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"Nell'Arca di Noè" di Mons. Mario Canciani - Animali e Padri della Chiesa PDF Stampa E-mail
Scritto da Annalisa   
Giovedì 17 Aprile 2014 11:32

"Nell'Arca di Noè" di Mons. Mario Canciani
Animali e Padri della Chiesa


Vengono chiamati “Padri della Chiesa” coloro che, vescovi, presbiteri o anche laici, nei secoli seguenti al periodo apostolico, hanno approfondito la dottrina evangelica formando quel primo “corpus” o patrimonio cristiano che deriva dalle due aree greco-orientale ed occidentale.Costretti dalla necessità di riproporre per il loro tempo il “depositum fidei”, non hanno delle disquisizioni dirette per un campo così apparentemente marginale qual è quello degli animali. Nei primi secoli dell’era cristiana, vengono per lo più ripresi vari motivi degli scritti biblici, combinati variamente con luoghi comuni ricevuti dall’antichità classica.


Ad esempio, è legato il carattere aggressivo e distruttore di alcuni animali, alla situazione di peccato che connota, secondo varie modalità, tutta la natura. Teofilo, nel suo libro “Ad Autolico”, affermava soavemente che “…il peccato degli uomini li ha resi cattivi”. Non sapeva che prima dell’uomo, e da tempi immemorabili, esistessero già le “bestie feroci”.  

Un’affermazione comune è quella che, nei tempi escatologici, ci ritroveremo solo con animali amici, un tema legato alla convivenza pacifica del Cristo con gli animali nel deserto delle tentazioni, narrata dall’evangelista Marco.   Alcuni Padri Armeni, tra cui in particolare Eznib, scrivendo contro l’eresia dualista di origine persiana, negano che ci siano animali “essenzialmente cattivi”. Tali animali deriverebbero da un “dio del male”, ma la stessa cosa dovremmo pensarla per l’uomo che quotidianamente pecca.  

L’affermazione maggiormente ricorrente nella patristica sia latina che orientale, sotto l’influsso evidente della filosofia greca, è quella della presenza della ragione nell’uomo, come connotazione specifica rispetto all’animale. Conseguente è l’idea che l’animale sia un essere “incapace di religione”. Lattanzio, citando Cicerone, afferma che “…non c’è nessuna creatura su questa terra all’infuori dell’uomo che abbia una pur minima nozione di Dio”.  

Su questa linea il Padre greco Origene, in polemica con Celso, pone come discriminante tra l’uomo e l’animale, la conoscenza del futuro che permette di percepire Dio come Provvidenza. Sant’Agostino, con la sua tipica sensibilità latina, vede il criterio della differenza nella diversa essenza delle loro anime. Dalla irragionevolezza degli animali, deduce la legittimità della uccisione degli animali, messa in discussione dai marcionisti e dai manichei. La cosa avrà in seguito un grande influsso su tutta la teologia occidentale.Va sottolineato a questo proposito che i Padri che sono per la disciplina dell’astinenza dalle carni, legata da una parte alla problematica biblica delle “carni pure” e “impure” e dall’altra ad elementi ascetici, sono per un “vegetarianesimo cristiano” per altre ragioni che non siano quelle della illegittimità della distruzione della vita degli animali.  

Accanto a queste grandi linee di pensiero, troviamo nei Padri della Chiesa un florilegio, di cui riporto appena una sintesi, che attesta la loro sensibilità e il loro amore per gli animali.  

Di Sant’Isacco di Siria, che si riempiva di lacrime davanti anche alla più piccola creatura, è detto: “Quest’uomo, animato dal vero amore, non cessa di pregare anche per i rettili, mosso dalla pietà infinita che si risveglia nel cuore di coloro che si uniscono a Dio”. Del resto Plutarco scrive nella “Vita di Catone”: “Ci si deve abituare ad essere miti e umani con gli animali. Per parte mia, non vorrei vendere il mio bue perché è diventato vecchio”.  

San Macario di Alessandria guarisce dalla cecità il cucciolo di una iena. San Girolamo toglie una spina dalla zampa di un leone. E’ nota la familiarità di Santo Antonio abate con gli animali del deserto. Anch’egli predicava ai pesci e agli uccelli.Scrivendo dei Santi Padri, non posso non riferire l’opinione espressa da San Bernardo nel suo “Quinto sermone in Cantica”. Egli intitola il suo sermone così: “Dei 4 generi di Spirito, e cioè di Dio, dell’angelo, dell’uomo, dell’animale”. Più volte chiama l’anima dell’animale “spirito”. Ne fa un confronto con gli altri “spiriti”, ponendolo com’è ovvio nel gradino più basso.  

Solo da questa comparazione appare chiaro che San Bernardo pensa che l’anima degli animali è una vera sostanza immateriale. “Senza il corpo della pecora questo spirito non può sussistere – precisa il Santo – senza tuttavia che questo venga meno quando muore l’animale...”.San Bernardo sa bene che, per i filosofi, una sostanza “immateriale” poichè non può scomporsi in parti o corrompersi, non può morire né annichilirsi. E’ quindi “immortale” sebbene non abbia in sé la perfezione del comprendere il bene ed il vero.  

L’opinione, ardita com’è, aprirebbe la possibilità dell’eternità anche per questi “fratelli più piccoli”, come li chiamava il grande San Francesco. Anche Sant’Agostino aveva affermato questo tipo di anima negli animali. Tuttavia San Bernardo, in una Lettera al Maestro Gualtiero di Monte Calvo, scrive, senza mezze misure, che quest’anima immateriale “…viene a cessare quando non vivifica più il corpo dell’animale”.   San Giustino, filosofo cristiano del II secolo, sostiene che l’anima dell’animale non è immortale di per sé, però “…l’anima dell’uomo appartiene alla stessa natura di quella del cavallo e dell’asino”.  

Alcuni Padri attestano che, con Noè, Dio ha stretto l’Alleanza anche con gli animali. Ai tempi del Millenarismo, Sant’Ireneo scrive: “Durante un millennio, l’armonia del Paradiso Terrestre sarà già ristabilita. Saranno presenti anche gli animali, che vivranno in pace gli uni con gli altri”.  

Evidente è il riferimento alla profezia di Isaia:”Il lupo brucherà con l’agnello, il leopardo riposerà con il capretto; il vitello, il toro e il leone pascoleranno insieme”. 

Ermete Trismegisto, influenzato da Platone, dice:”Per il Tre volte Grandissimo, gli animali, poiché hanno un’anima, hanno un posto nell’altra vita con Dio”. Origene non aveva scritto che “…il sangue sparso sul Calvario non è solamente utile agli uomini, bensì anche agli angeli, agli astri e a tutti gli esseri del Cristo”?   Accenno appena agli Anacoreti: a San Simone il Vecchio che diede due leoni per guida ad alcuni viandanti; a Sant ‘Antonio l’’Eremita che, non avendo alcuno strumento per scavare la fossa del suo Maestro, San Paolo l’Eremita, vide due leoni piangere accanto al cadavere del Santo e poi scavare essi stessi la fossa capace di contenerne il corpo.    Nell’anno 370 San Basilio di Cesarea compose questa preghiera che ancora oggi dovrebbe essere recitata: ”Dio accresci in noi il senso della fraternità con tutti gli esseri viventi, con i nostri piccoli fratelli a cui Tu hai concesso di soggiornare con noi su questa terra. Facci comprendere che essi non vivono soltanto per noi, ma anche per se stessi e per Te; facci capire che essi amano, al pari nostro, la dolcezza della vita e si sentono meglio al loro posto, di quanto noi non ci sentiamo al nostro!”.  

Le culture dei popoli costituiscono un patrimonio che si tramanda attraverso i secoli. Percorrendo vie sotterranee, attraverso capovolgimenti sociali e politici, permangono nella coscienza popolare per risvegliarsi nei momenti e nei modi più impensati. Arcaicità e modernità, per esempio in Russia, compongono un quadro stupefacente per estro e creatività.  Lo scrittore Andrei Sinjavskij ci ha rivelato che i cavalli, in base all’idea popolare che “Anche il cavallo prega”, hanno i loro Santi protettori, i Santi Flor e Lavr, e anche le mucche e le pecore. Perfino le oche avevano un Santo tutto per loro, Nikita martire. Ciò dimostra fino a che punto  la vita quotidiana della gente fosse penetrata dalla religione e come questa venisse concepita in modo concreto.  

A San Georgij-Evgorij erano affidati tutti gli esseri viventi. Un proverbio russo dice che “…quello che il lupo ha tra i denti lo deve a Evgorij”. A questo Santo, che era anche patrono dei pascoli e delle mandrie, veniva attribuito il ruolo anche di “…organizzatore della terra russa”. Nella concezione popolare, la fede cristiana non è soltanto la fede nella quale è stato battezzato il popolo russo. Ad essere battezzate sono in qualche modo tutte le creature e la terra stessa di Russia. Il cristianesimo non è soltanto un’armonia umana, ma di tutto il cosmo e del creato.   La particolare sensibilità dell’anima russa la ritroviamo nell’”Autobiografia spirituale” di Nicola Berdjaev. Del suo gatto egli scrive:”Quando morì Mury piansi dirottamente. La morte di lui, creatura meravigliosa di Dio, fu per me esperienza della morte in generale, della morte delle creature che amiamo. Ho desiderato per Mury la vita eterna, di vivere anch’io in eterno insieme con lui. Ho fatto una straordinaria esperienza del problema dell’immortalità. Quando passo vicino alla tomba di Mury che è nel nostro giardino sotto l’albero penso all’immortalità come a cosa concreta. Sono assolutamente contrario all’idea che la morte distrugga la personalità: di essa non può andare dissolto quanto è individuale, irripetibile.      

Questo l’ho sentito molto nei momenti più profondamente dolorosi della mia vita”.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento Giovedì 01 Maggio 2014 11:04
 
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