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"Nell'Arca di Noè" di Mons. Mario Canciani - L’esempio dei Santi PDF Stampa E-mail
Scritto da Marilena   
Martedì 27 Maggio 2014 07:38

"Nell'Arca di Noè" di Mons. Mario Canciani
L’esempio dei Santi


Molti sono i Santi che hanno amato gli animali, manifestando la loro bontà verso di essi in un modo o nell’altro. Abbiamo già veduto come li amava San Francesco. Oggi stiamo riscoprendo il “Cantico delle Creature” di questo grande contestatore del Duecento. In termini francescani “ante litteram” egli ha cantato il sole, l’acqua, il vento, le montagne, gli uccelli, il fuoco, sulla scia del pensiero ebraico che integrava, in un unicum”, la religione e la vita del cosmo.Cantava infatti il Salmo 148: “Lodate il Signore della terra,mostri marini e voi tutti abissi voi fiere e tutte le bestie rettili e uccelli alati”.


Ed il Libro del profeta Daniele: “Benedite, quanto si muove nell’acqua,il Signore, lodatelo ed esultate nei secoli.Benedite, uccelli dell’aria il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoliBenedite, animali tutti, selvaggi e domestici, il Signore,lodatelo ed esaltatelo nei secoli”.

Si potrebbero citare esempi di Santi che in ogni opera hanno amato gli animali, a cominciare dagli anacoreti del deserto.Si racconta che una iena, che aveva il suo piccolo cieco, aprì con la testa la porta dell’abitacolo in cui viveva San Macario di Alessandria. Il Santo guarì dalla cecità il piccolo e la madre, dopo averlo allattato, tornò nel deserto.San Simeone l’Anziano, che viveva in solitudine tra le bestie selvagge, comandò a dei leoni, dopo averli accarezzati, di far da guida ad alcuni viaggiatori che avevano smarrito la strada. Un altro episodio delicato è questo: quando morì San Paolo l’Eremita, il discepolo Sant’Antonio, non avendo strumenti per scavargli la fossa, chiamò dei leoni che, dopo aver pianto accanto al corpo del Santo, grattarono la terra con le loro unghie fino a fare una fossa capace di contenere il corpo. Poi leccarono le mani di Sant’Antonio come per domandargli una benedizione. E lui pregò così: “Signore, dona a questi leoni quello che voi sapete che è necessario per loro”. Nella Chiesa ortodossa San Serafino è uno dei Santi più popolari. Viveva nella foresta di Sarov alla fine del 1700 e agli inizi del 1800. insegnava che “... solo chi sa pregare può conoscere il linguaggio della Creazione”. A mezzanotte – racconta un testimone oculare – orsi, lupi, lepri, volpi, lucertole e rettili attorniavano l’eremitaggio. Dopo aver terminato le sue preghiere secondo la regola di San Pacomio, l’asceta usciva dalla cella e si metteva a nutrirli. A chi gli domandava come poteva essere sufficiente il poco pane secco contenuto nella sua bisaccia rispondeva: “Ce n’è per tutti”.  

Tra i Santi, famoso è il domenicano fratel Martin de Porrés, vissuto nel XVI secolo e canonizzato nel 1962 da Papa Giovanni XXIII. Aveva un’anima fraterna per tutti gli esseri, anche privi di ragione, suscettibili di sofferenza e di angoscia. Vide un giorno un essere ferito e gli disse: “Hai voluto fare il cattivo: seguimi e ti guarirò”. La stessa cosa avvenne con un gallo che si era rotto la zampa. Scrive un biografo:”Gli aveva dato l’ordine di tornare da lui ogni giorno per essere medicato ed il gallo ubbidì con precisione. La sua commiserazione non si fermava agli animali domestici, si occupava anche degli animali nocivi.

Nel Convento si volevano prendere misure draconiane contro i topi che rosicchiavano tutto quello che trovavano in cucina, in sacrestia, nelle celle. Soffrendo al pensiero dell’imminente sterminio di queste insopportabili ma innocenti bestiole, incontratane una, le disse: Piccolo fratello topo, voi qui non siete più sicuri. Va a dire ai tuoi compagni di prendere alloggio in fondo al giardino. Mi impegno a venirvi a dare da mangiare, a condizione che non torniate più in convento. Da quel giorno finì ogni razzia”.

Non è che tutti i Santi ebbero una simile sensibilità. Di San Bernardino da Siena, gli storici dicono che un giorno, mentre predicava, un cane stava attraversando la piazza, certamente non silenziosamente. Il Santo, che colpiva i suoi ascoltatori con parole che sembravano colpi di balestre e di bombarde, si mise ad urlare: “Cacciate quel cane, dategli una pianella!”. Vorrei soffermarmi su un Santo a me caro, perché è stato un mio predecessore nella Basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini, di cui sono parroco: San Filippo Neri, vissuto alla fine del 1500.  Dagli “Atti del processo di canonizzazione” leggiamo: “Non poteva passare per i macelli per compassione; riprendeva quelli che battevano gli animali; pativa quando li vedeva vivi et sapeva quando avessero ammazzati, se l’avesse veduti patire; voleva se li desse da mangiare, tanto a quelli di fora che a quelli di dentro; li topi, poi, non voleva si ammazzassero, ma ordinava che fossero portati all’aperto et lasciati andare”. “Aveva a caro che si facesse carezze a li animali simile a quelli di San Francesco. Diceva: Se tutti fossero della mia natura, non si ammazzariano gli animali”.

Mentre il chierico Francesco Gazzarra, di 21 anni, stava preparando la cappella per la Messa, vi trovò un piccolo passerotto che portò a far vedere al padre. “Non lo stringere, non li far male – disse – apre la finestra et lassalo andare. Però bisognerà allevarlo; non saperà dove andare”. Non voleva che si ammazzassero neppure le mosche. Diceva al chierico:”Non l’ammazzare; apri la finestra et, collo ferraiolo, cacciale fuora”.  

Ai tratti e aneddoti sull’amore autenticamente francescano di San Filippo per gli animali, parecchi altri ne aggiungono gli atti del processo. Una deposizione attribuisce alla sua intercessione perfino la resurrezione di un passero solitario del Cardinal Cusani.   Una volta vide il prete Francesco Borzo uccidere una lucertola nel cortile. “Crudele! Che ti faceva quell’animale?”.

Il doganiere Loys Ames depose nel processo di aver veduto un cardellino giocare con la barba del Santo. Un’altra volta, dopo aver visto un macellaio che feriva con un coltellaccio un cane: “Cominciò a lamentarsene più volte, e disse: Oh poveri animali, oh poveri animali; et a questo – scrive Domenico Migliaccio, prete nepesino – mi trovai presente; et di queste cose ne è stata et è pubblica voce et fama”.Il Canonico da San Pietro Germanico Fedeli, depose: “Ho visto, più volte, mentre andava per strada, o in cocchio, o a piedi, di fare scansare, cani, somari et altri, quando potevano essere calpestati da qualche cocchio, o altro pericolo. Et quando gli era presentato qualche uccello, o animale vivo, lo donava a persone, dicendogli, che non l’ammazzassero, ma li conservasse vivi. Et, a una sua gatta, che lasciò nelle stanze di San Girolamo, quando venne a stare alla Vallicella, gli mandò, sinché visse, una volta al giorno, da mangiare”.   Quando ebbe in dono due pernici: “Udendo che avevano a morire, tutto si turbava; et le mandò alla s.r. marchesa Rangona che le governasse, proibendole che non se ammazzassero”. Amava una cagnolina del s.r. cardinal Cusano: “…et la teneva sempre in braccio, et tanto faceva de una sua gatta”.

Un’altra interessante deposizione è quella dell’abate di Sant’Eutizio a Norcia, Giacomo Crescenzi: “Per lo spirito che aveva, avanti che dicesse Messa, per reprimere la commozione, teneva certi cagnoli, lì a San Girolamo, e tanti che dicesse la Messa, si metteva a giocare con quelli cagnoli. Et una volta, fu ripreso di questa cosa, da un prete spagnolo, quale non intendeva né sapeva perché lo facesse, et accettò la riprensione, et non disse niente. Et che, per questo effetto, tenne ancora certi uccellini, per distraerse dall’abbandonantia dello spirito, quale li abbondava. E per questo accadeva sia a San Girolamo che a San Giovanni dei Fiorentini”.

Il preferito, tra gli animali che Filippo ama, è il cane “Capriccio”. Depone al processo il chierico Zazzara: “Un’altra cosa meravigliosa me sovviene, che l’s.r. cardinale de Santa Fiore aveva un cagnolo il quale era il spasso del detto s.r. cardinale; et il m.s. Costanzo, maestro di casa del cardinale, figliuolo spirituale edl p. Filippo, si fermò con lui et non volse tornare dal cardinale. Et il cardinale disse: “Non li basta di tirare a sé li homini et persone humane: ci vuole tirare ancora li animali”; et, nel principio, l’hebbe a male; et il padre ce lo faceva riportare et, con tutto questo, il cane sempre ritornò e non lasciò mai il padre, fin che il cane morse in camera del p. Filippo. E pure, come attestò Germanico Fedeli, “Capriccio” alla tavola del cardinale veniva cibato di “polpe di gallina et d’altre carni delicate, facendolo bere in tazze d’argento, et era grande quanto un grosso lepre, di pelame bianco con alcune macchie rosse. Il padre Filippo, invece, non gli dava, per ordinario, altro che pane et, alle volte, qualche ciambella”.

San Filippo girava con il cane per il rione Ponte. Il Santo se ne serviva per tenere in umiltà i suoi. Un canonico di Palestrina, tale Francesco Pucci, facendo la sua deposizione affermò: “Nella sua stanza non c’era che il letto, alcuni uccelli e il suo cane Capriccio. Un giorno, per mortificarmi, me lo fece prendere in braccio. Avevo una tonaca nuova e si riempì di peli di Capriccio...”. Il cane invecchiando divenne brutto. Il Cardinal Tarugi, che insieme ai suoi confratelli se ne era dovuto occupare, ma solo per ubbidire al Padre, scrisse questo curioso epitaffio: “Re degli altri superbo altero cane,Che d’orgoglio e d’invidia il mondo empiesti,Hor cieco e vecchio in terra pur cadesti,Di ch’alza al Ciel ogni huomo ambe le mane,Suonano d’allegrezza le campaneFan nuove squilli e tu fra cestiD’ortiche e sterpi giaci e non ti destiCrudel flagello della mani humaneSi ch’or contento è l’Aniumuccia e il restoDei tuoi nemici, can mastino e fero,ma eran più se morivi più prestofa feste e gode il secolo e il cleroe cani, e gatte, sol si rova mestoil cadavere tuo fraciolo e neronon ci darai più, sperotentazione e tormenti, come hai fatto.Quel ch’è avvenuto a te, venga anche al gatto”.

San Filippo non deve aver sorriso ascoltando queste parole. Amava troppo “Capriccio” per non pensare di ritrovarlo un giorno in paradiso.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento Sabato 21 Giugno 2014 11:36
 
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