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Radici bibliche dell'agire cristiano - I codici legislativi PDF Stampa E-mail
Scritto da Marilena   
Lunedì 26 Maggio 2014 09:07

Pontificia Commissione Biblica, Bibbia e morale
Radici bibliche dell'agire cristiano

2.2.3.2. I codici legislativi


33. Si considerano di solito come tali il Codice dell’Alleanza (Es 21,1-23,33), la Legge di Santità (Lv 17,1-26,46) e il Codice Deuteronomico (Dt 4,44-26,19). Essi si presentano in stretta connessione con la stipulazione dell’alleanza al Sinai e costituiscono, insieme al Decalogo, una concretizzazione del “cammino di vita” ivi rivelato e offerto. Esponiamo tre temi morali che appaiono come specialmente rilevanti in questi codici.


a. I poveri e la giustizia sociale

Le leggi apodittiche del Codice dell’Alleanza, del Codice Deuteronomico e della Legge di Santità concordano nello stabilire misure destinate a evitare la schiavitù dei più poveri, prendendo in considerazione ancora la remissione periodica dei loro debiti. Queste disposizioni hanno talvolta una dimensione utopica, come la legge sull’anno sabbatico (Es 23,10-11), o quella sull’anno giubilare (Lv 25,8-17). Tuttavia, assegnando alla società israelitica l’obiettivo di combattere e di vincere la povertà, rimangono realistiche quanto alla difficoltà di questa lotta (cf. Dt 15,4 e Dt 15,11). La lotta contro la povertà presuppone la realizzazione di una giustizia onesta e imparziale (cf. Es 23,1-8; Dt 16,18-20). Essa si esercita in nome di Dio stesso. Diverse linee teologiche si adoperano per fondarla: le leggi apodittiche del Codice dell’Alleanza riprendono l’intuizione profetica della prossimità di Dio nei confronti dei più poveri. Il Deuteronomio da parte sua insiste sullo statuto particolare della terra affidata da Dio agli Israeliti: Israele, beneficiario della benedizione divina, non è il proprietario assoluto della terra, ma ne è l’usufruttuario (cf. Dt 6,10-11). Perciò, l’attuazione della giustizia sociale appare come la risposta credente d’Israele al dono di Dio (cf. Dt 15,1-11): la legge regola l’uso del dono e ricorda la sovranità di Dio sulla terra.



b. Lo straniero

34. La Bibbia ebraica utilizza un vocabolario differenziato per denominare gli stranieri: la parola ‘ger’ designa lo straniero residente che vive durevolmente accanto a Israele. Il termine ‘nokri’ riguarda lo straniero di passaggio, mentre i termini ‘tôshab’ e ‘sakir’ designano, nella Legge di Santità, dei salariati stranieri. La sollecitudine per il ‘ger’ si manifesta costantemente nei testi legislativi della Torah: sollecitudine puramente umanitaria in Es 22,20; 23,9; sollecitudine fondata sulla memoria della schiavitù in Egitto e della liberazione donata da Dio in Dt 16,11-12. È la Legge di Santità che, riguardo allo straniero, formula le regole più audaci: il ‘ger’ non è più “oggetto” della legge, ma ne diventa “soggetto”, che è corresponsabile con gli indigeni del paese della sua santificazione e della sua purità. “Indigeni” e “stranieri” sono così uniti da una responsabilità comune e da un vincolo descritto mediante il vocabolario dell’amore (cf. Lv 19,33-34). La Legge di Santità prevede quindi delle procedure per integrare gli stranieri – o almeno i ‘gerim’ – nella comunità dei figli d’Israele.



c. Culto ed etica

35. La letteratura profetica è senz’altro la prima che ha preso in considerazione la correlazione fra il culto reso a Dio e il rispetto del diritto e della giustizia. La predicazione di Amos (cf. Am 5,21) e quella di Isaia (cf. Is 1,10-20) sono particolarmente rappresentative di questa intuizione teologica.

Il Codice Deuteronomico da una parte giustappone leggi cultuali e prescrizioni di etica sociale: le leggi che concernono l’unicità del santuario dedicato a Dio e il divieto dell’idolatria (cf. Dt 12-13) precedono le leggi sociali di Dt 14,22–15,18; dall’altra parte unisce intimamente imperativi cultuali e imperativi etici. Così la decima triennale, imposta originariamente cultuale, riceve una nuova funzione dal fatto della centralizzazione del culto a Gerusalemme: provvedere cioè al sostentamento delle vedove, degli orfani, degli stranieri e dei leviti (cf. Dt 14,28-29; 26,12-15). Infine, le feste di pellegrinaggio richiedono la partecipazione dei più poveri (Dt 16,11-12.14): il culto reso a Dio al tempio di Gerusalemme non acquista la sua validità se non integrando una sollecitudine etica fondata sulla memoria della schiavitù in Egitto, della liberazione d’Israele e del dono del paese da parte di Dio. Le leggi della Torah attirano dunque l’attenzione del loro lettore sulle implicazioni etiche di ogni celebrazione cultuale, come sulla dimensione teologale dell’etica sociale.

I temi esposti in questo paragrafo sugli ‘insegnamenti morali’ mostrano che i codici legislativi della Torah sono particolarmente attenti alla morale sociale. La comprensione che Israele ha del suo Dio, conduce a una attenzione particolare ai più poveri, agli stranieri, alla giustizia. Così culto ed etica sono strettamente associati: offrire un culto a Dio e avere la sollecitudine per il prossimo sono le due espressioni inseparabili della stessa confessione di fede.




2.2.3.3. L’insegnamento morale dei Profeti

36. Il giusto comportamento morale è un tema fondamentale presso tutti i profeti, ma non lo trattano mai per sé stesso e in un modo sistematico. Essi si occupano dell’etica sempre in relazione al fatto che Dio conduce Israele attraverso la storia. Ciò funziona in modo retrospettivo: tenendo conto cioè del fatto che Dio ha liberato Israele dalla schiavitù nell’Egitto e lo ha condotto al proprio paese, gli Israeliti devono vivere secondo i comandamenti che Dio ha dato a Mosè al Monte Sinai (cf. la cornice dei dieci comandamenti in Dt 5,1-6.28-33). Tuttavia, perché non facevano questo e adottavano le abitudini delle nazioni, Dio si accingeva a mobilitare contro di loro invasori stranieri per devastare la loro terra e portare il popolo all’esilio (Os 2; Ger 2,1-3,5). Funziona pure in modo prospettico: Dio salverà un resto del popolo dalla dispersione fra le nazioni e lo farà tornare al loro paese ove vivranno, finalmente, come una comunità fedele intorno al tempio e ubbidienti agli antichi comandamenti (Is 4; 43). Questa connessione fondamentale fra etica e storia, sia passata sia futura, è elaborata in Ez 20, che costituisce la magna carta dell’Israele ri-nato.

Sulla base della presenza di Dio nella storia d’Israele i profeti hanno confrontato il popolo con il suo effettivo modo di vivere che era in pieno contrasto con la “Legge” di Dio (Is 1,10; 42,24; Ger 2,8; 6,19; Ez 22,26; Os 4,6; Am 2,4; Sof 3,4; Zc 7,12). Questa regola divina per la condotta d’Israele conteneva ogni sorta di norme e abitudini, provenienti dalla giurisdizione tribale e locale, dalle tradizioni familiari, dall’insegnamento sacerdotale e dall’istruzione sapienziale. La predicazione morale dei profeti mette l’accento sul concetto sociale di “giustizia” (mishpath, tsedaqah) (Is 1,27; 5,7; 28,17; 58,2; Ger 5,1; 22,3; 33,15; Ez 18,5; Os 5,1; Am 5,7). I profeti hanno messo la società israelitica a confronto con questo modello umano e divino in tutti gli aspetti: i diversi ruoli nel processo legale dal re al giudice e dal testimone all’accusato (Is 59,1-15; Ger 5,26-31; 21,11-22,19; Am 5,7-17), la corruzione delle classi dirigenti (Ez 34; Os 4; Mal 1,6-2,9), i diritti delle classi sociali e degli individui, specialmente degli emarginati (Is 58; Ger 34), la crescente spaccatura economica fra i latifondisti e i lavoratori agricoli impoveriti (Is 5,8.12; Am 8; Mic 2), l’inconseguenza fra servizio cultuale e comportamento comune (Is 1,1-20; Ger 7), e persino il degrado della moralità pubblica (Is 32,1-8; Ger 9,1-9).

Infine, per comprendere in modo adeguato l’etica degli scritti profetici si deve tener conto del fatto che la morale, sia pubblica sia privata, deriva ultimamente da Dio stesso, dalla sua rettitudine (Is 30,18; 45,8; Ger 9,24; Sof 3,5) e dalla sua santità (Es 15,11; Is 6,3; 63,10-11; Ez 37,28; Os 11,9).



2.2.4. L’alleanza con Davide

37. Questa alleanza in modo speciale è puro dono di Dio, in quanto non dipende dall’atteggiamento umano, dura per sempre e trova il suo compimento nella missione messianica di Gesù (cf. Lc 1,32-33).

Originariamente questa alleanza è nata, quando il popolo chiese a Dio un re, senza comprendere che Dio stesso era il suo vero re. Dio concesse l’istituto monarchico (1 Sam 8; Dt 33,5); il re però non è posto fuori dell’alleanza stipulata da Dio con il suo popolo, bensì vi è coinvolto e quindi deve comportarsi secondo le leggi stabilite da Dio. Il regno di Davide veniva concesso in modo da realizzare un rapporto diverso con il Signore (1 Sam 16,1-13; 2 Sam 5,1-3; cf. Dt 17,14-20). Nel racconto della fondazione di questa dinastia non ricorre il termine “alleanza”. L’oracolo di Natan non contiene condizioni esplicite e costituisce una forte promessa. L’impegno del Signore è assoluto (2 Sam 7,1-17). Nel caso di un fallimento dei successori di Davide, che difatti cominciava già con Salomone, Dio li castigherà, non tanto per punirli ma per correggerli. Il suo atteggiamento paterno verso la discendenza di Davide non cesserà mai (2 Sam 7,14-15; cf. Sal 2,6-7). Per conseguenza il regno di questo eletto di Dio durerà per sempre (2 Sam 7,13-16) perché secondo il salmista Dio ha giurato in modo chiaro: “Non romperò mai la mia alleanza” (Sal 89,35).



2.2.5. La “nuova alleanza” secondo Geremia

38. Il testo di Ger 31,31-34 è l’unico che parla esplicitamente di una “nuova alleanza”:

“Verranno giorni…nei quali…concluderò una alleanza nuova. Non come l’alleanza che ho concluso con i loro padri … che essi hanno violato ... Questa sarà l’alleanza che io concluderò … Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore.

Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo.

Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri …. Perché tutti mi conosceranno ... Poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato.”

Sono da notare i punti seguenti:

1. All’inizio e alla fine si trovano due affermazioni sull’intervento del SIGNORE riguardo all’alleanza: questa cornice includente elabora la novità dell’alleanza per quanto riguarda lo stesso Dio in termini di perdono e di non ricordarsi più. Israele stesso semplicemente non fa nulla: nessuna confessione o espiazione della colpa, nessuna iniziativa di tornare a Dio. Spetta completamente al SIGNORE creare un atteggiamento positivo da parte d’Israele.

2. Si aggiungono due caratteristiche della nuova alleanza. Ormai la Torah è “data nell’ animo” e “scritta nel cuore” (cf. Ez 36,26-27). Di conseguenza, “tutti conosceranno” Dio, cioè avranno con lui una relazione intima, secondo il senso forte del verbo ebraico, che include la prassi della giustizia (cf. Ger 22,15-16).

3. Due antitesi sottolineano il carattere specifico dell’alleanza nuova riguardo a quella conclusa coi padri nel deserto. Questa, scritta sulla pietra, venne violata da loro e dalle generazioni successive; l’altra è assolutamente nuova in quanto sarà scritta nei cuori. Inoltre, l’insegnante sarà il SIGNORE stesso, e non più mediatori umani.

4. Nel centro del brano emerge la formula dell’alleanza, che afferma l’appartenenza reciproca del SIGNORE e del suo popolo. Questa formula non è cambiata, è ancora valida e costituisce il cuore del passo.

5. Tutto sommato, la nuova alleanza non è diversa dall’antica per quanto riguarda i partner, l’obbligazione a osservare la Torah e il rapporto con il SIGNORE. L’esegesi precedente conduce alla conclusione che c’è solo un impegno del SIGNORE nei confronti d’Israele, mentre questo popolo attraversa i secoli, benché sia vero che la sua forma effettiva, l’alleanza, subisce modifiche nelle diverse epoche della storia d’Israele fino alla sua riforma fondamentale durante l’esilio. La stessa concezione dell’alleanza, che è caratterizzata dall’incondizionata fedeltà di Dio, si può trovare anche in altri testi (Lv 26,44-45; Ez 16,59-60) oppure nella storia del vitello d’oro (Es 32-34) come in un parallelo narrativo (in particolare Es 34,1-10).

6. Il concetto della nuova alleanza non implica una opposizione tra il Nuovo Testamento e l’Antico e neanche tra i cristiani e i giudei (cf. “Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana” nn. 39-42). Comporta invece un rinnovamento fondamentale nella storia dell’alleanza stessa, in quanto il SIGNORE dona al suo popolo l’abilità connaturale di vivere secondo la Torah sulla base del perdono della loro iniquità e del dono dello Spirito santo. Questo per i cristiani si è realizzato nella morte salvifica di Gesù per la remissione dei peccati (Mt 26,28).



2.2.6. L’insegnamento morale dei sapienti

39. Scopo dei libri sapienziali è insegnare il giusto comportamento agli uomini. Perciò costituiscono una manifestazione importante dell’etica biblica. Alcuni sono più determinati dall’esperienza umana (per esempio il libro dei Proverbi) e dalla riflessione sulla condizione umana e costituiscono un nesso prezioso con la saggezza di altri popoli, altri si trovano in un collegamento più stretto con l’Alleanza e con la Torah. Al primo gruppo appartiene il libro del Qoelet, al secondo il libro del Siracide. Di questi due libri ci occupiamo a titolo di esempio.

a. Il libro di Qoelet

Qoelet fa parte del movimento della sapienza, ma è caratterizzato dal suo approccio critico. Inizia con la constatazione: “Vanità delle vanità, dice Qoelet, vanità delle vanità, tutto è vanità” (1,2) e la ripete nella parte conclusiva (12,8).

Il termine “vanità” (hebel) significa letteralmente: respiro, vapore, soffio, e viene riferito a tutto ciò che è effimero, fugace, instabile, incomprensibile, enigmatico. Qoelet caratterizza con esso tutti i fenomeni della vita umana. Gli uomini vivono in un mondo del quale non hanno nessun controllo, in un mondo pieno di inconsistenze, anzi di contraddizioni. Niente di ciò che si ottiene in questo mondo ha un valore durevole: sapienza, ricchezza, piacere, fatica, giovinezza, la stessa vita. La gente può o non può ricevere ciò che merita. Tutto è sottoposto allo spettro della morte, l’unico fattore nella vita che è inevitabile e al quale nessuno scampa. Nonostante le inconsistenze e le vicissitudini della vita, gli uomini devono accettare il loro posto nel rapporto con Dio. Questo è il significato dell’ammonizione di Qoelet: “Abbi il timor di Dio” (5,6).

Contro i vari tentativi e sforzi umani di dominare e comprendere la vita Qoelet pone come unica alternativa realistica di accettare il fatto che un controllo non è possibile, e di lasciar andare le vicende. Solo così si verifica la possibilità di trovare gioia e soddisfazione in tutto ciò che si fa. Sette volte Qoelet esplicitamente esorta gli uomini a rallegrarsi sempre quando si presenti loro un’opportunità (2,24-26; 3,12-13.22; 5,18-20; 8,15; 9,7-10; 11,7-12,1), perché questa è la sorte data loro da Dio come rimedio per le miserie della vita. Ma in nessuna parte si raccomanda uno stile di vita edonistico.

Anche se l’etica di Qoelet non richiede un cambio radicale delle strutture, essa comporta interessanti elementi di critica politica e sociale. Il sapiente fustiga certi scandali e abusi inerenti al sistema della monarchia: il caso del re che invecchia e diventa testardo e autocrate (4,13), l’usurpazione del potere da parte di un criminale o di un arrivista (4,14-16), la corruzione dei funzionari a spese dei poveri e dei contadini (3,16; 4,1; 5,7-8), l’inutile moltiplicarsi di amministratori pubblici, se manca loro la sapienza (7,19), l’attribuzione di promozioni e responsabilità a incapaci (10,5-7), la continua festa alla corte del re bambino (10,16). Dal punto di vista sociale egli denuncia i seguenti comportamenti: la gelosia e la competizione (4,4), l’oziosità e la pigrizia (4,5), lo strapazzo e l’attivismo (4,6), l’individualismo e la sete del guadagno (4,7-12). In breve, in questo scritto sapienziale, per certi aspetti quasi moderno, si trova una miniera di riflessioni utilissime per ispirare una vita equilibrata, sul piano sia personale sia collettivo.



b. Il libro del Siracide

40. Siracide vede la sapienza non solo associata all’esperienza umana e derivante da Dio ma anche fermamente attaccata alla storia della salvezza e alla Torah di Mosè (24,23). Nel Siracide ambedue le realtà, rivelazione ed esperienza, sono congiunte e integrate senza eliminare né l’una né l’altra. Corrispondentemente, il Siracide può presentare gli eroi d’Israele (44-50) come esempi della sapienza e insistere sull’osservanza della Torah e allo stesso tempo apprezzare la bellezza e armonia della creazione (42,15–43,33), prendere insegnamenti dalla natura e accettare le osservazioni e le massime dei saggi che l’hanno preceduto.

Il libro, in gran parte, è una collezione di diverse istruzioni, esortazioni e massime che riguardano tutta la gamma di temi riferiti alla vita virtuosa e alla condotta etica. Ci sono doveri verso Dio, doveri domestici, obblighi e responsabilità sociali, virtù da praticare e vizi da evitare per la formazione del carattere morale. Il libro costituisce una specie di manuale per il comportamento morale. Esalta la singolare eredità d’Israele, in particolare insiste nella richiesta che il popolo di Dio partecipi alla sapienza di Dio in un modo singolare, perché dispone di un’altra fonte di sapienza nella Torah.

L’inizio e la corona, la perfezione e la radice della saggezza è “il timore del Signore” (1,14.16.18.20). Per Siracide, sapienza e timore del Signore sono praticamente sinonimi e si manifestano nell’ubbidienza alla legge di Mosè (24,22).

La sapienza è pure attiva nello sviluppo dei rapporti all’interno della famiglia: doveri dei figli verso i genitori (3,1-16; 7,27-28); doveri dei genitori verso i figli (7,23-25; 16,1-14); relazioni con donne: la moglie (7,19; 23,22-26; 25,12–26,18), le figlie (7,24-26; 22,4-5), le donne in genere (9,1-9).

La sapienza è riferita anche a diversi aspetti della vita sociale: distinzione di veri e falsi amici (6,5-17; 12,8-18); cautela con estranei (11,29-34); atteggiamenti verso la ricchezza (10,30-31; 13,18-26); moderazione e riflessione negli affari (11,7-11; 26,29–27,3) e tanti altri argomenti.

Per la sapienza non c’è un’area della vita che non sia degna di attenzione. La vita di ogni giorno comprende innumerevoli situazioni che esigono determinati atteggiamenti, decisioni e azioni non regolate dalle grandi leggi. Di questo campo si occupa la sapienza tradizionale. Nella convinzione che tutta la vita è sotto il controllo di Dio, Israele incontra il suo Creatore anche nella vita quotidiana. Siracide combina esperienza personale e sapienza tradizionale con la rivelazione divina nella Torah, la prassi liturgica e la devozione personale.

I saggi si occupano del mondo che Dio ha creato e nella cui bellezza, ordine e armonia si rivela qualcosa del suo Creatore. Mediante la sapienza Israele incontra il suo Signore in una relazione vitale che è aperta anche agli altri popoli. L’apertura della sapienza israelitica alle nazioni e il carattere chiaramente internazionale del movimento dei sapienti può provvedere una base biblica per un dialogo con le altre religioni e per la ricerca di un’etica globale. Il Dio Salvatore di giudei e cristiani è pure il Creatore che si rivela nel mondo da lui creato.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 27 Febbraio 2019 08:15
 
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