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"Nell'Arca di Noè" di Mons. Mario Canciani - Passerotti al mercato PDF Stampa E-mail
Scritto da Annalisa   
Lunedì 31 Marzo 2014 08:16

"Nell'Arca di Noè" di Mons. Mario Canciani
Passerotti al mercato


Per quello strano personaggio biblico che è l’animale, eroe senza scampo tra le mani dell’uomo, tutto comincia a cambiare con l’avvento del Nuovo Testamento. San Paolo, che scrive prima degli Evangelisti, nella Lettera ai Romani afferma: “Tutta la creazione geme nel travaglio del parto”. Pensando ai sanguinosi sacrifici di animali che si tenevano anche a Corinto, chiede ai Romani sulla linea dei profeti, di offrire piuttosto il loro corpo come “vittima vivente”, “…per poter discernere ciò che è buono, gradito a Dio e perfetto”. Il sacrificio della Nuova Alleanza è del tutto diverso dall’Antica. Non è più l’agnello sacrificato al centro del rito di Pasqua. Il Pane e il Vino sacramentalmente diventano il Corpo e il Sangue del Signore. A differenza degli Apocrifi, i vangeli canonici non parlano molto di animali. In realtà, come vedremo, diversi sono gli accenni. Ciò che più conta nei Vangeli, è la prospettiva di fondo. Il mondo con le sue creature non è un fondale per l’uomo. Forse non è neppure una visione semplicemente cosmica. Gesù di Nazaret più che alla Creazione guarda al Creatore.


Nel cuore stesso del messaggio c’è l’annuncio di un Dio-Abba, cioè Padre straordinariamente vicino. Per Gesù la bontà del Creatore viene prima della bontà della Creazione, il visibile dopo l’Invisibile. Tuttavia il mondo può essere decifrato da un insieme di “segni” che permettono di riconoscere il “Totalmente Altro”.

Gli uccelli del cielo si collocano, nei Vangeli, in quell’asse verticale che sfugge al dominio dell’uomo, in quel “cielo” dove si irraggia la presenza del Padre. Attraverso essi si intravede l’azione della Divina Provvidenza: ”Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre”. Vedendo che vengono venduti per pochi spiccioli al mercato, dice: “Neppure un passero cade a terra senza che Dio lo sappia”.Gesù di Nazaret cita anche altri uccelli che appartengono al vissuto della quotidianità: la colomba, immagine dello Spirito di cui si deve imitare il candore, i pulcini, che “…la chioccia raduna sotto le sue ali”, così come Egli avrebbe voluto proteggere i “Figli di Gerusalemme”.Il Vangelo vede nel mondo delle acque un’ambiguità radicale. C’è il ricordo del caos primordiale, del Leviatan primitivo, del fango che sfugge alle mani del vasaio. Il “grande pesce” che ingoia Giona è l’immagine evidente della morte, il Leviatan che non avrà l’ultima parola né per il Cristo, che risusciterà al “terzo giorno”, né per Giona, né per i Cristiani che, credendo in Lui, avranno la stessa sorte felice.Anche lo “scorpione” contrapposto nel Vangelo di Luca all’uovo, è segno di morte, con un pungiglione che Paolo di Tarso dichiara ormai dopo la Resurrezione, inefficace. L’uovo, invece, contiene la vita come cibo e come seme.

A queste immagini, che rappresentano il rischio dell’uomo distratto nel suo destino cosmico, il Vangelo contrappone l’attenzione alla freschezza della natura. I pesci compaiono nella moltiplicazione-condivisione dei pani e dei pesci e nei due episodi della pesca miracolosa. Viene sottolineata anche la penuria e la non sottomissione dei pesci che invece “si lasciano prendere” come “si lasciano prendere” gli uomini convertiti dall’annuncio dei tempi nuovi.La simbolica posteriore farà del “pesce” l’”iktus”, l’acronismo di “Gesù Cristo Figlio di Dio, Salvatore”. Gesù nel IV secolo sarà raffigurato come il Buon Pastore. In una civiltà pastorale non potevano mancare pastori, greggi, lupi.   Il Maestro di Nazaret vede il mondo animale senza gli antropomorfismi delle favole, nelle quali gli animali sono come sostituti degli atteggiamenti e dei comportamenti umani.

Non abbiamo ancora pienamente valutato la virtualità concettuale di Gesù in questo campo, ma c’è un’evidente tonalità educativa profondamente umanizzante nei riferimenti evangelici agli animali. Gli stessi discepoli, sempre in cammino, potranno confrontare con essi persino la loro libertà e mancanza di un tetto: “le volpi hanno le loro tane”.   All’esterno del museo di Salonicco al Nord della Grecia, c’è un sarcofago con una bella raffigurazione di Orfeo che ammansisce con il liuto gli animali. Mentre l’osservavo, mi sono ricordato che più volte Cristo viene raffigurato nelle catacombe sotto le sembianze di Orfeo.

Perché questo simbolismo? Nel mito pregresso, il figlio di Zeus calma le fiere. Nel soggiorno di Gesù nel deserto, l’evangelista Marco, che non riporta come gli altri due sinottici il “Midrash” delle tre tentazioni di Gesù, ci dice che Egli, anticipando un Eden ritrovato, “…restava con le bestie selvagge”. Dostoievski dirà: “Il Cristo è stato con gli animali prima di essere con noi”.

L’ammansimento poi è il segno del passaggio dalla selvatichezza all’addomesticamento. Questa armonia riconquistata del Figlio dell’Uomo non è semplicemente per una visione della creazione, ma un archetipo, esemplare per gli uomini, per un’armonia edenica da conseguire: il Regno è al di là dell’Eden, ma è “anche già l’Eden”.

Quando Gesù proclamerà nel discorso della Montagna: “Beati i miti, coloro che sono pieni di dolcezza”, poiché sta parlando ad ascoltatori che hanno familiare il mondo animale, non potrà non riferirsi anche a questo universo popolato di esseri singolari che debbono essere pacificati.

Un giorno non ci saranno più le bestie mostruose delle visioni dell’Apocalisse o la sozzeria delle bestie impure, fortunate comunque, perché non potevano servire né ai sacrifici, né come cibo.Avranno gli animali l’ingresso nella grande casa del Padre? Vivranno ancora misteriosamente nella “nuova terra”?

Quello che è certo è che con il Cristo anche il vicinato animale passa dalla bestialità minacciosa alla compagnia, dalla paura della limitatezza al folto stormire sugli alberi, dalla perdizione alla speranza anche della loro salvezza. Egli ha promesso di attirare “tutto” a sé: “…ciò che è nei cieli e ciò che è in terra”.

Intanto ci ha dato un esempio: quando scaccia i venditori dal tempio, apre le gabbie delle colombe e libera gli altri animali. Sulla spianata e dentro i cortili del Tempio, il cielo mai fu così vivo per lo sbattere di ali di queste colombe in libertà.

Il testo di Matteo 21,13, che corrisponde chiaramente a Geremia 7,11, è molto più brutale di quanto non appaia nelle nostre traduzioni. “Mearat parisim” significa “spelonca di assassini”. E’ una chiara allusione ai sacerdoti del tempio che erano deputati al sacrificio di animali.

Gesù di Nazaret è certamente sulla scia delle profezie di Geremia, Osea, Isaia, che contestano la pratica criminale del sacrificio degli animali. Anche per Lui il sacrificio cruento è un alibi e una sostituzione vicaria inutile. La salvezza non può consistere che nella misericordia. La Nuova Alleanza ristabilisce anche la pace tra tutti i regni della natura.

Il Signore Gesù ha mangiato l’agnello nella Cena del Giovedì Santo? La maggioranza degli esegeti del Nuovo Testamento, sia cattolici che protestanti, sostiene che non è possibile oggi, da un punto di vista storico, stabilire se il banchetto di addio di Gesù avvenne o meno nel mezzo di un una celebrazione pasquale. Solo una minoranza è decisamente per il carattere strettamente pasquale della celebrazione dell’Ultima Cena. Troviamo questa discrepanza fin dalla Chiesa antica. Essa deriva dalle differenti indicazioni di Giovanni e dei Vangeli Sinottici. Secondo Giovanni 18,28, la festa di Pasqua non coincide con il giorno dell’Ultima Cena, ma con quello seguente. Egli infatti nuore nel preciso momento in cui, non lontano dal Golgota, il sacrificio di almeno 50000 agnelli uccisi nel Tempio per essere portati nelle case, raggiunge il punto culminante. L’indicazione diversa data dai Sinottici, deriva dal fatto che in Gerusalemme la Pasqua veniva celebrata secondo due diversi calendari, quello tradizionale legato al ciclo solare e quello degli Esseni, legato al ciclo lunare. Secondo quest’ultimo calendario si sarebbero svolti i fatti, così come sono stati raccontati da Marco, Matteo, Luca.

Ci può essere un indizio di connessione con alcuni elementi che a noi sembrano importantissimi, per sostenere una ipotesi che può scalfire gli schemi tradizionali.   Recenti scavi sul Monte Sion fatti dal Padre Bargil Pixner OSP, hanno dimostrato che la zona del Cenacolo apparteneva agli Esseni i quali mettevano a disposizione delle sale per gli ospiti. Gli Esseni si erano allontanati da Gerusalemme perché non condividevano i sacrifici del Tempio. Giuseppe Flavio scrive: “Mandano offerte al Tempio ma essi non compiono sacrifici, dato che le purificazioni da loro eseguite sono differenti; perciò si astengono dall’entrare in quei recinti del Tempio frequentati da tutta l’altra gente”. Anche Filone riferisce che gli Esseni non sacrificavano animali ed erano vegetariani: “…ritengono che la frugalità con la gioia sia, come in realtà è, un sovrabbondante benessere”. Scrive anche: “…sono longevi, tanto più che oltrepassano i 100 anni, a motivo della semplicità del loro genere di vita”. Secondo Ippolito Romano, Pitagora e gli Stoici del tempo si posero a scuola degli Esseni. Dopo il terremoto del 40 a.C. di Qumran, il “Popolo delle palme” come lo chiamava Giuseppe Flavio, ritornò a Gerusalemme stabilendosi sul Monte Sion. Il portatore di acqua, che troviamo in Luca 22,10, era esseno, poiché solo presso gli Esseni erano gli uomini ad attingere l’acqua.

La cena essena escludeva rigorosamente la carne che era bandita anche nella celebrazione pasquale. Giuseppe Flavio e Plinio definiscono gli Esseni dei veri pitagorici. Non esisteva l’espressione “vegetariano”, in uso solo dal secolo scorso. A Delfi, in Grecia, il filosofo platonico Plutarco, scrisse i testi più importanti sugli animali, sul sacrificio e sul nutrimento divino. “Esiste un tavolo del Signore e uno di Satana – egli scrive – non si può partecipare ad ambedue, non si può astenersi dalla diffusione di sangue solo una mezz’ora al giorno. La misericordia è indivisibile”.

Gesù ha abolito ufficialmente il sacrificio dell’agnello. L’eucarestia non avrà più collegamento con i riti del Tempio, ma con il Pane e il Vino dell’Ultima Cena. La nuova Pasqua cristiana supera e soppianta quella ebraica. Per San Paolo il tema dell’agnello pasquale non appare più in relazione con la Cena del Signore, ma con la sua morte. Restano il cammino dell’esodo, l’acqua dalla roccia. Quando gli Ebrei mangiano l’agnello pasquale Gesù, il vero Agnello, giace nella tomba, e nel suo corpo non vi è traccia dell’agnello rituale. Risuscitato ha attaccato a sé un agnello, che non è quello che lui avrebbe consumato la sera della Cena. A descrivere questa scena è Giacomo, cugino del Signore, che sarà capo della comunità di Gerusalemme per 25 anni. San Girolamo a chiare lettere scrive: “Postquam Christus venit…nec comedimus carnes”; “…dopo che Cristo è venuto non è permesso mangiare le carni”.    Gesù che ha celebrato l’Ultima Cena in una casa di Esseni, chiamati anche “I figli della misericordia”, è stato Lui stesso, come attestano i Vangeli, l’esempio di una misericordia infinita. Ripetutamente nella sua predicazione aveva detto che Dio non vuole sacrifici cruenti. Forse avrà pensato anche a Geremia: “Come potete dire: Noi siamo saggi, la Legge del Signore è con noi? A menzogna l’ha ridotta la penna menzognera degli scribi”.

Giovanni e Paolo scrivono che Gesù sostituì il sacrificio (ed il cibo!) cruento con quello incruento. Come “Pater familias” avrebbe dovuto uccidere propria mano gli animali… in questo caso sarebbe stato inferiore al Buddha che chiede “dayà – compassione – anche per gli animali; a Krishna e a Francesco d’Assisi.

Molti pensano di poter continuare ad avere un diverso atteggiamento nei riguardi degli animali, in base alla Bibbia. Ma che dice la Bibbia? La prima legge divino-naturale si riferisce al cibo specifico di uomini e di animali. Gli animali non sono creati come cibo per nessuno. Il cibo umano è costituito da frutta, erbe e cereali. San Girolamo, in un libro che è tra i più importanti della Patristica, è che è sconosciuto ai più, sostiene che il permesso dato dopo Noè di mangiare la carne, è una interpolazione nel testo sacro, aggiunto tardivamente in un’epoca di appunto basso profilo spirituale.

Gli Esseni non vengono menzionati nel Nuovo Testamento perché sono diventati cristiani sotto il nome di “Ebioniti”, i poveri, termine che ricorre 12 volte nel N.T. e “nazorei”, 6 volte. Sant’Epifanio scrive che in ambedue i casi si tratta di vegetariani. Egesippo dice esplicitamente di Pietro che, essendo Nazoreo, era un vegetariano, così come lo erano Giacomo, Giovanni e Stefano.

Plinio il giovane riferisce nella celebre lettera all’Imperatore Adriano, in qualità di governatore della Bitinia nell’anno 112: “Il Medio Oriente è convertito in tal modo che i ricchi, i latifondisti perdono il loro potere, perché i cristiani si nutrono di cibi innocui”. Per Sant’Agostino, Porfirio era il più grande dei filosofi. Vissuto nel 234-307, ha scritto “L’astinenza degli animali”, in cui afferma che Gesù ci ha portato il nuovo cibo divino, dichiarando come il cibo carneo come nutrimento dei demoni. Sant’Agostino in “La Città di Dio” descrive sulla sua scia il modo di vivere dei Cainiti (la città terrestre) e quella dei Setiti (la città celeste). Esplicitamente afferma che Gesù è un Setita.

Come mai allora i cristiani hanno cominciato a mangiare carne? Storicamente quando nelle chiese i ricchi usurparono il potere, cominciarono a perseguitare i veri discepoli di Gesù ed i loro libri, dichiarandoli eretici. Nel 314 ci fu anche un concilio regionale, quello di Ancira (Ankara), che sospese tutti i chierici e i diaconi dai loro posti, con tutte le conseguenze: “…non voler mangiar carne, nemmeno nascosta tra i legumi, è un oltraggio al Creatore che ci ha dato gli animali per mangiarli…”.

Per questo motivo ci furono anche delle persecuzioni. Ufficialmente il primo martire fu Priscilliano, decapitato con 6 altri, tra cui 2 donne. L’uccisione di alcuni capi cristiani cambia per molti la prassi ecclesiale. Chi si astiene dalla Cena cristiana, non più vegetariana, non è più perseguitato; può tuttavia partecipare ai raduni cristiani liturgici del mattino. L’esortazione del libro dell’Apocalisse, di non mangiare la carne degli animali uccisi “In nome di Dio”, resterà lettera morta.

Eppure Gesù, che non ha mangiato l’agnello pasquale, era venuto e aveva sofferto perché gli uomini di buona volontà diventassero pacifici e misericordiosi con tutto ciò che vive, anticipando così i tempi messianici.

 

 

 

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