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"Nell'Arca di Noè" di Mons. Mario Canciani - La lezione di San Francesco PDF Stampa E-mail
Scritto da Marilena   
Mercoledì 14 Maggio 2014 07:24

"Nell'Arca di Noè" di Mons. Mario Canciani
La lezione di San Francesco


Personalmente credo che ci sia un vero legame tra gli animali archetipi delle grotte preistoriche e quelli androfagi  che si affacciano qua e là sulle architetture religiose dell’età del ferro. Sul finire di questo periodo gli animali vengono presentati per lo più come dei mostri; ma già si stanno costruendo le chiese romaniche che metteranno insieme il leone mesopotamico e il serpente egiziano, non senza un’ancestrale derivazione, forse, dai leoni di Micene, contrapposti a triangolo, un’allusione anche alla “tetraktis” pitagorica, alla “delta” dell’alfabeto greco che tanto ricorda il frontone dei templi classici. E’ il tempo in cui nascono i primi “bestiari” medioevali, che hanno lo scopo di elencare le proprietà reali o simboliche dei vari tipi di animali. Tra queste rappresentazioni orride o dotte, nasce ad Assisi un umile frate dalle intuizioni stupende: San Francesco, l’uomo che amava teneramente tutte le creature.


Storia e leggenda svelano, con una grande suggestione, il rapporto del Santo con il mondo degli animali. Traggo dallo “specchio di professione”, dalla “storia” del Celano, dalla “leggenda maggiore” e dai “Fioretti”, qualche citazione al riguardo.  In occasione del natale, chiede all’Imperatore di decretare che le pubbliche amministrazioni facciano spargere per le strade miglio e granaglie per tutti gli “uccellini”, e che i proprietari di “buoi e asini” diano agli animali una doppia razione di foraggio.  Ordina ai frati che, nel periodo invernale portino miele e vino alle “api”. Mette in libertà le “tortore” che un ragazzo aveva preso dai loro nidi. Ai “pesci” a Sant’Angelo in Pantanelli presso Orvieto, raccomanda di farsi furbi e eli rigetta nel Tevere, dopo che erano stati pescati. Ai “lupi” di Greccio e al “lupo di Gubbio” ordina che non facciano male alla gente.  

A Venezia predica ai “passerotti”, ad Alviano alle “rondini”, a Bevagna alle “colombe”, alle “cornacchie”, ai “monachini”. A Roma alle “gazze”, ai “corvi”, agli “avvoltoi”. La “cicala” l’”usignolo” sono invitati da lui a lodare il Signore.  Stringe amicizia a Siena con un “fagiano”, all’isola del lago Trasimeno con un “coniglio selvatico” e a Greccio con un “leprotto”. Quando sulla strada scorge dei “vermi”, ricordando il Salmo che dice del Servo di Jahvè: “Sono un verme e non un uomo”, li toglie rispettosamente. Sulle montagne delle Verna incarica un “falco” di svegliarlo all’ora del mattutino. Un branco di pecore, nella campagna senese, gli va incontro belando dolcemente. Soprattutto per l’”agnello”, simbolo mite del Cristo, aveva una gran predilezione. 

Ricordo una mia campagna contro l’uccisione degli agnelli. Vengono fatti morire lentamente, tra indicibili sofferenze, fino all’ultima goccia di sangue, perché la carne sia più bianca. Venni invitato a “Domenica In” dopo che un cardinale di Santa Romana Chiesa, la domenica precedente, aveva sentenziato che non solo si poteva mangiare l’agnello, ma che era anche “meritorio”.  Mi limitai a raccontare che in un giorno d’inverno, San Francesco vide un contadino che recava sulle spalle due agnellini vivi. “Dove li porti?” chiese il Santo. “Al mercato, per venerdì” rispose quello. Il Santo si tolse di dosso il mantello, che proprio quel giorno gli avevano regalato perché si riparasse dal freddo, e fece cambio con il contadino. Poi, ridandogli gli agnelli, gli raccomandò di non farli morire.  

Francesco amava talmente gli animali, che li chiamava “i nostri fratelli più piccoli”. Nelle “Lodi delle virtù” francescane, un opuscolo in lingua latina, è detto che il vero frate minore “…sia così servo da essere suddito e sottomesso non soltanto agli uomini, ma anche a tutti gli “animali” e alle “fiere” cosicché possano fare di lui quello che vogliono, e per quanto sarà loro concesso dall’alto dal Signore”.  

Per parte sua, come scrive San Bonaventura, era “meravigliosamente soave e potente da domare gli “animali feroci”, addomesticare i “selvatici”, ammaestrare i “mansueti”, indurre all’obbedienza i “bruti”.  

E’ soprattutto con il “Cantico di frate Sole” che è ancora oggi il più innovatore manifesto ecologico, che Francesco ha la sua più grande intuizione. Con una contrapposizione dialettica, mentre “nullo homo” è degno di nominare e lodare il Signore, afferma: “Laudato sie… cum tucte le tue creature”, chiamando così gli animali a unire la loro voce a quella insufficiente dell’uomo.  

L’atteggiamento del Santo di Assisi, con una finezza che possono avere solo le anime grandi, è di vedere sempre e solo in Dio, la causa e la ragione universale della lode: “Non ti lodiamo a causa delle cose che hai creato – è detto nella “Regola” non bollata – ma ti lodiamo “per Te” perché hai voluto creare tutte le cose”.  

La realtà, vista nella luce di Dio, cambia la prospettiva aristotelica dell’antropocentrismo: l’uomo si scopre non padrone, ma solo semplice depositario, custode e pastore della realtà.   L’amore di comunione con la natura, San Francesco lo scopre nella rinuncia alla volontà di possesso, e si ritrova così “fratello” di tutte le cose. Povero e “nudo” davanti a Dio, viene investito dal calore e dalla bellezza del Creatore per mezzo delle cose… e s’illumina di Dio.  Il rispetto del “vestigium creationis” lega tutte le esistenze in un “ordo fraternitatis”, avendo in Dio in comune il Principio. Contro la teoria eretica dei Catari, a lui contemporanea, che giudicava negativa la natura rifiutandone ogni contaminazione, ripropone la bellezza, la necessità, la bontà di tutte le creature, che dell’Altissimo “portano la significazione”.  

Le grandi anime, prima o poi, trovano la scorciatoia per salire con sicurezza a Dio. Ricordo la formula dell’universo di Werner Heisenberg: Quel “v”, la variabile che lascia intravedere, anche se freddamente il Mistero Francesco l’ha oltrepassata, giungendo a Dio: “Altissimu, onnipotente, bon Signore,tue so le laude, la gloria e l’onoreet onne benedictione.…..caudate et benedicite lu mi Signore,e rengratiate, e servite a Lui cun grande humilitate.”

Il giorno della sua morte, il Santo pregò frate Angelo e frate Leone, che lui aveva soprannominato “pecorella di Dio”, di cantargli il Cantico delle Creature. Non avrebbe più avuto alla sua tavola i “pettirossi” che egli chiamava “non ospiti” ma di famiglia. Venne invece una moltitudine di “allodole” che “si posarono adagio a ruota, facevano come un cerchio intorno al tetto, cantando dolcemente, parevano lodare il Signore.

 

 

 

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