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Radici bibliche dell'agire cristiano - Il dono dell'Alleanza nell'Antico Testamento e le norme per l'agire umano PDF Stampa E-mail
Scritto da Marilena   
Mercoledì 16 Aprile 2014 08:33

Pontificia Commissione Biblica, Bibbia e morale
Radici bibliche dell'agire cristiano


2. Il dono dell'Alleanza nell'Antico Testamento e le norme per l'agire umano

 

14. La creazione e le sue implicazioni morali sono il dono iniziale e rimangono il dono fondamentale di Dio, ma non sono il suo unico e ultimo dono. Oltre che nella creazione Dio ha manifestato la sua infinita bontà e si è rivolto alle sue creature umane specialmente nell’elezione del popolo d’Israele e nell’alleanza che ha stipulato con questo popolo, rivelando allo stesso tempo il cammino giusto per l’agire umano.

Per presentare la ricchezza del tema biblico dell’alleanza, conviene prenderla in considerazione da due punti di vista: la progressiva percezione di questa realtà nella storia d’Israele, e la presentazione narrativa che si trova nella redazione finale della Bibbia canonica.

 


2.1. La progressiva percezione dell’alleanza (approccio storico)

2.1.1. Una prima esperienza fondamentale e fondatrice: un cammino comune verso la libertà

15. Generalmente vi è consenso nell’attribuire al tempo di Mosè la nascita d’Israele come popolo costituito. Più precisamente, in una prospettiva di teologia biblica, si identifica nell’uscita dall’Egitto l’evento storico fondamentale e fondatore.

Solo più tardi, e sulla base dell’evento fondatore, furono recuperate e reinterpretate le tradizioni orali che riguardano gli antenati dell’epoca patriarcale e furono presentate le origini dell’umanità in racconti prevalentemente teologici e simbolici. Grosso modo, dunque, si possono considerare gli eventi raccontati nella Genesi come appartenenti alla preistoria d’Israele come popolo costituito.

2.1.2. Una prima intuizione d’interpretazione teologica

16. Se l’uscita dall’Egitto ha permesso l’apparizione d’Israele come popolo costituito, questo fatto si deve a una interpretazione teologica dell’evento, quale si ritiene presente, almeno in modo germinale, sin dalle origini. Tale interpretazione teologica sommaria si riduce a questo: la consapevolezza della presenza e dell’intervento di un Dio che protegge il gruppo che sta uscendo sotto la direzione di Mosè, presenza e intervento percettibili in maniera impressionante nell’evento primordiale e fondatore, il passaggio del mare, che fu sperimentato come un prodigio.

Ciò viene attestato dal nome simbolico che questo Dio protettore si dà e rivela (Es 3,14). La Bibbia ebraica userà questo nome molte volte nella forma YHWH o nella forma abbreviata YH.  Ambedue sono di difficile traduzione ma filologicamente implicano una presenza dinamica e operante di Dio in mezzo al suo popolo. Gli ebrei non pronunciano questo nome, e i traduttori greci del testo ebraico lo hanno reso con la parola ‘Kyrios’, il Signore. Con la tradizione cristiana seguiamo questa usanza e per ricordare la presenza di YHWH nel testo ebraico scriveremo il SIGNORE.

L’intuizione teologica iniziale si concretizza in quattro tratti principali: il Dio d’Israele accompagna, libera, dona e raccoglie.

1. Accompagna: indica il cammino nel deserto, in virtù di una presenza simboleggiata, secondo le tradizioni, dall’angelo guida o dalla nube che evoca il mistero impenetrabile (Es 14,19-20 e passim).

2. Libera dal giogo dell’oppressione e della morte.

3. Dona, doppiamente: da una parte egli dona se stesso in quanto Dio del popolo nascente; dall’altra parte egli dona a questo popolo il “cammino” (‘derek’), cioè il mezzo, per entrare e rimanere in rapporto con Dio, cioè per donarsi a Dio in risposta.

4. Raccoglie il popolo nascente intorno a un progetto comune, un progetto di ‘vivere insieme’ (di formare un ‘qahal’, al quale può corrispondere in greco la parola ‘ekklesia’).

2.1.3. Un concetto teologico originale che esprime l’intuizione: l’alleanza

17. Come ha espresso Israele, nella sua letteratura sacra, questo rapporto unico fra se stesso e il Dio che sin dall’inizio l’accompagna, lo libera, si dona a lui e lo raccoglie?

a. Dalle alleanze umane all’alleanza teologica

In un dato momento, difficile da determinare esattamente, un concetto interpretativo maggiore (comprensivo) si è imposto ai teologi d’Israele: la nozione dell’alleanza.

Il tema è diventato tanto importante da determinare sin dall’inizio, almeno retrospettivamente, la concezione dei rapporti fra Dio e il suo popolo privilegiato. Infatti nel racconto biblico l’evento storico fondamentale e fondatore è quasi immediatamente seguito da una conclusione di alleanza: “alla terza nuova luna dall’uscita dall’Egitto” (Es 19,1), rispettivamente simbolo di un tempo divino e simbolo di un inizio. Ciò vuol dire: l’evento fondamentale e fondatore include, nella sua portata metastorica, la stipulazione dell’alleanza al Sinai a tal punto che, dalla prospettiva di una teologia biblica diacronica, l’evento primordiale si descriverà nei termini di esodo-e-alleanza.

Inoltre questo concetto interpretativo che viene applicato agli eventi dell’uscita dall’Egitto, si estende retrospettivamente al passato in forma di eziologia. Infatti, si ritrova nella Genesi. L’idea dell’alleanza viene utilizzata per descrivere il rapporto fra il SIGNORE Dio e Abramo, l’antenato (Gn 15; 17), anzi, in un passato ancora più lontano e misterioso, fra il SIGNORE Dio e gli esseri viventi che sono sopravvissuti al diluvio al “tempo” di Noè, il patriarca (Gn 9,8-17).

Nell’Antico Prossimo e Medio Oriente le alleanze fra contraenti umani esistevano in forma di trattati, convenzioni, contratti, matrimoni, persino patti di amicizia. E dèi protettori funzionavano come testimoni e garanti nel processo della stipulazione di queste alleanze umane. Anche la Bibbia riporta alleanze di questo genere.

Però, fino a prova contraria – e nessun documento archeologico finora trovato rende invalida questa constatazione – la trasposizione teologica dell’idea dell’alleanza è una originalità biblica: solamente là si trova il concetto di una alleanza propriamente detta fra un contraente divino e uno o più contraenti umani.

b. L’alleanza fra contraenti ineguali

18. È certo che alle origini Israele non poteva neanche sognare di esprimere il suo rapporto privilegiato con Dio, il Tutt’Altro, il Trascendente, l’Onnipotente secondo uno schema di uguaglianza, orizzontale
Dio  -  Israele

Nel momento in cui s’è introdotta l’idea teologica dell’alleanza, spontaneamente si può pensare solo alle alleanze fra contraenti disuguali, ben conosciute nella prassi diplomatica e giuridica dell’antico Vicino Oriente extra-biblico: i famosi trattati di vassallaggio.

È difficile escludere completamente l’influsso dell’ideologia politica del vassallaggio come punto concreto di riferimento per la comprensione dell’alleanza teologica. L’intuizione di un contraente divino che prende e preserva l’iniziativa da un termine all’altro del processo dell’alleanza costituisce lo sfondo di quasi tutti i testi maggiori dell’alleanza nell’Antico Testamento.
Dio  -  Israele

In questo tipo di rapporto fra i contraenti il sovrano si impegna verso il vassallo e impegna il vassallo verso se stesso. In altre parole, egli si obbliga verso il vassallo nello stesso modo in cui obbliga il vassallo da parte sua. Nel processo delle stipulazioni dell’alleanza egli è l’unico che si esprime; il vassallo, in questo stadio, rimane zitto.

Questo doppio movimento si esprime, in campo teologico, attraverso due temi principali: la Grazia (il SIGNORE impegna se stesso) e la Legge (il SIGNORE impegna il popolo che diventa sua “proprietà”: Es 19,5-6). In questa cornice teologica la grazia può essere definita come il dono (incondizionato, in certi testi) che Dio fa di se stesso. E la Legge come il dono che Dio fa all’uomo collettivo, di un mezzo, di una via, di un “cammino” (‘derek’) etico-cultuale che permette all’uomo di entrare e di rimanere “in situazione di alleanza”.

In uno stadio posteriore questa dinamica dell’alleanza sembra essersi concentrata in una espressione stereotipata che normalmente si chiama la “formula dell’alleanza” (Bundesformel) – “io sarò il tuo Dio e tu sarai il mio popolo” o un equivalente –: essa si è diffusa un po’ ovunque nell’uno e nell’altro Testamento, specialmente nel contesto della “nuova alleanza” annunciata da Geremia (31,31-34). Segno abbastanza evidente che si tratta di un tema principale, di una costante di fondo.

Uno schema simile si applica a Davide e alla sua discendenza: “Io sarò per lui un padre ed egli sarà per me un figlio” (2 Sam 7,14).


c. Il luogo della libertà umana

19. In questa cornice teologica la libertà morale dell’essere umano non entra come un sì necessario e costitutivo dell’alleanza – in questo caso si tratterebbe di una alleanza paritetica, cioè fra contraenti uguali. La libertà interviene più tardi, come una conseguenza, quando tutto il processo dell’alleanza è compiuto. Tutti i testi biblici pertinenti distinguono, da una parte, il contenuto dell’alleanza, e dall’altra il rito o la cerimonia che segue il dono dell’alleanza. L’impegno del popolo, sotto giuramento, non fa parte delle condizioni o clausole, ma solo degli elementi di garanzia giuridica, nella cornice di una celebrazione cultuale.

In questo modo nasce la morale rivelata, la “morale in situazione di alleanza”: un dono di Dio, totalmente gratuito che, una volta offerto, interpella la libertà dell’essere umano quanto a un sì completo, una accettazione integrale: la minima deroga seria è equivalente a un rifiuto. Questa morale rivelata, espressa in una cornice teologica di alleanza, rappresenta una novità assoluta in relazione ai codici etici e cultuali che reggevano la vita dei popoli circostanti. Essa ha, per essenza, un carattere di risposta, segue la grazia, l’auto-impegno di Dio.


d. Conseguenze per la morale

20. Si vede dunque che la morale è molto più che un codice di comportamenti e atteggiamenti. Essa si presenta come un “cammino” (‘derek’) rivelato, regalato: leitmotiv ben sviluppato nel Deuteronomio, presso i profeti, nella letteratura sapienziale e nei salmi didattici.

Due elementi di sintesi sono soprattutto da considerare.

1° Nel senso biblico questo “cammino” deve essere concepito sin dall’inizio e innanzitutto in una maniera globale, secondo il suo senso teologico profondo: esso designa la Legge come un dono di Dio, come frutto dell’iniziativa esclusiva di un Dio sovrano che impegna se stesso in una alleanza e impegna il suo contraente umano. Questa Legge si distingue dalle molte leggi attraverso le quali essa si esprime e si concretizza per iscritto, sulla pietra, sulla pergamena, sul papiro o in altri modi.

2° Questo “cammino” morale non arriva senza preparazione. Nella Bibbia esso appartiene a un cammino storico di salvezza, di liberazione, al quale compete un carattere primordiale, fondatore. Da questa constatazione dobbiamo dedurre una conseguenza estremamente importante: la morale rivelata non occupa il primo posto, essa deriva da una esperienza di Dio, da una “conoscenza” nel senso biblico, rivelata attraverso l’evento primordiale. La morale rivelata continua, per così dire, il processo della liberazione iniziato nell’archetipo dell’esodo: ne assicura, ne garantisce la stabilità. Brevemente: nata da una esperienza dell’accesso alla libertà, la “morale in situazione di alleanza” cerca di preservare e sviluppare questa libertà, sia esteriore sia interiore, nel quotidiano. L’opzione morale del credente presuppone una esperienza personale di Dio, anche innominata e solo più o meno conscia.

 

 

 

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