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Radici bibliche dell'agire cristiano - La meta escatologica, orizzonte ispirativo dell'agire morale PDF Stampa E-mail
Scritto da Marilena   
Venerdì 18 Luglio 2014 07:19

Pontificia Commissione Biblica, Bibbia e morale
Radici bibliche dell'agire cristiano

Quinta Parte
5. La meta escatologica, orizzonte ispirativo dell'agire morale


85. La meta escatologica è presentata, nel Nuovo Testamento, come l’ultimo grado di unione con Dio che l’uomo è chiamato a raggiungere. Costituisce, da parte di Dio, un dono che implica la sua trascendenza e si realizza per mezzo di Cristo. Richiede nell’uomo che ne è oggetto la disponibilità ad accettarlo e ad impostare l’intero suo agire morale nell’attuale vita terrestre entro l’orizzonte della futura pienezza di vita nell’unione perfetta con Dio.
Ne troviamo tracce un po’ dappertutto nell’ambito del Nuovo Testamento. Ma l’unione escatologica con Dio come pure la sua accoglienza da parte dell’uomo risaltano soprattutto in Paolo e nell’Apocalisse.




5.1. Il regno realizzato e Dio tutto in tutti: il messaggio di Paolo.

86. Paolo, come appare tenendo conto sincronicamente di tutte le Lettere che gli vengono attribuite, vede la meta ultima dell’uomo come l’esito di un dinamismo di vita che, avviato con la prima accoglienza del Vangelo e col battesimo, si conclude con l’essere con Cristo.



a. Il dono della vita eterna

Fin dalla sua prima impiantazione, la vita eterna donata è messa da Paolo in rapporto con Cristo: “il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore” (Rm 6,4). Il rapporto con Cristo viene precisato come un aggancio – di dipendenza e di partecipazione – con la resurrezione: “… come Cristo è risuscitato dai morti tramite la gloria del Padre, così anche noi camminiamo in una novità di vita” (Rm 6,23).

La partecipazione alla vita risorta si realizza già adesso: segue il cristiano, costantemente in crescendo, nello sviluppo della sua esistenza attuale e raggiunge la pienezza nella fase escatologica.

A proposito di questa vita che anima il cristiano c’è un altro aspetto da sottolineare: la dipendenza dallo Spirito. Lo Spirito impianta nel cristiano la nuova vita di Cristo, la fa sviluppare, la porta alla sua completezza. Come ci possiamo configurare questa completezza? Paolo ci offre in proposito diversi spunti significativi.

Parla, ad esempio, di una vita nell’incorruttibilità, nella gloria, nella potenza, di un corpo spirituale al posto della nostra situazione pre-escatologica presente (1 Cor 15,42-44). Sottolinea che, risorti, porteremo “l’immagine dell’Adamo celeste” (1 Cor 15,49).

Un altro testo di Paolo che ci sposta dal presente al futuro escatologico è la conclusione della “via dell’amore” (1 Cor 12,31b-14,1a) che troviamo in 1 Cor 13,8-13. L’amore con cui amiamo adesso “non cade mai” (1 Cor 13,8). A livello escatologico cadranno la fede e la speranza, ma l’amore, debitamente maggiorato, rimarrà e darà il tono a tutta la vita escatologica.

Ma c’è – a proposito di vita divina come partecipazione alla resurrezione di Cristo – un brano particolarmente sintetico e significativo: si tratta di 1 Cor 15,20-28. Dopo aver illustrato nei versetti precedenti l’abbinamento irrinunciabile tra la resurrezione di Cristo e quella dei cristiani, in base al quale esiste un’unica grande resurrezione, quella di Cristo che si estende e ramifica in forma di vita e vitalità nei singoli cristiani, Paolo si premura ora di precisarne alcuni dettagli. C’è anzitutto, nella condivisione della resurrezione, un ordine nella realizzazione: prima Cristo, che, già risorto, costituisce come la primizia di un raccolto che sta ancora maturando. Ma, infallibilmente, dopo Cristo verranno “coloro che gli appartengono” (1 Cor 15,23).

La partecipazione piena alla resurrezione da parte dei cristiani avrà luogo “nella sua parusia” (1 Cor 15,23), al momento del ritorno conclusivo. Paolo, guardando ad esso dal suo presente, indica – usando uno stile apocalittico – ciò che accadrà nel tratto di tempo intermedio. Ci sarà un’azione propria di Cristo tesa a stabilire il suo regno nella storia. Ciò comporterà, da una parte il superamento di tutti gli elementi anti-regno, eterogenei e ostili, che si saranno concretizzati nella storia, fino all’ “ultimo nemico… la morte” (1 Cor 15,26). Dopo questo, Cristo risorto presenterà “a Dio e Padre” (1 Cor 15,24) il regno realizzato, costituito, insieme, da lui e da tutti gli uomini che parteciperanno pienamente alla sua resurrezione. Si raggiungerà allora il punto di arrivo di tutta la storia della salvezza: Dio “tutto in tutti” gli uomini (1 Cor 15,28), perfettamente omogeneo con loro, come è, già fin da adesso, tutto presente e omogeneo con Cristo risorto.



b. I risvolti morali

87. Questa meta altissima ha i suoi risvolti morali, che si riflettono sull’agire cristiano.

Guardando ad essa  il cristiano dovrà, anzitutto, prendere atto di essere, già fin da adesso, portatore di quella vita che poi avrà questa fioritura. Cristo, mediante la vita nuova che gli comunica, già fin da adesso sta resuscitando in lui.

Lo Spirito che possiede gliela dona e gliela organizza. Costituisce “la caparra della nostra eredità” (Ef 1,14), quella che avremo una volta raggiunta la meta. Ogni aumento di vita, ogni  crescita di amore costituiscono un passo in questa direzione.

Il cristiano, di conseguenza, dovrà guardare al suo futuro ultimo come a un punto di riferimento ispirativo. C’è, tra il suo presente e la sua meta ultima, una continuità di vita in crescendo.

La vita di Cristo in sviluppo comporterà nel cristiano scelte precise e Paolo non si stanca di ribadirlo: “calcolate voi stessi come morti al peccato, ma viventi a Dio in Gesù Cristo” (Rom 6,11). E lo sviluppo tende tutto al regno futuro che Cristo consegnerà al Padre e di cui Cristo stesso farà parte. Ma la partecipazione al regno futuro, lungi dall’essere scontata, ha fin da adesso le sue esigenze. Dopo aver enumerato le “opere della carne” (Gal 5,19-21), Paolo soggiunge: “Riguardo a tutto questo vi dico in anticipo, come già vi dissi, che coloro che fanno queste cose non possederanno il regno di Dio” (Gal 5,21). Ne consegue che, guardando al suo futuro escatologico, il cristiano crescerà ogni giorno nella vita e nell’amore, ma dovrà, nello stesso tempo, guardarsi da tutti gli elementi anti-regno che lo possono insidiare nel cammino.



5.2. Il punto di arrivo dell’Apocalisse: la reciprocità con Cristo e con Dio

88. Nell’Apocalisse l’insegnamento sulla pienezza escatologica, particolarmente accentuato, viene presentato in modo originale. Quello che in Paolo è il regno realizzato e “Dio tutto in tutti”, viene descritto in termini antropologici: una città che diviene la sposa. E la città è la Gerusalemme nuova. Due sono le tappe di questo suo divenire.



a. Fidanzata e sposa – la Gerusalemme nuova

Nella prima tappa la città, ancora fidanzata, varca la soglia della nuzialità (Ap 21,1-8). In un contesto tutto rinnovato dai valori di Cristo – “un cielo nuovo e una terra nuova” – Gerusalemme “scende dal cielo, da Dio, preparata come una fidanzata adornata per il suo uomo” (Ap 21,1-2).

La preparazione della fidanzata, ormai ultimata, ha comportato una crescita graduale del suo “primo amore” (Ap 2,4), crescita che la fidanzata ha realizzato sia accogliendo gli imperativi di Cristo che la qualificano sempre più come regno (Ap 2,2-3), sia lasciando le “impronte di giustizia” (Ap 19,8) che ha saputo realizzare nella storia.

Varcata la soglia della nuzialità, la fidanzata diventa la “donna”. È la seconda tappa. L’autore dell’Apocalisse esprime ed inculca, con le risorse migliori del suo simbolismo, la situazione nuova che così si determina (Ap 21,9-22,5). Da una parte la fidanzata divenuta sposa è vista, sentita e fatta sentire come capace di un amore paritetico nei riguardi di Cristo. Preparata a contatto con la  trascendenza di Dio nel cielo da cui discende, portante addirittura il  tocco di Dio che è amore, la Gerusalemme nuova appare tutta rapportata a Cristo, pervasa com’è della sua novità. Dall’altra, Cristo stesso è come impegnato a donare alla sua sposa quanto di meglio egli possiede: la inonda di luce e le comunica, lui il suo “datore di luce che corrisponde a una pietra preziosissima come una pietra di diaspro che riflette la luce” (Ap 21,11), la gloria di Dio. Ne fa una città aperta a tutti i popoli, con sulle dodici porte “dodici angeli e i nomi delle dodici tribù di Israele” mentre i suoi fondamenti sono “i dodici apostoli dell’agnello” (Ap 21,14). Le dà stabilità, la costruisce tutta secondo le dimensioni del suo amore (cf. Ap 21,16 e Ef 3,18-19). Soprattutto la mette in contatto diretto con Dio (Ap 21,18), un contatto vivo e palpitante, simboleggiato dall’ abbondanza delle pietre preziose (Ap 21,19). La inonda di “un fiume di acqua della vita, brillante come cristallo, proveniente dal trono di Dio e dell’agnello” (22,1). Sia Cristo agnello sia la sua sposa non potrebbero farsi un dono reciproco maggiore.



b. Il regno di Dio attuato

89. Ma c’è un altro aspetto. Con la Gerusalemme nuova “sposa dell’agnello” (Ap 21,9) si realizza pienamente “il regno di Dio e del suo Cristo” (Ap 11,15). L’abbinamento tra nuzialità e regno entusiasma l’autore dell’Apocalisse, che lo esprime in una delle celebrazioni dossologiche più solenni del libro (19,6-8):

“Alleluia, poiché regnò il Signore, il nostro Dio

L’onnipotente!

Gioiamo ed esultiamo e diamogli gloria

Poiché giunsero le nozze dell’agnello

e la sua sposa si preparò

e le fu dato di rivestirsi di un lino

luminoso e puro!”

Il regno abbinato alle nozze escatologiche di Cristo-agnello è un regno ormai realizzato – non più in divenire – ed è posseduto in un faccia a faccia ineffabile con Dio: “E vedranno il suo volto e il suo nome sarà scritto sulle loro fronti… il Signore Dio farà splendere la sua luce su di loro e regneranno per i secoli dei secoli” (Ap 22,4-5). Esso comporta la piena realizzazione della reciprocità dell’alleanza che passa tutta attraverso Cristo e si attua raggiungendo il livello della pariteticità nuziale. In questo contesto, Cristo dona alla sua sposa un’esperienza diretta di Dio vissuta nella piena reciprocità. Nella Gerusalemme nuova non c’è bisogno di un tempio che la faciliti: “il suo tempio è il Signore Dio onnipotente e l’agnello” (Ap 21,22).



c. La cooperazione responsabile

90. L’autore dell’Apocalisse, come abbiamo visto, insiste sulla cooperazione responsabile del cristiano perché questi possa ricevere il dono escatologico. Per ben otto volte ha messo in rapporto la vittoria, che il cristiano deve riportare collaborando insieme a Cristo, con il premio che Cristo stesso gli darà “alla fine” (cf. Ap 2,26; cf. 2,7.11.17.28; 3,5.12.21). A nome dello Spirito vengono proclamati beati coloro che muoiono nel Signore perché “le loro opere li seguiranno dopo di loro” (Ap 14,13). E ancora, prima di mostrarci la Gerusalemme nuova, sottolinea, con una messa in scena impressionante, la valutazione giudiziale che avrà luogo per tutti gli uomini “secondo le loro opere” (Ap 20,13).

Per aver parte alla Gerusalemme celeste, si richiede di “vincere” – “il vincitore avrà queste cose in eredità” ( Ap 21,7) –, superando le difficoltà personali e soprattutto cooperando alla vittoria che Cristo risorto sta riportando nella storia sul sistema anti-regno e anti-alleanza.

Sempre in rapporto esplicito con l’ingresso nella Gerusalemme nuova, vengono sottolineate, nel dialogo liturgico conclusivo (Ap 22,6-22), da una parte l’esigenza per il cristiano di una purificazione continua: “Beati coloro che lavano le proprie vesti” (Ap 22,14), dall’altra la pena dell’esclusione inflitta ai malvagi (Ap 22,15).



5.3. Conclusione

91. Le due concezioni – di Paolo e dell’Apocalisse – finiscono per coincidere presentando entrambe al cristiano una prospettiva bipolare. Da una parte spostano con insistenza lo sguardo del cristiano dal presente al futuro, alla pienezza di vita che l’attende. Dall’altra richiamano incessantemente l’attenzione al presente e all’impegno costante richiesto perché si realizzi, in futuro, quella pienezza di vita.

 

 

 

 

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