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Radici bibliche dell'agire cristiano - Dal dono al perdono PDF Stampa E-mail
Scritto da Marilena   
Venerdì 11 Luglio 2014 08:08

Pontificia Commissione Biblica, Bibbia e morale
Radici bibliche dell'agire cristiano

Quarta Parte
4. Dal dono al perdono


80. Fondamentale è il dono di Dio che comincia con la creazione, si manifesta nelle diverse espressioni dell’alleanza e va fino all’invio del Figlio, alla rivelazione di Dio come Padre, Figlio e Spirito Santo (Mt 28,19) e all’offerta di una comunione di vita perfetta e interminabile con Dio. Il dono è allo stesso tempo invito all’accoglienza, indica implicitamente il giusto modo di accoglierlo e abilita a una risposta adeguata. Esponendo la morale rivelata ci siamo impegnati a mostrare come Dio accompagna i suoi doni con la rivelazione del giusto cammino, del modo adeguato di accoglierli.


Ma secondo la testimonianza della Bibbia, gli uomini, sin dall’inizio, non accolgono giustamente il dono di Dio, non vogliono accettare il cammino che Dio mostra loro, e preferiscono le proprie vie sbagliate. Ciò si verifica in tutta la storia umana, in ogni generazione fino alla crocifissione del Figlio di Dio, al rifiuto dei suoi missionari, alla persecuzione dei suoi fedeli. La Bibbia è il racconto delle iniziative di Dio ma simultaneamente il racconto delle malvagità, debolezze, fallimenti umani. Si pone urgentemente la domanda: quale è la reazione di Dio a queste risposte umane? Dio fa la sua offerta solo un’unica volta? Chi non la accoglie subito giustamente la perde per sempre e perisce, inesorabilmente, nella sua ribellione, separato da Dio fonte di vita?

In questa situazione i libri biblici ci mostrano come al dono si aggiunge il perdono. Dio non agisce da giudice e vendicatore implacabile ma si impietosisce delle sue creature cadute, le invita al pentimento e alla conversione e perdona le loro colpe. È un dato fondamentale e decisivo della morale rivelata che essa non costituisce un moralismo rigido e inflessibile ma che il suo garante è il Dio pieno di misericordia che non vuole la morte del peccatore ma che egli si converta e viva (cf. Ez 18,23.32).

Presentiamo i dati principali di questa situazione propizia e salvifica, in cui al dono si aggiunge il perdono e che è l’unica speranza dell’uomo peccatore. L’Antico Testamento attesta ampiamente la disposizione di Dio al perdono, che poi raggiunge il suo compimento nella missione di Gesù.



4.1. Il perdono di Dio secondo l’Antico Testamento

81. Peccato e colpa, penitenza ed espiazione hanno un ruolo importante nella vita quotidiana del popolo di Dio. Ciò si manifesta nei racconti fondamentali biblici sull’origine del male nel mondo (Gn 2-4; 6-9) e sulla ribellione d’Israele (Ger 31; Ez 36) e sul riconoscimento del dominio di Dio da parte di tutta la terra (Is 45,18-25). Un ricco vocabolario di espressioni per tutto il campo di peccato e perdono e un sistema raffinato di rituali di espiazione mostrano lo stesso fatto. Non è facile, tuttavia, capire la dinamica del processo con cui il rapporto fra Dio e il suo popolo viene restaurato, secondo le sue dimensioni antropologiche e teologiche. Esse, difatti, sono molto differenti dei nostri concetti moderni.



a. Due presupposti fondamentali

Segnaliamo due importanti concetti iniziali. Prima di tutto: colpa e perdono non sono materia di imputazione giuridica e di condono di debiti. Si tratta, al contrario, di realtà di fatto. Le azioni cattive producono una distorsione del cosmo. Sono contro l’ordine della creazione e possono essere controbilanciate solo mediante azioni che restaurano l’ordine del mondo. In secondo luogo, questo concetto di una connessione naturale fra causa ed effetto è indicativo del ruolo di Dio quanto al perdono: egli non è il creditore severo che mette in ordine dei debiti ma il Creatore benevolo che riporta gli esseri umani alla loro condizione di esseri amati da lui e che ripara i danni che hanno causato al mondo. Queste due premesse sono in contrasto con la comprensione giuridica di peccato e perdono nella nostra cultura. Si deve, però, tenerne conto, altrimenti si perde una chiave di accesso alla proclamazione della misericordia di Dio. La comprensione ontologica dell’espiazione si rispecchia in alcune espressioni metaforiche, come: Dio “getta in fondo al mare i peccati” (Mi 7,19), “lava il penitente dal peccato” (Sal 51,4), “redime dalla colpa” (Sal 130,8).



b. La tradizione sacerdotale

Una teologia dettagliata del perdono è stata sviluppata negli ambienti sacerdotali, specialmente nella forma che si trova nei libri del Levitico e di Ezechiele, e specialmente mediante l’espressione “coprire (‘kapper’) i peccati”. Il libro del Levitico presenta la legislazione per il culto riguardante le varie offerte, che corrispondono alle varie categorie di peccato e impurità (Lv 4-7). Il grande rito è quello del giorno di espiazione, quando il capro per il SIGNORE viene immolato come sacrificio per i peccati del popolo e il capro per Azazel viene mandato al deserto e porta con sé le iniquità d’Israele (Lv 16). La legge che riguarda questa cerimonia si trova esattamente al centro dei cinque libri di Mosè e regola la principale attività cultuale istituita per rendere possibile la presenza permanente del Signore in mezzo al suo popolo nella tenda del deserto (cf. Es 40).

È fondamentale per la tradizione sacerdotale che i riti di espiazione non vengono presentati come mezzi che ottengono la misericordia di Dio, nel senso che una attività umana possa disporre della sua volontà di perdonare o persino possa obbligarlo al perdono. Questi riti rappresentano invece il segno oggettivo del perdono del Signore (sangue come pegno di vita: cf. Gn 9,4).

La riconciliazione stessa, tuttavia, è pura iniziativa della benevolenza trascendente del Signore nei confronti del peccatore penitente, come spiega il Levitico: “Poiché in quel giorno si compirà il rito espiatorio per voi, al fine di purificarvi; voi sarete purificati da tutti i vostri peccati davanti al SIGNORE” (Lv 16,30).



c. Caratteristiche della riconciliazione

Sullo sfondo di questo insegnamento sacerdotale si devono comprendere molte affermazioni che si trovano qua e là e riguardano la riconciliazione degli esseri umani con Dio. È esclusivamente il Signore che perdona peccati (Sal 130,8). La sua misericordia riguarda tutto Israele (Ez 32,14), anche la generazione iniqua del deserto (Es 34,6-7), la sua città Gerusalemme (Is 54,5-8) e anche le altre nazioni (Gio 3,10). Il perdono è sempre immeritato, ma proviene dalla santità di Dio, la qualità che distingue il Signore da tutti gli esseri terreni (Gn 8,21; Os 11,9). Il perdono di Dio causa il rinnovamento creativo (Sal 51,12-14; Ez 36,26-27) e porta con sé vita (Ez 18,21-23). Esso è sempre offerto a Israele (Is 65,1-12) e può essere vanificato solo dal rifiuto del popolo di tornare al Signore (Ger 18,8; Am 4,6-13). Secondo il decalogo la pazienza di Dio nei confronti dei peccatori è talmente stupenda che giunge fino alla terza e quarta generazione, attendendo che lascino le vie della malvagità (Es 20,5-6; Nm 14,18). Infine, il suo perdono porta a termine ogni castigo (Is 40,1-20; Gio 3,10), che non ha un altro traguardo che far tornare a lui i peccatori: “Forse che io ho piacere della morte del malvagio o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?” (Ez 18,23; cf. Is 4).



4.2. Il perdono di Dio secondo il Nuovo Testamento

82. Gli scritti del Nuovo Testamento affermano concordemente come verità centrale che Dio ha realizzato il perdono attraverso la persona e l’opera di Gesù. Esponiamo questo messaggio in un modo alquanto esplicito per il vangelo di Matteo e poi, più brevemente, per alcuni altri scritti del Nuovo Testamento.



a. Gesù salvatore dai peccati (Matteo)

L’evangelista Matteo ribadisce in modo particolare che la missione di Gesù consiste nel compito di salvare il suo popolo dai suoi peccati (1,21), di chiamare i peccatori (9,13) e di ottenere il perdono dei peccati (26,28).

Giuseppe che, prima della nascita di Gesù, viene informato dall’angelo del Signore sulla situazione di Maria e sul proprio ruolo, riceve l’incarico: “Tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,21). In una maniera fondamentale e programmatica, mediante lo stesso nome del bambino, viene espressa la sua principale missione. Al nome ‘Gesù’ (in ebraico: ‘Jeshua’ o ‘Jehoshua’) viene di solito attribuito il significato ‘Il Signore salva’. Qui il dono della salvezza si specifica come perdono dei peccati. Nel Sal 130,8 colui che prega, confessa: “Egli (Dio) redimerà Israele da tutte le sue colpe.” D’ora in poi Dio agisce e perdona i peccati attraverso la persona di Gesù. La venuta e la missione di Gesù è incentrata sul perdono e attesta in modo inconfutabile che Dio perdona. Nei due versetti che seguono, Matteo riferisce l’adempimento della Scrittura che dice: “Egli sarà chiamato Emmanuele, che significa ‘Dio con noi’” (1,22-23). Gesù libera dai peccati, toglie ciò che separa gli uomini da Dio e allo stesso tempo effettua la rinnovata comunione con lui.

Nell’incontro con un paralitico Gesù esplicitamente realizza questo suo compito. Non guarisce subito il malato ma gli dice, con accondiscendenza e tenerezza: “Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati” (Mt 9,2). Alcuni scribi, lì presenti, sono consapevoli della gravità dell’accaduto e accusano Gesù, internamente, di aver bestemmiato, di essersi arrogato una prerogativa divina. Nei loro confronti Gesù insiste sulla sua autorità e presenta come conferma la stessa guarigione: “Perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati ...” (Mt 9,6). Con questo incontro sono collegate la chiamata del pubblicano Matteo (9,9) e il banchetto di Gesù e dei suoi discepoli con molti pubblicani e peccatori. Contro la protesta dei farisei Gesù si presenta come medico e come espressione della misericordia voluta da Dio, e definisce la missione affidatagli da Dio così: “Non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,13). Anche qui il fine del perdono, come Gesù lo esprime nella parola familiare rivolta al peccatore malato, nella chiamata alla sequela e nel banchetto comune, è la comunione.

Durante l’ultima cena, in fine, dando il calice ai discepoli, Gesù dice: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza che è versato per molti per il perdono dei peccati” (Mt 26,28). Così rivela in quale modo egli ottiene la salvezza del suo popolo dai suoi peccati. Versando il suo sangue, immolando cioè la propria vita, sancisce la nuova e definitiva alleanza e consegue il perdono dei peccati (cf. Eb 9,14). Le azioni che Gesù chiede ai suoi discepoli, mangiare cioè il suo corpo e bere il suo sangue, sono pegni della loro unione con lui e attraverso di lui con Dio – unione che diventa perfetta e imperitura con il banchetto nel regno del Padre (Mt 26,29).



b. La missione redentrice di Gesù in altri scritti del Nuovo Testamento

83. Accenniamo brevemente al vangelo di Giovanni, alla lettera ai Romani, alla lettera agli Ebrei e all’Apocalisse. Può stupire il fatto che quasi sempre all’inizio di questi scritti si mette in rilievo la missione di Gesù che riguarda il perdono dei peccati.

Alla prima comparsa di Gesù Giovanni Battista lo presenta così: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!” (Gv 1,29) Il mondo, l’intera umanità è impregnata dal peccato; Dio ha mandato Gesù affinché liberi il mondo dal peccato. Il motivo che ha causato l’invio del Figlio da parte del Padre è il suo amore per il mondo peccatore: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio, l’unico, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Gv 3,16-17). Anche all’inizio della sua prima lettera Giovanni constata: “Il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato” (1 Gv 1,7) e continua: “Se confessiamo i nostri peccati egli, che è fedele e giusto, ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni iniquità. Se diciamo di non aver peccato facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi” (1 Gv 1,9-10).

Paolo si occupa specialmente nella lettera ai Romani del perdono concesso da Dio e realizzato da Gesù: “Tutti infatti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, giustificati gratuitamente per la sua grazia per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue ...” (Rm 3,23-25). Per tutti la fede in Gesù costituisce l’accesso al perdono dei loro peccati (cf. Rm 3,26) e alla riconciliazione con Dio (cf. Rm 5,11). Anche secondo Paolo l’amore di Dio per i peccatori è il motivo del dono del suo Figlio: “Dio ci mostra il suo amore verso di noi perché mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8).

L’inizio della lettera agli Ebrei descrive la posizione del Figlio attraverso il quale Dio ha ultimamente parlato (Eb 1,1-4) e menziona l’azione decisiva della sua missione: egli ha compiuto “la purificazione dei peccati” (Eb 1,3). In questo modo viene rilevato sin dall’inizio ciò che costituisce il tema principale della lettera.

Nella parte iniziale dell’Apocalisse Gesù Cristo viene acclamato come “colui che ci ama e ci ha liberato dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre” (Ap 1,5-6). Ciò si ripete nella grande, solenne, festosa e universale celebrazione dedicata all’Agnello, e si esprime nel canto nuovo: “Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio, con il tuo sangue, uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e hai fatto di loro, per il nostro Dio, un regno e sacerdoti e regneranno sopra la terra” (Ap 5,9-10). La singolare festa e gioia è causata dal fatto che il sacrificio di Gesù-Agnello è l’atto redentore e salvatore per antonomasia che riconcilia l’umanità perduta con Dio, la conduce dalla morte alla vita e la porta dalle tenebre della disperazione a un futuro felice e luminoso nell’unione con Gesù e con Dio.

Ricordiamo, infine, l’esperienza dei due principali apostoli, Pietro e Paolo. Ambedue hanno sperimentato un serio fallimento: Pietro negando tre volte di conoscere Gesù e di essere il suo discepolo (Mt 26,69-75 parr), Paolo come persecutore dei primi credenti in Gesù (1 Cor 15,9; Gal 1,13; Fil 3,5-6); ambedue erano profondamente consapevoli della loro colpa. A Pietro (1 Cor 15,5; Lc 24,34; Gv 21,15-19) e a Paolo (1 Cor 9,1; 15,8) si è manifestato il Cristo risorto. Ambedue sono peccatori graziati. Ambedue hanno sperimentato il significato decisivo e vitale del perdono per il peccatore. Il loro successivo annuncio del perdono di Dio mediante il Signore Gesù, crocifisso e risorto, non è una teoria o parola gratuita, ma è la testimonianza della propria esperienza. Conoscendo il pericolo della perdizione hanno ricevuto la riconciliazione e sono diventati i principali testimoni del perdono divino nella persona di Gesù.



c. La mediazione ecclesiale per la comunicazione del perdono divino

84. Nel quadro più ampio del potere affidato a Pietro (Mt 16,19) e agli altri discepoli responsabili nella Chiesa (Mt 18,18) si inserisce la missione di “rimettere i peccati”; essa viene presentata nel contesto dell’effusione dello Spirito Santo simboleggiata da un gesto impressionante del Signore risorto che alitò sui discepoli (Gv 20,22-23). Lì, al centro dell’evento pasquale, nasce ciò che Paolo chiama “il ministero della riconciliazione” e che egli commenta: “È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione” (2 Cor 5,19). Tre sacramenti sono esplicitamente al servizio della remissione dei peccati: il battesimo (At 2,38; 22,16; Rm 6,1-11; Col 2,12-14), il ministero del perdono (Gv 20,23) e, per gli ammalati, l’unzione affidata ai “presbiteri” (Gc 5,13-19).



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Ultimo aggiornamento Mercoledì 27 Febbraio 2019 08:18
 
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