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"Nell'Arca di Noè" di Mons. Mario Canciani - Il Magistero della Chiesa oggi PDF Stampa E-mail
Scritto da Annalisa   
Sabato 21 Giugno 2014 11:33

"Nell'Arca di Noè" di Mons. Mario Canciani
Il Magistero della Chiesa oggi


Fino alla metà degli anni ’60 nessuno aveva accolto il cauto accenno di Schopenhauer, che chiamava in causa il pensiero biblico cristiano, addebitandogli lo sfruttamento degli animali, giudicati privi di ogni elemento spirituale, e quindi senza alcun diritto nei riguardi dell’uomo-padrone.Il primo a riprendere questa accusa, scatenando negli Stati Uniti e in Germania un vivace dibattito, pare sia stato Lynn White Jr. il processo contro la Chiesa, lentamente e con argomenti diversi, venne poi sviluppato da Carl Amery, Gerhard Liedke, Ugo Krolzih, Eugen Drewermann.


Si è parlato di ritorno al Cristianesimo genuino, quale soggiace nelle Lettere di Giacomo o anche nell’”Esamerone” e di Sant’Agostino nel “De moribus Ecclesiae cattolicae”. Si è detto anche che esistono altri fattori, non addebitabili al Cristianesimo.   

Si è cercata una causa anche nel concetto di lavoro, diverso dalla concezione classica dispregiativa, della Chiesa dei primi secoli e della tradizione monastica; e persino della ricerca in chiave di interpretazione psicanalitica del “principio malefico jahwista del dominio dell’uomo sulla natura”.  

Il dibattito non poteva non indirizzare la questione verso altre direzioni culturali, che ebbero il merito di far proclamare nel 1978, da parte dell’Unesco, la «Dichiarazione universale dei diritti dell’animale», la «Dichiarazione», che può servire come base di partenza per una ulteriore elaborazione dei vari problemi in chiave non soltanto teorica ma anche operativa, assegna esplicitamente agli animali il diritto alla vita, al rispetto e alla protezione da parte dell’uomo, a non essere maltrattati, alla libertà nel proprio ambiente, a non essere abbandonati, alla non sperimentazione implicante sofferenze fisiche o psichiche, alla non compatibilità di esibizioni o spettacoli da circo, ad essere trattati con rispetto anche da morti, alla difesa per legge “come i diritti dell’uomo”.  

E la Chiesa? La Chiesa non poteva stare a guardare. Doveva scendere in campo e almeno per tre motivi: ristabilire la giusta interpretazione della Bibbia in genere, e dei primi capitoli della Genesi in particolare non sempre conosciuti sufficientemente; invitare i teologi a riscoprire un nuovo tipo di rapporto “uomo-animali” uscendo da un silenzio arcaico; far affrontare nella predicazione e nella catechesi anche le tematiche ambientali, “segno dei tempi” della nostra generazione.  

Non sono molti coloro che conoscono l’incoraggiamento dei Papi, nel secolo scorso, verso la protezione degli animali. Pio IX loda la legge francese Grammont del 1850 “…per la protezione giuridica degli animali”. Ai tempi di Leone XIII il segretario di Stato cardinal Rampolla, a nome del Papa si felicita per “…lo scopo altamente umanitari e cristiano” della Società per la protezione degli animali di Parigi. Lo stesso fa nel 1905 il cardinal Merry del Val a nome di Pio X per alcune società austriache. Benedetto XV era indignato per la caccia. Eppure i suoi predecessori avevano una “casa di caccia” alla Magliana…  

Benedetto XV, Pio IX, Pio XII, hanno rispettivamente ricevuto in udienza e lodato Società e Leghe ambiente, italiani, inglesi, francesi, come si può leggere negli “Acta apostolicae Sedis”. Pio XII nel novembre del 1950 in una udienza privata alla duchessa Hamilton che gli consegnava una supplica a nome di più di duecento società di diversi paesi, protettrici degli animali, disse: “Ogni desiderio inconsiderato di uccidere gli animali, ogni crudeltà ignobile verso di essi devono essere condannati”.  

Paolo VI è stato il primo pontefice ad intervenire esplicitamente sulla natura. Lo ha fatto in più riprese. Nel 1971, parlando ad un Convegno sui problemi dell’inquinamento in Campidoglio; nella Lettera Apostolica “Octogesima Adveniens”, in cui chiama i cristiani a dedicare maggiore attenzione alla natura; nel documento finale “La giustizia nel mondo” del Sinodo dei Vescovi. Nel 1972, nel messaggio al congresso di Stoccolma, in cui chiede un cambiamento di mentalità e la collaborazione di tutti, afferma: “La Chiesa è pronta a fare la sua parte”.  

I vescovi della Repubblica Americana si occupano, nel frattempo, anche se concisamente, del problema ecologico in una loro lettera pastorale del 1 Agosto 1982.  Sarà Giovanni Paolo II a riprendere il discorso ecologico. Karol Wojtyla, da cardinale di Cracovia, aveva scritto già nel 1962 in “Amore e responsabilità”: “Gli animali sono dotati di sensibilità e capaci di soffrire: si esige da parte dell’uomo che non li faccia soffrire e che non li torturi fisicamente…”.  

Il padre Brukberger ha fatto conoscere un aneddoto accaduto il giorno stesso della partenza del card. Woityla per il Conclave in cui doveva diventare papa. Una anziana donna, disperata perché gli avevano rubato il gatto, chiese l’aiuto del cardinale che stava per montare in macchina per andare all’aeroporto. Fece montare in macchina la donna e andò con lei a farsi ridare l’animale. Per poco non perdeva l’aereo…  

Giovanni Paolo II ama gli animali. Dicono che abbia fatto venire in Vaticano da Cracovia il gatto che aveva nel suo episcopio. Nel 1971 ha detto a M.Paolo Kruse della Repubblica Federale Tedesca che “…la protezione degli animali è un’etica cristiana”.  

Nel 1981, alla Lega di San Francesco, fondata dal grande pioniere Mons. Fusaro, ha dichiarato: “E’ piacevole per me trovarmi con voi, meritevoli ecologisti, e volentieri vi dò il mio incoraggiamento per l’opera che voi compite per la salvaguardia del patrimonio della natura e la protezione degli animali, i nostri fratelli più piccoli, come li chiamava il poverello di Assisi”.  

Papa Wojtyla ha nominato, nel 1979, agli inizi del suo pontificato, questo Santo come celeste Patrono degli ecologisti. Ha parlato dell’ecologia ai giovani a Viterbo nel 1984, a quelli di Ravenna nel 1986, ai lavoratori dell’ENEL di Civitavecchia e ai forestali a Pramarino di San Pietro di Cadore nel 1987, tornando più volte sull’argomento nelle udienze del mercoledì.  

Eccezionale per i suoi risvolti teologici, la sua Enciclica “Sollecitudo rei socialis” del 1987, con un chiaro invito ai teologi a studiare un nuovo rapporto uomo-animali. Due prestigiose riviste cattoliche, “Concilium” e la “Rivista di teologia morale”, accogliendo il desiderio del Papa, hanno dedicato un numero unico all’argomento.Dopo aver spronato, nel 1988, i parlamentari europei a Strasburgo a “…riconciliarsi con la creazione, vegliando sull’integrità della natura, sulla sua flora, sulla sua fauna…” il 1 gennaio 1990 ci ha donato il “Messaggio sulla Pace e la salvaguardia del creato” che ha fatto gioire gli animalisti, che non sospettavano che il 10 gennaio sarebbe tornato sull’argomento, affermando a chiare lettere che “…non solo l’uomo, ma anche gli animali hanno un soffio divino”. L’intento del Papa non è stato metafisico (la composizione di anima e corpo degli animali), ma morale. Nessuno più, dopo questa riscoperta biblica del Papa, potrà negare un valore creaturale anche ai più piccoli esseri del mondo animale. La stampa ha parlato di un paradiso per gli animali, ma anche se ciò rientra nel mistero d’amore di Dio, come vedremo, non è né esplicito, né implicito nel discorso del Papa.  

Si deve per completezza tener conto anche dell’insegnamento di alcuni episcopati. Nel 1985 c’è stato un documento congiunto dal titolo “Responsabilità per il creato” della Chiesa evangelica e della Chiesa cattolica di Germania. In esso è sottolineato che c’è “…un modo di intendere la natura che pone erroneamente al centro l’uomo e considera la natura solo come oggetto”.

Nel 1987, i vescovi della Repubblica Dominicana, non nuovi all’argomento, vi tornano con un corposo documento che si conclude con l’appello alla “riconciliazione non solo degli uomini tra loro, ma anche di questi con la natura”. Nella tarda estate del 1988, anche la conferenza episcopale della Lombardia tratta del mondo, Konrad Lorenz diventa l’iniziatore dell’etologia, la scienza che studia il comportamento degli animali.  

Il linguaggio particolare degli scimpanzé è stato studiato da Peter JenKins. Lilly-Marline Russow ha sottolineato l’importanza della specie; Donald Van De Veer, la giustizia interspecifica, Peter Siner, gli allevamenti intensivi; Tom Regan, il loro diritto di vivere.La sofferenza degli animali è stata valutata scientificamente da Marian Stamp Kawkins, da Harriet Shleifer, da Edward Evans. Richard Ryder ha scritto sugli esperimenti sugli animali.  

Ho avuto la fortuna di conoscere due grandi: Hans Ruesh, il fondatore di “Imperatrice nuda” e il prof. Dott. Pietro Croce. Tutti e due magistralmente hanno approfondito il problema angosciante della vivisezione.  

Le opinioni “evidenti” e da lungo considerate come naturali e necessarie, lo sono soltanto perché convenienti e passivamente accettate. Le differenze tra le reazioni degli organi animali e degli organi umani alle sostanze chimiche sono impressionanti. Quante medicine vengono ritirate dal mercato, perché sebbene sperimentate sugli animali, vengono scoperte dannose per l’uomo.Auguriamoci che i medici finalmente chiedano che la sperimentazione animale sia sostituita da altri metodi. Sanno le donne che i loro cosmetici vengono sperimentati “legalmente” con l’LSD 50, sugli occhi dei conigli, e che non sono tossici al disotto del 50% della morte o cecità di questi animali? Scrive Pietro Croce: “Una buona parte della ricerca medica vien fatta a beneficio dei ricercatori, piuttosto che a beneficio dell’umanità”.  

La seconda prospettiva, che è sempre almeno implicita negli studiosi, è il “significato etico-sociale” che sottende all’ecologia e quindi ad ogni vero ecologismo. Non sono dell’avviso di nutrire “diffidenze”, nei riguardi di chi si batte per l’ecosistema, emendo l’inquinamento di un rinnovato panteismo o di una forma più raffinata di scientismo materialista.  

Le risorse di un sapere sperimentale per gli equilibri degli ecosistemi non debbono trovarsi d’altra parte di fronte all’ingombro di una “rimistificazione della natura”, sia essa realizzata attraverso il ricorso alle dottrine orientali, o attraverso vari francescanesimi, o anche attraverso un ritorno alla mistica romantica della natura.  

Da temere è la cattiva demagogia di una politica che strumentalizza la questione ambientale per la probabilità certa di trovare un facile consenso popolare. E’ il rischio più grande per svuotare le vere istanze ambientali.  

Gli studiosi che più stanno ricercando un significato alla nostra problematica sono diversi. Accenniamo ad alcuni. Peter Siner tratta l’uguaglianza degli animali; Tom Regan dei diritti degli animali e del loro diritto di vivere; James Rachels del diritto alla libertà.Joel Feimberg si domanda se gli animali possono avere diritti; Peter Miller se gli animali possono avere interessi degli del nostro interesse morale; Silvana Castiglione illustra in un suo studio alcune prospettive bioetiche e giuridiche. Anche in campo cattolico, la discussione morale attorno ai diritti degli animali rappresenta un’occasione per meglio esplorare le debolezze nascoste in molte convinzioni etiche che sembravano a prima vista evidenti. Finora era sempre valsa la “correlazione” tra diritti e doveri, ritenendo che gli animali non potendo avere obbligazioni non possano essere soggetti di diritto. L’attuazione degli interessi specifici degli animali aprirà, anche per i credenti, una nuova visione e nuovi comportamenti.  

Siamo chiamati tutti, credenti e non, a vedere nell’animale non un semplice materiale organico a piena disposizione dell’uomo, un coagulo di molecole, ma un organismo vivente in un insieme di relazioni non arbitrarie, che l’uomo deve ben conoscere prima di modificare.  I miei quattro gatti, Astro, Marx, Mary e Coccola, hanno una loro identità. Quando, per una conferenza, torno tardi la sera, non vanno a dormire; giro piano la chiave nella toppa, ma loro sono tutti lì ad aspettarmi fuori dalla porta. Bisogna conoscerli gli animali per amarli!  

Un’ultima prospettiva, molto importante, è il nuovo desiderabile approccio teologico. Come salvarci infatti da quella Scilla e Cariddi, che sono l’antropocentrismo e il biocentrismo?  

Il termine “antropocentrismo”, soprattutto presso gli ecologisti, è un’eccezione del tutto spregiativa. Sarebbe inopportuno e inutile recuperarne il concetto. Anche perché abbiamo veduto che non dipende dalla tradizione biblica, almeno secondo la fonte letteraria jahvista. Comunque l’antropocentrismo ha perduto identità e rilevanza nel mondo moderno.  Il “biocentrismo”, d’altra parte, è una concezione troppo riduttiva per il credente, anche se fuori dai pregiudizi agnostici e da una falsa educazione religiosa, non può aprirsi al mistero.  

Una visione olistica, cioè complessiva, globale, organica, che pone l'accento più sul tutto che sulle parti, ci aiuta a considerare la terra come un unico organismo vivente, del quale fanno parte tutti gli esseri viventi, compreso l'uomo. Riconosce anche all'intero ecosistema e a tutte le sue componenti un valore in sé, oggettivo, con dei diritti per tutti, ma non tiene conto della spiritualità particolare che l'uomo ha, a differenza degli altri esseri.  Siamo infatti tutti animali, ma non allo stesso modo. Per quanto amiamo gli animali e solo Dio sa come, nell'uomo il cosmo trova la sua autenticità e la sua verità facendosi voce della creazione a cui Egli ha dato il nome, l'homo sapiens raggiunge il punto più alto del suo essere. L'homo faber porta al perfezionamento la terra affidatagli da Dio. L'homo contemplativus loda Dio, come San Francesco, vedendo in tutto il segno di Dio, conoscendo la Sua sapienza, bontà, e  bellezza.  

Tuttavia, tra un antropocentrismo che non gode più buona fama e un biocentrismo che potrebbe rivelarsi agnostico, scelgo da credente il teocentrismo. La creazione è creazione di Dio, della quale Dio è e resta il Signore, cosicchè l'uomo non può divenire mai il padrone assoluto.L'uomo deve essere ad immagine di Dio, non solo nel suo essere, ma anche nel suo agire. Perciò non può avere sulla natura un potere dispotico e distruttivo, e non può, senza andare contro il disegno di Dio, sfruttarla selvaggiamente e irrazionalmente.  La natura non è divina, non procede da Dio per emanazione o azione, l'atto della creazione pone una distanza infinita e invalicabile tra Dio e la sua opera. 

Queste verità in cui credono i cattolici sono state approfondite egregiamente da Moltmann, Kasper, ed altri autori moderni.Quanto al teocentrismo da me rivendicato, penso che sia la sola via per un recupero totale della riconsiderazione che ci deve essere tra uomini ed animali.  

Altre vie, come il revisionismo esegetico, che tenta ampiricamente di avvalersi di testi biblici disparati, l'ipotesi di Witeheard che raccomanda l’idea di un Dio limitato impegnato in continui esperimenti con la Sua creazione, la ri-mistificazione della natura, ispirata a idee romantiche o orientaleggianti, mi appaiono come strade interessanti, ma parziali. La dignità a cui hanno diritto gli animali viene da Dio prima ancora che dagli uomini.

 

 

 

 

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