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"Nell'Arca di Noè" di Mons. Mario Canciani - Breve storia del pensiero filosofico e teologico PDF Stampa E-mail
Scritto da Marilena   
Mercoledì 04 Giugno 2014 08:47

"Nell'Arca di Noè" di Mons. Mario Canciani
Breve storia del pensiero filosofico e teologico


Il dibattito contemporaneo si rifà spesso, di fronte al mondo animale, agli orientamenti di fondo della storia del pensiero umano, alle stratificazioni del tempo, alle filosofie correnti. Manca tuttavia a tutt’oggi una sintesi globale.La ricerca odierna è ristretta solo, in genere, ad alcuni studi settoriali e monografici. Siamo in un tempo di specializzazione scientifica  e di “pensiero debole”. Eppure il presente nasce dal passato.Le tappe storiche non vanno considerate in se stesse, ma nel loro lento incedere verso un arrivo comune, dal quale partono le nuove mentalità, presenti considerevolmente anche in campo laico.

Vistosa, purtroppo, è la compresenza di fattori negativi, quali per esempio, l’organizzazione commerciale, puramente strumentale, del rapporto uomo-animale, con i soli squallidi fini di lucro.Le radici di questa storia sono nel grande fondo comune a tutto l’Oriente arcaico e quindi anche nella Bibbia. Le varie tradizioni religiose sono una conseguenza delle differenti “immagini del mondo” da cui a loro volta derivano le diverse sensibilità etiche.Pur confermando quanto già detto sul “mattatoio biblico”, ho l’impressione che alcuni vogliano addossare alla Bibbia una concezione antropocentrica che è stata invece, solo in seguito, l’interpretazione di alcune tradizioni cristiane influenzate dal pensiero greco sulla natura.

 

 

Il Libro della Genesi descrive la Creazione secondo due fonti distinte, la jahwista  e la sacerdotale. Nella prima, la Creazione è percepita come un’unità globale. C’è chi vede una specie di “unione magica” di tutte le creature, espressa dal testo jahwista. E’ Dio stesso che presenta gli animali all’uomo per colmare la di Lui solitudine. L’uomo perciò dà il nome agli animali, non come segno di supremazia, come una certa tradizione esegetica afferma, ma per attestare la familiarità che ha con gli animali, che egli ormai ben conosce.

Anche dopo la creazione della donna che è l’aiuto adeguato all’uomo, sembra quasi che il redattore del testo non voglia fare una distinzione essenziale tra uomo ed animale: le minacce di distruzione poste sulla bocca di Jahvè, dopo il peccato originale, toccano insieme l’uomo e i suoi animali, che sono parte integrante del suo essere nel mondo.

La tradizione sacerdotale, tardiva, ha una visione più strutturata del mondo. L’uomo ha il privilegio regale di essere ad immagine di Dio, cioè di attestarne la presenza come le statue ricordavano nelle province l’imperatore. Nel mondo biblico Dio non può essere rappresentato, come lo era in Egitto, sotto forma di animale sacro. Diverso è il discorso delle visioni mistiche dei profeti.

Nell’Antico Testamento c’è una infinità di testi provenienti dalla tradizione apocalittica riguardanti gli animali. In uno stato di pace universale essi prederanno la loro aggressività: “Il lupo pascolerà con l’agnello” in un mondo pacificato dove la stessa alleanza, estesa anche al regno animali, diventerà segno di una “nuova creazione”. Bisognerà anche dire che, in questi testi, l’animale spesso immaginario, può assumere una valenza ambivalente e quindi demoniaca.  Tutto ciò suscita dei riflessi etico-giuridici documentabili nella Bibbia stessa. Accenno solo ad alcuni. Gli animali sono così vicini all’uomo, da essere visti in qualche senso responsabili di azioni malvagie, e quindi punibili: “…il bue che uccide un uomo deve essere ucciso”. Ma non mancano esortazioni alla protezione: secondo il Libro dell’Esodo gli animali che vivono liberamente vanno paragonati ai poveri mendicanti; secondo il Deuteronomio gli animali addomesticati hanno diritto ad una parte del raccolto per il proprio nutrimento.

Gli scritti del Nuovo Testamento, non avendo una preoccupazione specifica per la sorte degli animali in quanto tali, tranne quanto già precedentemente detto, sono in linea continua con l’Antico Testamento, pur superandone alcuni tabù, come quello della spartizione tra “puro” e “impuro” derivante dal raccolto mitico di Noè.Per poter meglio situare la novità del dibattito contemporaneo sullo statuto ontologico e morale degli animali, accenno ai maggiori filoni di pensiero.   L’antichità classica, dall’antropomorfismo criticato dai presocratici, trova in Aristotele la riflessione più compiuta. Il fatto che l’uomo è “animale razionale” lo distingue dagli animali. Solo in lui la “nous” è capace di “teoria”, cioè di considerazione astratta, impossibile alla percezione puramente sensitiva degli animali. Da qui il tipico “antropocentrismo” aristotelico. Saranno gli stoici a parlare di un istinto originario, specifico per ogni essere, e di una dottrina finalistica degli istinti stessi. Filone, Plutarco, Celso e Porfirio, in funzione antistoica, difendono la ragionevolezza degli animali affermando la presenza delle “ragioni seminali” del Logos in ogni organismo vivente. Porfirio invita al vegetarismo in “De abstinentia”. Plutarco nel suo “De solertia animalum”, in un immaginario dialogo tra giovani cacciatori che discutono senza vincitori e vinti, se abbiano maggior quantità di ragione gli animali terrestri o acquatici, invita alla tesi della ragionevolezza.   Bisogna dire che il Cristianesimo ha attinto con maggior simpatia al filone stoico piuttosto che a quello dei suoi critici. Dopo i Padri della Chiesa, dei quali abbiamo già specificato le posizioni, con San Tommaso D’Aquino abbiamo una teologia speculativa più ontologica che utilitaristica: “Le piante sono per gli animali – scrive nella “Summa Contra Gentiles”- gli animali per l’uomo”. Anche se l’espressione ha un significato fortemente causale-finale e non semplicemente strumentale, le proposte normative dell’Aquinate sono relativamente povere: l’uomo può nutrirsi di animali. Essi, possedendo una “anima sensitiva” e quindi non sussistente e mortale, sono piuttosto “acta quam agentia”, degli “atti più che dei soggetti”.

L’uomo può usarne senza ingiuria, sia uccidendo che in altro modo…”.  Non si può negare, però, che San Tommaso è contro ogni comportamento arbitrariamente crudele verso gli animali. Anzi, distinguendo tra “affectus secundum rationem” ed “affectus secundum passionem” giudica moralmente desiderabile una misericordia verso gli animali. La fede nella creazione, l’influsso della zoologia aristotelica e della dottrina stoica dell’”appetitus naturalis”, fanno muovere l’Aquinate su una linea di antropocentrismo moderato. La freddezza nei confronti degli animali, priva del tono affettivo così presente in altri scritti medievali a lui contemporanei, è arrivata fino a noi e spiega la posizione di molti ecclesiastici e laici cristiani di oggi.

La Riforma Protestante nel XVI secolo non ha portato novità. Lutero parla del dolore degli animali assunto e redento nella prospettiva del Regno. Calvino accenna al fatto che le altre creature accompagnano l’uomo nella gloria, anche se è difficile indagare come. Zuiglio ha le sue considerazioni particolarmente “zoofile”, simili a quelle del pensiero umanistico. Il cattolico Tommaso Moro, nella sua celebre “Utopia”, farà la “critica alla caccia”.

La storia piega in senso negativo, partendo dalla nuova concezione del mondo, a partire dal XVII secolo con Cartesio. Secondo lui l’animale non è che una macchina uscita dalle mani di Dio. Che siano gli animali semplicemente “automata”, “macchine”, è dimostrabile dalla mancanza in loro di linguaggio.

La concezione meccanicista di Decartes nega agli animali qualsiasi sensazione, in senso positivo come piacere, in senso negativo come dolore.  Voltaire reagisce: “Che  vergogna, che miseria, aver detto che le bestie sono macchine prive di conoscenza e sentimento, che fanno sempre tutto ciò che fanno nella stessa maniera, che non imparano nulla, non si perfezionano…”.

La reazione alle idee di Cartesio sposta inevitabilmente l’attenzione dallo studio ontologico degli animali da cui si potevano trarre conseguenze etico-normative, ad una tensione morale diretta. In Inghilterra prende inizio l’industrializzazione della natura. In America viene realizzato l’allevamento intensivo di animali con lo scopo del consumo esteso di carne.

L’inglese J. Bentahm, iniziatore del filone utilitarista, che considera prevalenti gli interessi dell’uomo, è per una “uccisione indolore”. Sono famose le sue parole: “Il problema non è: possono ragionare? Possono parlare?” ma “Possono soffrire?”. Sul “tormento degli animali” egli non vede nessuna giustificazione etica: “…ma esiste qualche motivo per cui si dovrebbe permettere che li tormentassimo? Si, parecchi”.La filosofia morale del vegetariano Kant, che scrive un libro sulla “sofferenza degli animali” è sul fronte opposto. Se è vero che doveri “diretti” sono solo tra gli umani, esistono doveri “indiretti” normativamente rilevanti per gli animali. Per lui, come per San Tommaso, la crudeltà verso di essi ha tristi conseguenze sul comportamento degli stessi uomini.

Che gli animali siano dotati di una qualche forma di volontà viene affermato in seguito da Schopenhauer. Siamo ormai nel XIX secolo. Egli si domanda se sia possibile, come sosteneva Kant, pensare ai valori “in sé”, visto che “…ogni valore è una quantità doppiamente comparativa, riguardo all’essere in se stesso e nel confronto con qualcosa d’altro che serve a valutarlo”. Sulla linea di Bentham egli afferma: “La sconfinata pietà per tutti gli esseri viventi è la più salda garanzia del buon comportamento morale e non ha bisogno di alcuna casistica”.

A contatto con queste dottrine, la teologia scopre una sensibilità più marcata, rispetto a quella manifestatasi con Tommaso D’Aquino, con Schleiermacher e Hamman nel mondo evangelico, e con Sailer in quello cattolico. Sul fronte della spiritualità e della visione romantica della natura, Albert Schweitzer, osservando che tutta l’etica è fondata essenzialmente sulla esperienza della propria volontà di vita in mezzo a quella di ogni organismo vivente, dichiara che è proprio questa presenza multiforme della vita ad avere un carattere di sacralità di cui bisogna avere il massimo rispetto. Solo Barth dimostra comprensione per questa concezione di vita dello Schweitzer, che anche se abbastanza indifferenziata e vitalista, mette sul tappeto quesiti etici che non si possono eludere.

Il dibattito, rimasto fino a poco tempo fa appannaggio quasi esclusivo dei filosofi morali, sta passando, come vedremo, ai teologi moralisti. La Chiesa, la grande assente, dall’interesse alla “Teologia delle realtà terrestri” deve pur dire qualcosa sulla “teologia della natura” e quindi degli animali, per non dimenticare una parte così considerevole dell’universo.






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Ultimo aggiornamento Sabato 21 Giugno 2014 11:40
 
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