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Radici bibliche dell'agire cristiano - Alcuni criteri biblici per la riflessione morale. 1. Criteri fondamentali PDF Stampa E-mail
Scritto da Marilena   
Giovedì 14 Agosto 2014 07:18

Pontificia Commissione Biblica, Bibbia e morale
Radici bibliche dell'agire cristiano

Seconda Parte
Alcuni criteri biblici per la riflessione morale



1. Criteri fondamentali

94. Per illustrare i due criteri generali ci serviamo dei due testi base messi in evidenza all’inizio del nostro documento, il decalogo e le beatitudini, in ragione precisamente del loro carattere di fondamento, sia a livello letterario sia a livello teologico.


1.1.  Primo criterio fondamentale: Conformità alla visione biblica dell’essere umano

95. Per il fatto che una buona parte dei contenuti etici della Scrittura può essere rinvenuta in altre culture e che i credenti non hanno il monopolio delle buone azioni, si è affermato che la morale biblica non è veramente originale e che i principali lumi utili in questo campo vanno ricercati sul versante della ragione.

1.1.1. Spiegazione del criterio

Il ragionamento non tiene. A dir vero, secondo il Card. Joseph Ratzinger “l’originalità della Sacra Scrittura in ambito morale non consiste nell’esclusività dei contenuti proposti, bensì nella purificazione, nel discernimento e nella maturazione di quanto la cultura circostante proponeva.” Il suo apporto specifico è doppio: 1. “Il discernimento critico di ciò che è veramente umano, perché ci assimila a Dio, e la sua purificazione da quanto è disumanizzante”; 2. “il suo inserimento in un nuovo contesto di senso, quello dell’Alleanza”. In altre parole, la sua novità “consiste nell’assimilare il contributo umano, ma trasfigurandolo nella luce divina della Rivelazione, che culmina in Cristo, offrendoci così il cammino autentico della vita.” Originalità, dunque, e anche pertinenza per il nostro tempo, dove la complessità dei problemi e il vacillare di talune certezze richiedono un nuovo approfondimento delle fonti della fede. “Senza Dio infatti non si può costruire nessuna etica. Anche il Decalogo, che è senza dubbio l’asse morale della Sacra Scrittura, e che è così importante nel dibattito interculturale, non va inteso innanzitutto come legge, ma piuttosto come dono: è Evangelo, e si può comprendere pienamente nella prospettiva che culmina in Cristo; non è quindi una realtà di precetti definiti in se stessi ma una dinamica aperta ad un approfondimento sempre più grande.” (Il rinnovamento della teologia morale: prospettive del Vaticano II e di Veritatis splendor, in: Camminare nella luce: Prospettive della teologia morale a partire da Veritatis splendor (ed. L. Melina e J. Noriega), Roma, PUL, 2004, 39-40 e 44-45).

Effettivamente, la Bibbia offre un orizzonte prezioso per chiarire tutte le questioni morali, anche quelle che non vi trovano una risposta diretta e completa. Più in particolare, quando si tratta di portare un giudizio morale, devono essere poste anzitutto due domande: Una determinata posizione morale: 1. è conforme alla teologia della creazione, cioè alla visione dell’essere umano in tutta la sua dignità, in quanto “immagine di Dio” (Gn 1,26) in Cristo, che è lui stesso, in un senso infinitamente più forte, “icona del Dio invisibile” (Col 1,15)? 2. è conforme alla teologia dell’alleanza, cioè alla visione dell’essere umano chiamato, sia collettivamente sia individualmente, a una comunione intima con Dio e a una collaborazione efficace nella costruzione di una umanità nuova, che trova il suo compimento in Cristo?

1.1.2. Dati biblici

96. Come applicare, più concretamente, questo criterio generale? Il decalogo, una specie di fondamento della prima Legge, ci servirà da campione. Già nella prima parte abbiamo proposto lo schizzo di una lettura “assiologica” di questo testo fondatore (cioè in termini di valori positivi). Ora vi preleviamo due esempi per mostrare in quale senso la Legge del Sinai apre un orizzonte morale potenzialmente ricco, capace di sostenere una riflessione adattata all’ampiezza di una problematica morale contemporanea. I due valori scelti sono la vita e la coppia.



a. La vita

“Tu non ucciderai” (Es 20,13; Dt 5,17). A partire dalla sua formulazione negativa, l’interdetto implica un non-agire: non portare grave attentato alla vita (qui, nel contesto, la vita umana). Gesù amplierà e affinerà il campo dell’astensione: non ferire il “proprio fratello” con la collera o parole ingiuriose (Mt 5,21-22). Si può dunque, in un certo senso, uccidere quanto c’è di più prezioso nell’uomo senza fucile né bombe né arsenico! La lingua può divenire un’arma mortale (Gc 3,8-10). E pure l’odio (1 Gv 3,15).



b. La coppia

97. “Tu non sarai adultero” (Es 20,14; Dt 5,18). Il comandamento originale mirava principalmente a un obiettivo sociale: assicurare la stabilità del clan e della famiglia. Obiettivo che - occorre precisarlo? - non ha perso nulla della sua attualità e urgenza. Anche in questo caso Gesù allarga la portata dell’interdetto, fino a escludere ogni desiderio, anche inefficace, di infedeltà coniugale, e a rendere quasi inoperante l’ordinamento mosaico relativo al divorzio (Mt 5,27-32).

1.1.3. Orientamenti per l’oggi



a. La vita

98. La trasposizione del precetto in un registro assiologico lo apre a prospettive più larghe.

1) Anzitutto - lo si vede già nel discorso di Gesù - essa obbliga ad affinare il concetto stesso di “rispetto della vita”. Il valore in questione non riguarda solo il corpo; esso si applica anche, nella sua apertura programmatica, a tutto ciò che tocca la dignità umana, l’integrazione sociale e la crescita spirituale.

2) Ma anche se ci si riferisce al piano biologico, essa premunisce l’uomo da ogni tentazione di arrogarsi un potere sulla vita, sia la propria sia quella degli altri. Per questo la Chiesa comprende il “non ucciderai” della Scrittura come l’appello assoluto a non provocare volontariamente la morte di un essere umano, chiunque esso sia, embrione o feto, persona handicappata, malato in fase terminale, individuo considerato socialmente o economicamente meno redditizio. Nella stessa linea si spiegano le riserve serie che essa oppone alle manipolazioni genetiche.

3) Con il corso della storia e lo sviluppo delle civiltà, la Chiesa ha pure affinato le proprie posizioni morali riguardanti la pena di morte e la guerra in nome di un culto della vita umana che essa nutre senza cessa meditando la Scrittura e che prende sempre più colore di un assoluto. Ciò che sottende queste posizioni apparentemente radicali è sempre la stessa nozione antropologica di base: la dignità fondamentale dell’uomo creato a immagine di Dio.

4) Di fronte alla problematica globale dell’ecologia del pianeta l’orizzonte morale aperto dal valore “rispetto alla vita” potrebbe facilmente oltrepassare gli interessi della sola umanità fino a fondare una riflessione rinnovata sull’equilibrio delle specie animali e vegetali, con tutte le sfumature volute. Il racconto biblico delle origini potrebbe offrircene l’invito. Se la coppia prototipo, prima del peccato, si vede affidate quattro consegne: essere fecondi, moltiplicarsi, riempire la terra, sottometterla, allorché Dio le assegna un regime vegetariano (Gn 1,28-29), da parte sua Noè, novello Adamo, che assicura il ripopolamento della terra dopo il diluvio, non riceve più che le prime tre consegne, il che tende a relativizzare il suo potere, e se Dio l’autorizza a un regime di carni e pesci, gli impone ciononostante di astenersi dal sangue, simbolo della vita (Gn 9,1-4). Questa etica del rispetto della vita si appoggia di fatto su un doppio tema di teologia biblica: la “bontà” fondamentale di tutta la creazione (Gn 1,4.10.12.18.21.25.31) e l’ampliamento della nozione di alleanza in modo da includervi tutti i viventi (Gn 9,12-16).

Nel pensiero biblico che cosa spiega, in fondo, un simile rispetto per la vita? Né più né meno che la sua origine divina. Il dono della vita all’umanità è descritto simbolicamente come un gesto di “soffiare” da parte di Dio (Gn 2,7). Più ancora, questo “soffio interminabile è in tutte le cose”, esso “riempie il cosmo” (Sap 12,1; 1,7).



b. La coppia

99. Certamente l’espressione del dovere al negativo (evitare, astenersi, non fare) non esaurisce il campo etico relativo alla coppia. L’orizzonte morale aperto dal comandamento si esprimerà, fra l’altro, in termini di responsabilità personale, mutua, solidale: per esempio tocca a ognuno dei coniugi prendere sul serio il dovere di rinnovare costantemente il proprio impegno iniziale; ad ambedue di tenere conto della psicologia dell’altro, del suo ritmo, dei suoi gusti, del suo cammino spirituale (1Pt 3,1-2.7), di coltivare il rispetto, di praticare l’uno verso l’altro l’amore-sottomissione (Ef 5,21-22.28.33), di risolvere i conflitti o le divergenze di vedute, di sviluppare rapporti armoniosi; e alla coppia in quanto tale di prendere impegni responsabili in materia di natalità, di contribuzione sociale e anche di irraggiamento spirituale. Di fatto la celebrazione rituale del matrimonio cristiano implica essenzialmente un progetto dinamico, mai compiuto una volta per tutte: divenire sempre più coppia sacramentale, che attesta e simboleggia, nel cuore di un mondo di relazioni spesso effimere o superficiali la stabilità, l’irreversibilità e la fecondità dell’impegno d’amore di Dio verso l’umanità, di Cristo verso la Chiesa.

Si comprende che la Chiesa, nel suo impegno di fedeltà senza cedimenti alla Parola, abbia sempre esaltato la grandezza della coppia uomo-donna, sia nella sua dignità fondamentale di “immagine di Dio” (creazione) sia nel suo legame di mutuo impegno davanti a Dio e con lui (alleanza). Nel suo richiamo costante e irriducibile all’importanza e alla santità del matrimonio, la Chiesa agisce non tanto con la denuncia di licenze morali quanto con la difesa instancabile e accorata di una pienezza di senso della realtà matrimoniale, secondo il progetto di Dio.

 

 

 

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