allevamenti intensivi e deforestazione, inquinamento, eccessivo consumo di acqua: per mangiare carne viene sprecata una percentuale di acqua di gran lunga più alta che non per ottenere la stessa quantità di proteine vegetali, ed una quantità enorme di terreni, che basterebbe per sfamare l’intero mondo, viene invece coltivata per sfamare il bestiame anziché le persone; tutto questo con conseguenze tragiche per l’ambiente e dunque per la nostra stessa salute.

Si è spesso sostenuto che la deforestazione tropicale è dovuta principalmente alla pressione dell’incremento demografico nel terzo mondo. Nel “caso dell’hamburger”, invece, essa è dovuta quasi interamente alla pressione del crescente consumismo in nazioni avanzate che si trovano a migliaia di chilometri. (6) La causa non va quindi ricercata nella risposta ad un bisogno primario di molti, ma nell’ingordigia di pochi: nel mondo, come diceva Gandhi, c’è quanto basta per le necessità dell’uomo, ma non per la sua avidità.

E’ chiaro che, nelle scelte che facciamo ogni giorno, non possiamo più prescindere da tutte queste considerazioni. Non è più possibile tollerare e giustificare l’arroganza dell’uomo che si ritiene legittimato a compiere qualsiasi scelleratezza in nome di un breve ed illusorio tornaconto personale. Non possiamo accettare che ci sia un continuo aumento del consumo di carne, se questo comporta sofferenza, distruzione, fame e morte, tanto per gli animali quanto per gli esseri umani.

Pitagora non poteva nemmeno immaginare quanto avesse ragione quando, oltre 2500 anni fa, affermava: Finché gli uomini massacreranno gli animali, si uccideranno tra loro. Colui che semina il seme del dolore e della morte non può raccogliere amore e gioia.

Siamo diventati i peggiori nemici degli animali, ma anche di noi stessi. E’ arrivato il momento di seminare il seme della gioia e della vita, di capire che siamo tutti parte di una magnifica creazione che, proprio in nome di una tanto sbandierata superiorità dell’essere umano, siamo chiamati a tutelare. Non possiamo più ragionare per compartimenti stagni. L’amore ed il rispetto per noi stessi coincidono con l’amore ed il rispetto verso gli altri, uomini, animali, chiunque e qualsiasi cosa faccia parte dell’intero universo.

Anche all’interno della Chiesa Cattolica l’idea dell’uomo come essere superiore agli altri, e pertanto padrone del mondo intero, comincia a lasciare spazio all’idea dell’uomo che, quale creazione di Dio, collabora con lui e con i suoi simili alla custodia di questo straordinario progetto divino.

In un articolo possiamo leggere: "Nel libro della Genesi infatti, si legge che Dio, una volta terminata la creazione, la affida all’uomo per essere dominata e soggiogata (Gen. 1,28) coltivata e custodita (Gen. 2,15). Lungo i secoli però l’uomo si è dimenticato del suo ruolo di custode amorevole del creato e si è sempre comportato da padrone dispotico e distruttivo. I verbi dominare e soggiogare, sono stati spesso mal interpretati e hanno favorito il maltrattamento e il disprezzo del mondo animale. In realtà il significato profondo dei due verbi è ben diverso da quello che gli abbiamo sempre attribuito: essi si traducono in “abitare la terra in un’armonia piena, cioè possedendola in un rapporto premuroso e armonico, ed infine esercitare una potestà simile a quella genitoriale”. (7)

Mi piace concludere ricordando queste parole pronunciate dal Santo Padre durante uno dei suoi primi discorsi dopo l’elezione a papa: "La pace si costruisce nella verità, perché non vi può essere pace vera se ciascuno è la misura di se stesso, se ciascuno può rivendicare sempre e solo il proprio diritto, senza curarsi allo stesso tempo del bene degli altri, di tutti, a partire dalla natura che accomuna ogni essere umano su questa terra (…) Lottare contro la povertà sia materiale, sia spirituale; edificare la pace e costruire ponti. Sono come i punti di riferimento di un cammino al quale desidero invitare a prendere parte ciascuno dei Paesi che rappresentate. Un cammino difficile però, se non impariamo sempre più ad amare questa nostra Terra. Anche in questo caso mi è di aiuto pensare al nome di Francesco, che insegna un profondo rispetto per tutto il creato, il custodire questo nostro ambiente, che troppo spesso non usiamo per il bene, ma sfruttiamo avidamente a danno l’uno dell’altro". (8)





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Note:


(1) Valdo Vaccaro, “Alimentazione naturale – Manuale pratico di igienismo-naturale. La rivoluzione vegetariana: mangiare bene per vivere meglio”, Anima Edizioni, Milano, marzo 2009, pag.288

(2) Ogni tanto i muggiti erano continui e strazianti, giorno e notte. Le hanno tolto il vitellino, mi diceva il babbo, e la povera mucca lo cercava disperata per giorni e giorni, una bestia, che secondo Cartesio sarebbe stata qualcosa di simile a una macchina, un robot che agiva solo per istinto, incapace di sentimenti e di dolore, un automa.  da Margherita Hack, “Perché sono vegetariana”, Edizioni dell’Altana, Roma, novembre 2011, pag.39

(3) Antonio Nanni, “Educare alla convivialità. Un progetto formativo per l’uomo planetario”, Editrice Missionaria Italiana, pag.91

(4) Ivan Illich, “La convivialità”, Mondadori, Milano, 1974

(5) Charles Patterson, “Un’eterna Treblinka – Il massacro degli animali e l’Olocausto”, Editori Riuniti, Roma, 2003, pag.126 (testimonianza e nota bibliografica trovata su internet)

(6) Antonio Nanni, “Educare alla convivialità. Un progetto formativo per l’uomo planetario”, Editrice Missionaria Italiana, pag.93

(7) “Cattolici Vegetariani: custodi o padroni del creato?”, Articolo su PRESENZA, Quindicinale dell’Arcidiocesi Ancona-Osimo, numero 14 del 10 luglio 2012

(8) Discorso del Santo Padre Francesco, Sala Regia, Venerdì 22 marzo 2013. Udienza al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede

 

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 07 Marzo 2014 19:54
 
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