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"Nell'Arca di Noè" di Mons. Mario Canciani - Il mattatoio biblico PDF Stampa E-mail
Scritto da Annalisa   
Lunedì 10 Marzo 2014 09:02

"Nell'Arca di Noè" di Mons. Mario Canciani
Il mattatoio biblico


I turisti che visitano l’Acropoli di Atene, mentre salgono frettolosamente le gradinate per ammirare da vicino il Partenone, non si avvedono dell’antico accesso a zigzag per facilitare l’accesso degli animali destinati al sacrificio. L’ho scoperto con commozione in un mio ultimo viaggio in Grecia. In occasione della processione delle Panatenee, rappresentata brillantemente sul fregio del Partenone, conservato al British Museum di Londra, le vittime erano condotte dai rappresentanti di tutte le regioni dell’Attica. La festa terminava in una “ecatombe”. Questo termine designava, all’origine, il sacrificio rituale di cento buoi. Più tardi fu usato per ogni grande sacrificio di animali. I sacrifici, prima ancora che Ittico e Callicrate nel V secolo a.C. costruissero il Partenone, venivano praticati sullo stesso sito, nell’epoca preistorica, dai Pelagi. Altari per i sacrifici se ne possono vedere in Grecia a Micene, di 1500 anni a.C., a Delfi, ad Eleusi, ad Argo, ad Epidauro, a Corinto.


I culti misterici, importati soprattutto dall’Oriente e presenti anche nei Mitrei di Roma, finivano spesso nel bagno rituale con il sangue di un toro. Il sacrificio acquista in questo caso il significato di una lotta interiore. Secondo la scuola di C.G. Jung, va interpretato, similmente ad altri riti dionisiaci, come un simbolo della vittoria della natura spirituale dell’uomo sulla sua animalità, di cui il toro è il simbolo cornuto. Poiché i templi egiziani sono pieni di immagini di massacri umani, alcuni storici hanno creduto che si trattasse di sacrifici umani. Queste scene sanguinarie rappresentano invece la vittoria del faraone sui nemici. Hanno forse anche una funzione magica, quella di realizzare quello che viene rappresentato.

Che l’animale avesse un ruolo sostitutivo dell’uomo lo vediamo soprattutto nella Bibbia. Gli israeliti vivevano tra popoli che arrivavano a sacrificare bambini e fanciulle. I Cananei, come ho osservato al Museo Rockfeller di Gerusalemme, mettevano ai quattro angoli di una nuova casa i primi quattro nati. E’ impressionante vedere le anfore con questi bambini calcificati al di dentro. Quando le divinità erano considerate crudeli, come il Dio Moloch in Canaan, o il Dio Uitzilopotli in Messico, si pensava che fosse necessario, anche se a così caro prezzo, procurarsene la protezione. C’erano anche altri motivi per queste uccisioni. Agamennone, per esempio, dopo aver ascoltato l’oracolo, sacrificò la figlia Ifigenia per la vanità di ottenere una vendetta sicura. Il sacrificio, in genere, veniva fatto per rendere qualcosa o qualcuno, sacro, cioè separato da colui che lo offriva, e donato a Dio a testimonianza di dipendenza, obbedienza e pentimento, ma anche d’amore. Per questo motivo, ciò che veniva offerto, veniva bruciato o distrutto e reso intoccabile, essendo ormai proprietà inalienabile di Dio. Ho veduto nel Nepal i migliori cavalli del branco correre liberi nei boschi dopo il fischio sacro che li dedicava alla divinità.  

Gli Ebrei che evitavano di entrare in conflitto con i Cananei, a differenza di altri popoli, non condividevano però questi sacrifici di vite umane. Il mancato sacrificio di Isacco da parte di Abramo, era una allegorica proibizione in tal senso. L’azione o il gesto del sacrificio, nell’Antico Testamento, simbolizza il riconoscimento da parte dell’uomo della supremazia divina. Nella Bibbia, è il terzo Libro del Pentateuco, il Levitino, a riferire la legge, il rituale e le ulteriori specificazioni dei primi tre grandi sacrifici. In questo libro, per materie, redazioni e cronologie diverse, viene posta sulla bocca di Dio un’espressione ricorrente nella mentalità delle varie religioni del tempo: “Parla ai figli di Israele e dì loro: Quando uno di loro presenterà un’offerta al Signore, potrà farla di bovini o di ovini”.  

Il primo sacrificio è per gli Ebrei l’olocausto. Sulla testa della vittima, sempre di sesso maschile, perché doveva rappresentare insieme la forma e la bellezza, l’offerente metteva la sua mano destra come segno di solidarietà. Per motivi che oggi ci sfuggono, il Levitino, per gli olocausti di volatili, riconosce validi soltanto le tortore e i colombi. Il libro, vero manuale di macelleria, illustra come uccidere, scorticare, lavare la vittima. In questo sacrificio, ritenuto il più nobile, tutto veniva bruciato e distrutto.  

Il secondo sacrificio del quale è dato il rituale, è l’oblazione, un sacrificio incruento consistente nell’offerta di prodotti vegetali. L’offerta era sempre accompagnata dai seguenti elementi: olio, vino, incenso, sale. Quest’ultimo non doveva mancare in ogni tipo di sacrificio, cosicché ogni alleanza inviolabile era detta alleanza di sale. Il simbolismo del sale, originato dal pasto preso in comune per stringere amicizia, doveva essere sempre vivo. In questo senso deve essere interpretato il passo del Vangelo di Marco “voi siete il sale della terra”, “siete i riconciliatori del mondo!” 

Il terzo sacrificio, regolamentato nei dettagli dal Levitino, è quello “pacifico”. Era il sacrificio cruento nel quale la vittima veniva divisa in due: una parte veniva distrutta e offerta a Dio; una seconda parte serviva per il caratteristico convivio sacro nel quale “si mangiava e beveva davanti a Dio”. Offerto nelle più svariate circostanze, poteva essere di ringraziamento, spontaneo, votivo. A parte c’erano poi i sacrifici di espiazione e di riparazione. I poveri animali venivano sacrificati in riti diversi, per i peccati del Sommo sacerdote o per i peccati di tutta la comunità. Era consistente l’idea che il peccato potesse interrompere la possibilità di comunicazione morale-spirituale tra il tempio di Dio e la nazione, tra il Dio dell’alleanza e i suoi fedeli. Quando c’erano state lesioni del diritto di proprietà o altre lesioni materiali, dopo la restituzione completa di quanto sottratto, con l’aggiunta del profitto ricavato più la metà di un quinto del valore totale, si procedeva al sacrificio di restituzione. Anche in questo caso erano gli animali a sobbarcarsi ad una ennesima sofferenza.  

Per avere solo un’idea di questa immane ecatombe biblica si pensi che Salomone, al tempo dell’epoca di Israele, fece i seguenti sacrifici: per la sua incoronazione ci fu il sacrificio di mille giovenchi, mille arieti, mille agnelli; a Gabaon, come viene detto nel 1° Libro dei Re, offrì mille olocausti, e lo stesso face in altre molteplici occasioni: a Gerusalemme, per esempio, davanti all’arca dell’alleanza del Signore, offrì olocausti, compì sacrifici di comunione dando un banchetto per tutti i suoi servi; nella festa della dedicazione del tempio immolò al Signore, “in sacrificio di comunione, 22000 buoi e 120000 pecore…”   

Chi non partecipava a questa comunione tra Dio e il popolo era proprio la povera bestia che tra l’altro dovette fare la stessa fine allorché Salomone, “…commettendo ciò che è male agli occhi del Signore”, si mise in vecchiaia ad adorare le divinità delle sue mille mogli, la dea Astante di Sidone, Milcom obbrobrio degli Ammoniti, Camos il dio degli Ammoniti.  

Saranno i profeti, in particolare Isaia, a predicare che il solo sacrificio valevole è la purificazione dell’anima. “Voglio misericordia e non sacrifici di animali” dice il Signore. “Non gradisco il sangue di tori e di agnelli. Smettete di presentare offerte inutili…” 

Sarà Amos, il primo profeta in ordine cronologico tra i profeti-scrittori, a smentire i Libri dell’Esodo, del Levitino, del Deuteronomio: “Dice il Signore: non posso respirare l’odore dei vostri sacrifici. Non provo alcun piacere e non guardo neppure i vitelli ingrassati che voi sacrificate per ottenere la grazia”. Dio non pretende un culto in cui si assassinano le sue creature. E Osea, contemporaneo di Amos, scrive: “E’ nell’amore che mi compiaccio, non nei sacrifici”. Con gli animali Dio ha stretto un’alleanza: “concluderò un’alleanza con gli animali dei campi, gli uccelli dei cieli e i rettili della terra”.   

Isaia arriva a dire che “… sono felici coloro che non lasciano continuamente legato alla catena il loro cane”. Sentenzia anche: “Chi uccide un bue è come colui che uccide un uomo. Chi sacrifica un agnello è come colui che rompe la nuca a un cane”.  Geremia chiama il Tempio “Caverna di assassini” come poi lo chiamerà Gesù, perché vi viene versato il sangue  di animali innocenti. “Per via della cattiveria umana muoiono gli animali e gli uccelli”. Per il profeta Giona gli animali hanno la stessa importanza dei 120000 uomini di Ninive. La gioia della vita, anche degli animali, viene affermata dal Libro di Daniele, un “Cantico delle Creature” ante litteram: “Montagne e colline, piante e fontane, mari e fiumi, mostri marini e tutto quanto si agita nelle acque, uccelli del cielo, animali selvaggi e greggi, bambini, benedite il Signore, lodatelo, esaltatelo in eterno.”  

Nel libro di Tobia c’è un particolare delicatissimo: “Il cane che li accompagnava correva davanti, e ogni volta che ritornava sui suoi passi, agitava la coda per dimostrare il suo affetto ai suoi compagni di viaggio”. 

Come si spiega questa evidente ambivalenza della Bibbia nei riguardi degli animali? Dopo attente ricerche, con la consulenza del mio amico tedesco Franz Susman, ho scoperto la chiave per una soluzione. San Girolamo scrive a Gioviniano che il permesso accordato da Dio dopo il diluvio, come si legge nella Genesi, è una interpretazione tardiva del III secolo a.C., un’epoca in cui “… i costumi si erano completamente appiattiti”. In un Libro ritenuto canonico dai Copti, il sacrificio di Abele sarebbe stato “vegetariano”, di frumento e frutta, quello di Caino “carnivoro”, di animali.  

Vorrei auspicare una cosa: si tolga dalla liturgia cattolica del Giovedì Santo il testo dell’Esodo che prescrive il sacrificio dell’Agnello pasquale. E’ solo una cattiva memoria di una pratica mediorientale che non merita neppure di essere ricordata. I fedeli potrebbero trovarvi una giustificazione per celebrare la Pasqua con l’agnello con le patate al forno. Molte persone intelligenti e sensibili hanno già abbandonato questa tradizione che non tiene conto delle sofferenze a cui sono sottoposti migliaia e migliaia di agnelli. 

Di grande importanza è nell’Antico Testamento il racconto del diluvio. Sarebbe interessante mettere in risalto le analogie tra il racconto biblico del diluvio e quello dell’undicesima tavola dell’antico poema babilonese Gilgamesh, oppure seguire l’intreccio del racconto jahvistico con quello del documento sacerdotale. Sorprendentemente il redattore finale del racconto non ha eliminato le contraddizioni di queste due tradizioni.  Nella prima, il numero degli animali è di sette paia degli animali mondi e di un paio dei non mondi; nella seconda, due paia di ogni specie. Quanto alla durata del diluvio è di 40 giorni e di 40 notti, oppure di 150 giorni. Per l’invio di uccelli dopo la fine del diluvio, è una colomba nella tradizione jahvistica; un corvo in quella sacerdotale.          

Questo è quanto troviamo nei capitoli 6,7,8, della Genesi. Questi aspetti letterali sono certamente di secondo piano di fronte al messaggio biblico dell’”Arca di Noè”, dove tutti, uomini e animali sono salvati insieme dalla catastrofe. Quel messaggio antico è valido anche per oggi. Di fronte a un’immane catastrofe ecologica, tutti dobbiamo fare qualcosa per questa nuova “Arca di Noè” che è il pianeta Terra.

 

 

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Ultimo aggiornamento Giovedì 10 Aprile 2014 19:38
 
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