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II domenica dopo Pentecoste della Liturgia ambrosiana PDF Stampa E-mail
Scritto da Annalisa   
Sabato 21 Giugno 2014 11:41

II domenica dopo Pentecoste della Liturgia ambrosiana

Ogni anno la liturgia ambrosiana in occasione della II domenica dopo Pentecoste ci propone una meditazione sul creato e su come noi uomini dobbiamo starci. La prima lettura ci porta a considerare il creato come cosmo, come realtà che è ordinata e regolata secondo una profonda armonia. Al principio di questo cosmo armonioso c’è il Signore creatore. Alla fine della lettura compaiono poi tutte le specie di viventi (quindi anche la specie umana), che però si contraddistinguono per la loro mortalità: “alla terra faranno ritorno”. Ora, proviamo a confrontare questa visione del cosmo, che ci ha suggerito la prima lettura, con quella che domina nella nostra cultura. Subito rileviamo una diversità decisiva: l’uomo moderno tende a considerare il cosmo come un sistema più o meno armonioso, regolato da un insieme di leggi fisiche più o meno rigorose e in questo sistema l’uomo è l’unico essere vivente, che disponga capacità di conoscere e di operare per regolare, per fruire il sistema.

 

Il Signore Dio creatore è stato praticamente estromesso. Ripeto, questa mutazione di quadro è decisiva. Finché il mondo era letto a partire da Dio, dalla sua opera creatrice, l’uomo stava nel mondo con la consapevolezza che a fondamento del mondo c’era una decisione di Dio, dettata non dal bisogno (Dio non ha bisogno di niente) ma dall’amore gratuito e finalizzata ad un traguardo di comunione. Di conseguenza l’uomo doveva stare nel creato e operare nel creato, tenendo conto di Dio, del suo progetto di amore. Ed a questo si sentiva richiamato. Estromesso Dio, l’uomo si trova a gestire il suo rapporto con il creato a partire da sé, dai suoi bisogni, dai suoi interessi. Al primato dell’amore gratuito si è sostituito il primato dell’utile e del profitto egoistico. Allo sguardo che coglie nel creato prima di tutto un dono dell’amore di Dio si è sostituito lo sguardo che vede nel creato solo una risorsa da sfruttare per fare fronte ai propri bisogni e ai propri desideri. Nella pagina di vangelo Gesù  propone due considerazioni formidabili. La prima considerazione è semplicemente una rilevazione esistenziale: con quale cuore vive l’uomo che sta nel mondo con uno sguardo utilitaristico? Gesù lo definisce ricorrendo alla parola “preoccupazione”. La intenderei così: il cuore dell’uomo non è più capace di occuparsi del creato nella maniera giusta, perché si trova già occupato, dominato, schiacciato, assediato dal suo io, dalla preoccupazione di sé.

 

Ecco, l’egoismo, la preoccupazione di sé, occupa prima, pre-occupa lo sguardo dell’uomo e lo rende incapace di occuparsi del creato con uno sguardo libero, trasparente. E così nel creato l’uomo non riesce più a cogliere nessun messaggio positivo di bellezza, di amore. Ecco, allora la seconda considerazione, che ci suggerisce Gesù: “Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno dispensa né granaio, eppure Dio li nutre. Quanto più degli uccelli valete voi!… Guardate come crescono i gigli: non faticano e non filano. Eppure io vi dico: neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Se dunque Dio veste così bene l’erba nel campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto più farà per voi… Il Padre vostro sa…”.

Ho trovato questo efficace commento: “Guardate… non chiudete gli occhi. Apriteli. Potete ritrovare le cose nell’immagine del dono, del Padre che le dona.  Quasi un invito a vivere da “vedenti”, riconoscendo il dono che abita le cose, contrastando alla radice la civiltà, o l’inciviltà, dei consumi… Ai tempi di Gesù tutti vedevano gli uccelli del cielo. Lui si incantava. Vedeva il Padre che li nutre. Ai tempi di Gesù tutti vedevano i gigli del campo. Lui si incantava. Vedeva il Padre che li veste. Li veste di un fascino che Salomone neppure se lo sogna. Si tratta di tornare ad incantarsi per l’oltre, per il volto che abita le cose e le fa dono. Ma l’incantamento viene da un indugio, da una capacità di sostare. Indugiare alla soglia delle cose. La fretta è nemica, radicalmente nemica, dell’incantamento. L’ansia non ci lascia guardare il presente. La fretta ci fa predatori. L’incantamento ha bisogno di sosta. “Guardate”, dice Gesù, “guardate”. Invito importante per i nostri occhi che si sono fatti opachi per cataratta dello spirito, e di conseguenza incapaci di sorprendere i colori, la bellezza, il mistero che abita le cose. “Guardate… guardate”. Ritorniamo a stupirci, come faceva Gesù per la creazione!”.


donrinotantardini

 

Ultimo aggiornamento Sabato 21 Giugno 2014 11:46
 
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