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Radici bibliche dell'agire cristiano - L’alleanza con Mosè e il popolo d’Israele PDF Stampa E-mail
Scritto da Marilena   
Martedì 06 Maggio 2014 07:19

Pontificia Commissione Biblica, Bibbia e morale
Radici bibliche dell'agire cristiano

2.2.3. L’alleanza con Mosè e il popolo d’Israele


24. Esponendo la progressiva concezione dell’alleanza, ne abbiamo messo in rilievo certi tratti essenziali. L’esperienza fondante dell’alleanza si verifica al Sinai. Essa viene presentata in un evento storico fondatore. È completamente dono di Dio, frutto della sua iniziativa totale, e impegna sia Dio (la Grazia) sia gli uomini (la Legge). Conferisce a Israele neonato lo statuto di popolo a diritto pieno. Una volta stipulata, esige la risposta libera dell’uomo, che è da comprendere in un primo passo come l’accettazione di un “cammino di vita” (la Legge, nel senso teologico) e poi, solo in seguito, come la prassi di determinazioni precise (le leggi). Vogliamo presentare tale risposta non nella sua globalità teologica e immutabile (la Legge), ma nella sua espressione plurale e dettagliata e, eventualmente, adattabile alle circostanze (le leggi).

 

Una serie di norme è connessa con la stipulazione dell’alleanza sinaitica. Fra di esse compete uno statuto speciale al Decalogo. Ci occupiamo dapprima proprio del Decalogo per poi rivolgerci ai codici legislativi e all’insegnamento morale dei profeti.


2.2.3.1. Il Decalogo

25. Ogni popolo nuovo deve darsi, anzitutto, una costituzione. Quella d’Israele rispecchia la vita semplice dei clan semi-nomadi che all’origine lo formano. Grosso modo, prescindendo dai ritocchi e dagli sviluppi che furono aggiunti, “le dieci parole” attestano abbastanza bene il contenuto sostanziale della legge fondamentale del Sinai.

La sua posizione redazionale (Es 20,1-17) direttamente davanti al “Codice dell’Alleanza” (Es 20,22–23,19) e la sua ripetizione (Dt 5,6-21), con qualche variante, all’inizio del “Codice deuteronomico” (Dt 4,44–26,19) già indicano la sua importanza preponderante nell’insieme della “Torah”. In ebraico quest’ultima parola vuol dire “istruzione, insegnamento”; ha dunque un senso molto più ampio e profondo della nostra parola “legge”, che viene però utilizzata da quasi tutti i traduttori.

Paradossalmente, nel suo tenore originale, il Decalogo riflette un’etica allo stesso tempo iniziale e potenzialmente molto ricca.



a. Una etica iniziale

26. I limiti si constatano da tre punti di vista: l’esteriorità, la portata essenzialmente comunitaria, la formulazione spesso negativa dell’esigenza morale.

1. La maggioranza degli esegeti, cercando il senso letterale, sottolinea che originariamente ogni divieto concerneva azioni esteriori, osservabili e verificabili, ivi compreso il ‘hamad’ (desiderio) che introduce i due comandamenti finali (Es 20,17); esso difatti non esprime un pensiero o un disegno inefficace, totalmente interiore (“desiderare”) ma piuttosto uno stratagemma concreto per realizzare un disegno cattivo (“desiderio che si esprime in azioni”, “mirare a”, “disporsi a”).

2. Inoltre, una volta uscito dall’Egitto, il popolo liberato aveva un bisogno urgente di regole precise per ordinare la sua vita collettiva nel deserto. Il Decalogo risponde in linea di massima a questa esigenza nel modo che in esso si può vedere una legge fondamentale, una primitiva carta nazionale.

3. Otto dei dieci comandamenti sono formulati negativamente, costituiscono dei divieti, un po’ alla maniera di ringhiere di un ponte. Solo due hanno una forma positiva, quella di precetti da adempiere. L’accento è dunque messo sull’astensione da comportamenti socialmente dannosi. Ciò evidentemente non esaurisce tutte le virtualità della morale che in linea di massima ha come fine di chiarire e di stimolare l’agire umano nella realizzazione del bene.



b. Un’etica potenzialmente molto ricca

27.  Tre altre caratteristiche, invece, fanno del Decalogo originale il fondamento insostituibile di una morale stimolante e ben adatta alla sensibilità del nostro tempo: la sua portata virtualmente universale, la sua appartenenza a un quadro teologico di alleanza e anche il suo radicamento in un contesto storico di liberazione.

1. Per una considerazione attenta tutti i comandamenti hanno una portata che oltrepassa decisamente i confini di una nazione particolare, anche quelli del popolo eletto di Dio. I valori da essi promossi possono essere applicati a tutta l’umanità di tutte le regioni e di tutti i periodi della storia. Vedremo che persino i due primi divieti, oltre l’apparente particolarità della denominazione “il SIGNORE Dio d’Israele” illustrano un valore universale.

2. L’appartenenza del Decalogo a un quadro teologico di alleanza causa la subordinazione delle dieci leggi, come vengono indicate, alla nozione della stessa Legge compresa come un regalo, come un dono gratuito di Dio, un “cammino” globale, una strada chiaramente tracciata che rende possibile e facilita l’orientamento fondamentale dell’umanità verso Dio, verso l’intimità, la comunicazione con lui, verso la felicità e non la miseria, verso la vita e non la morte (cf. Dt 30,19s).

3. Nell’introduzione al Decalogo il SIGNORE rammenta nell’essenziale la sua azione liberatrice: ha fatto uscire i suoi da una “casa” in cui erano “asserviti” (Es 20,2). Ora, un popolo che vuol liberarsi da un giogo esteriore soffocante e che appena ha fatto questo deve essere attento a non cercare un giogo interno che asservisce e asfissia nello stesso modo. Il Decalogo, difatti, apre largamente la via a una morale di liberazione sociale. Questo apprezzamento della libertà, in Israele, sarà tanto espansivo da toccare persino la terra, il suolo coltivabile: ogni sette anni (anno sabbatico) e ancora di più ogni quarantanove anni (anno giubilare) c’è l’obbligo di lasciare la terra tranquilla, libera da ogni violenza, al sicuro dalle zappe e dai vomeri (cf. Lv 25,1-54).



c. Conseguenze per la morale di oggi

28. Praticamente, il Decalogo può servire come base per una teologia e catechesi morale adatta ai bisogni e alle sensibilità dell’umanità odierna?



1) Gli apparenti inconvenienti

L’esteriorità, la portata essenzialmente comunitaria, e la formulazione quasi sempre negativa della primitiva etica israelitica fanno sì che il Decalogo, da solo, almeno se viene riprodotto tale quale, diventi meno adatto ad esprimere in modo adeguato l’ideale della vita morale che la Chiesa propone ai suoi contemporanei.

1. L’uomo moderno, segnato dalle scoperte della psicologia, insiste molto sull’origine interna, persino inconscia, dei suoi atti esteriori, in forma di pensieri, desideri, motivi scuri e anche impulsi difficili da controllare.

2. Certo, è consapevole delle esigenze della vita collettiva, ma allo stesso tempo tende a reagire contro gli imperativi di una globalizzazione illimitata, e scopre tanto più la portata dell’individuo, dell’io, delle aspirazioni allo sviluppo personale.

3.  Del resto, in molte società si sviluppa da qualche decennio una specie di allergia contro ogni forma di divieto: tutti i divieti vengono interpretati, anche in modo sbagliato, come limiti e ceppi della libertà.



2) I vantaggi reali

29. Dall’altra parte, la portata virtualmente universale della morale biblica, la sua appartenenza a un quadro teologico di alleanza e il suo radicamento nel contesto storico di liberazione possono avere una certa attrattiva nel nostro tempo.

1. Chi non sogna un sistema di valori che supera e connette le nazionalità e le culture?

2. L’insistenza prioritaria su un orientamento di stampo teologico, più che su una grande quantità di comportamenti da evitare o da praticare, potrebbe suscitare un maggiore interesse per i fondamenti della morale biblica presso quelli che sono allergici verso le leggi che sembrano restringere la libertà.

3. La consapevolezza delle circostanze concrete in cui il Decalogo si è formato nella storia mostra ancora di più fino a che punto questo testo fondamentale e fondatore non è limitativo e oppressivo ma al contrario, è al servizio della libertà dell’essere umano, sia individuale sia collettiva.



3) La scoperta dei valori attraverso gli obblighi

30. Di fatto, il Decalogo nasconde in sé tutti gli elementi necessari per fondare una riflessione morale ben equilibrata e adatta al nostro tempo. Tuttavia, non basta tradurlo dall’ebraico originale in una lingua moderna. Nella sua formulazione canonica ha la forma delle leggi apodittiche e appartiene alla linea di una morale degli obblighi (o deontologia).

Niente ci impedisce di tradurre in modo diverso, ma non meno fedele, il contenuto della carta israelitica in termini di una morale dei valori (o assiologia). Ci si rende conto che, trascritto in questo modo, il Decalogo acquista una forza di chiarificazione e di appello molto più grande per il nostro tempo. In realtà, non solamente non si perde niente in questo cambio, ma c’è un guadagno enorme di profondità. Per sé, il divieto si concentra solo sui comportamenti da evitare e incoraggia, al limite, una morale tipo freno di soccorso (per esempio si evita l’adulterio quando ci si astiene dal corteggiare la donna di un altro). Il precetto positivo, da parte sua, può accontentarsi di qualche gesto o atteggiamento per darsi una buona coscienza incoraggiando, al limite, una morale di gesti minimi (per esempio, uno pensa di praticare il sabato quando dedica al culto un’ora per settimana). Al contrario invece, l’impegno per un valore corrisponde a un cantiere sempre aperto ove non si giunge mai al traguardo e ove uno è chiamato sempre a un di più.

Trasposti in una terminologia di valori, i precetti del Decalogo conducono all’elenco seguente: l’Assoluto, la riverenza religiosa, il tempo, la famiglia, la vita, la stabilità della coppia marito e moglie, la libertà (qui il verbo ebraico ‘gnb’ si riferisce probabilmente al rapimento e non al furto di oggetti materiali), la reputazione, la casa e le persone umane che vi appartengono, la casa e i beni materiali.

Ciascuno di questi valori apre un ‘programma’ cioè un compito morale mai compiuto. Le affermazioni seguenti, introdotte da verbi, illustrano la dinamica che viene generata dall’inseguire ciascuno di questi valori.

Tre valori verticali (riguardano le relazioni della persona umana con Dio):

1. rendere un culto a un unico Assoluto

2. rispettare la presenza e la missione di Dio nel mondo (ciò che il “nome” simboleggia)

3. valorizzare la dimensione sacra del tempo

Sette valori orizzontali (riguardano le relazioni fra le persone umane):

4. onorare la famiglia

5. promuovere il diritto alla vita

6. mantenere l’unione della coppia marito e moglie

7. difendere il diritto per ognuno di vedere la propria libertà e dignità rispettata da tutti

8. preservare la reputazione degli altri

9. rispettare le persone (che appartengono a una casa, una famiglia, un’impresa)

10. lasciare all’altro le sue proprietà materiali.

Analizzando i dieci valori presenti nel Decalogo, si nota che essi seguono un ordine di progressione decrescente (dal valore prioritario a quello meno importante), Dio al primo posto e le cose materiali all’ultimo; e, all’interno dei rapporti umani, si trova all’inizio della lista famiglia, vita, matrimonio stabile.

Viene così offerta, per una umanità che affannosamente desidera di aumentare la sua autonomia, una base legale e morale che potrebbe verificarsi feconda e persistente. Essa però è difficile da promuovere nel contesto attuale, dato che la scala dei valori più seguiti nel nostro mondo ha un ordine di priorità opposto a quello della proposta biblica: prima l’uomo, poi Dio; e persino, all’inizio della lista, i beni materiali, cioè, in un certo senso, l’economia. Quando, apertamente o meno, un sistema politico e sociale si fonda su valori supremi falsi (o su una concorrenza fra valori supremi), quando lo scambio dei beni o il consumo è più importante dell’equilibrio fra le persone, questo sistema è rotto sin dall’inizio e destinato presto o tardi alla rovina.

Il Decalogo, invece, apre largamente la via a una morale liberatrice: lasciare il primo posto alla sovranità di Dio sul mondo (valori nr. 1 e 2), dare a ciascuno la possibilità di avere tempo per Dio e di gestire il proprio tempo in un modo costruttivo (nr. 3), favorire lo spazio di vita della famiglia (nr. 4), preservare la vita, anche sofferente e apparentemente non produttiva, dalle decisioni arbitrarie del sistema e dalle manipolazioni sottili dell’opinione pubblica (nr. 5), neutralizzare i germi di divisione che rendono fragile, soprattutto nel nostro tempo, la vita matrimoniale (nr. 6), arrestare tutte le forme di sfruttamento del corpo, del cuore e del pensiero (nr. 7), proteggere la persona contro gli attacchi alla reputazione (nr. 8) e contro tutte le forme di inganno, di sfruttamento, di abuso e di coercizione (nr. 9 e 10).



4) Una conseguenza giuridica

31. In una prospettiva prevalente di attualizzazione questi dieci valori che sono alla base del Decalogo offrono un fondamento chiaro per una carta dei diritti e delle libertà, valevole per tutta l’umanità:

1. diritto a un rapporto religioso con Dio,

2. diritto al rispetto delle credenze e simboli religiosi,

3. diritto alla libertà della pratica religiosa e, in secondo luogo, al riposo, al tempo libero, alla qualità di vita,

4. diritto delle famiglie a politiche giuste e favorevoli, diritto dei figli al sostegno da parte dei loro genitori, al primo apprendistato della socializzazione, diritto dei genitori anziani al rispetto e al sostegno da parte dei loro figli,

5. diritto alla vita (a nascere), al rispetto della vita (a crescere e morire in modo naturale), all’educazione,

6. diritto della persona alla libera scelta del coniuge, diritto della coppia al rispetto, all’incoraggiamento e al sostegno da parte dello stato e della società in generale, diritto del figlio alla stabilità (emozionale, affettiva, finanziaria) dei genitori,

7. diritto al rispetto delle libertà civili (integrità corporale, scelta della vita e della carriera, libertà a muoversi e ad esprimersi),

8. diritto alla reputazione e, in secondo luogo, al rispetto della vita privata, a una informazione non deformata,

9. diritto alla sicurezza e alla tranquillità domestica e professionale, e, in secondo luogo, diritto alla libera impresa,

10. diritto alla proprietà privata (ivi compresa una garanzia di protezione civile dei beni materiali).

Ma nell’ottica di una “morale rivelata” questi diritti umani inalienabili sono assolutamente subordinati al diritto divino, cioè alla sovranità universale di Dio. Il decalogo inizia così: “Io sono il SIGNORE, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto” (Es 20,2; Dt 5,6). Questa sovranità divina, così come si manifesta già nell’evento fondatore dell’esodo, si esercita non secondo uno schema autoritario e dispotico, che si trova troppo spesso nella gestione umana dei diritti e delle libertà, bensì in un’ottica della liberazione della persona e delle comunità umane. Essa implica, tra l’altro, da parte dell’uomo, un culto esclusivo, un tempo consacrato alla preghiera personale e comunitaria, il riconoscimento del potere ultimo che Dio ha di regolare la vita delle sue creature, di governare le persone e i popoli, di esercitare il giudizio; in fine, il discorso biblico della sovranità divina suggerisce una visione del mondo secondo cui non solamente la Chiesa ma il cosmo, l’ambiente circostante e la totalità dei beni della terra sono, in ultima analisi, proprietà di Dio (cf. Es 19,5).

In breve, basandosi sui valori fondamentali contenuti nel Decalogo, la teologia morale e anche la catechesi che ne deriva, può proporre all’umanità di oggi un ideale equilibrato che da una parte non privilegia mai i diritti a danno degli obblighi o viceversa e che, d’altra parte, evita lo scoglio di una etica puramente secolare che non tenga conto del rapporto dell’uomo con Dio.



5) Conclusione: sulle tracce di Gesù

32. Presentando il Decalogo come fondamento perenne di una morale universale, si realizzano tre scopi importanti: aprire il tesoro della Parola, mostrarne il valore, trovare un linguaggio che può toccare le corde sensibili degli uomini e delle donne d’oggi.

Proponendo una lettura assiologica della Legge fondamentale del Sinai, secondo i valori ivi implicati, non facciamo altro che camminare sulle tracce di Gesù. Ecco, alcuni indizi che colpiscono.

1. Nel suo discorso sulla montagna Gesù riprende certi precetti del Decalogo ma ne porta il senso molto più avanti, da un triplice punto di vista: approfondimento, interiorizzazione, superamento di se stesso fino a raggiungere la perfezione quasi divina (Mt 5,17-48).

2. Discutendo su puro e impuro, Gesù segnala che l’uomo diventa veramente impuro mediante ciò che viene dall’interno, dal cuore, e che lo spinge alle azioni che sono contrarie al Decalogo (Mt 15,19).

3. L’episodio del giovane ricco (Mt 19,16-22 e paralleli) fa capire bene questo ‘di più’ esigito da Gesù. Da una morale minima, essenzialmente comunitaria e formulata soprattutto in modo negativo (v. 18-19), si passa a una morale personalizzata, ‘programmatica’, che consiste principalmente nel ‘seguire Gesù’, a una morale del tutto concentrata sul distacco, sulla solidarietà con i poveri e sul dinamismo dell’amore la cui sorgente è nei cieli (v. 21).

4. Interrogato sul ‘più grande comandamento’ Gesù stesso ha messo in rilievo due prescrizioni scritturistiche, che sono fondate su un valore – quello più importante, cioè l’amore – e aprono un programma morale sempre incompiuto (Mt 22,34-40 e paralleli). Attingendo così il miglior succo delle due più grandi tradizioni legali dell’Antico Testamento (deuteronomica e sacerdotale), Gesù sintetizza in modo ammirevole la pluralità delle leggi simboleggiate dallo stesso numero delle “dieci parole”. In campo simbolico ‘tre’ evoca normalmente la totalità nell’ordine del divino, dell’inosservabile, e ‘sette’ nell’ordine dell’osservabile. Il valore “amore di Dio” riassume da solo i tre primi  comandamenti del Decalogo, e “amore del prossimo” gli ultimi sette.

5. Nella scia di Gesù anche Paolo, citando precetti del Decalogo, vede nell’amore del prossimo “il pieno compimento della Legge” (cf. Rm 13,8-10). Pure citando il Decalogo (Rm 2,21-22), Paolo afferma in una vasta discussione che Dio giudica secondo la stessa norma sia giudei, istruiti nella Legge, sia pagani, che “per natura agiscono secondo la Legge” (Rm 2,14).

 

 

 

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