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Collaboratori del Creato La scelta vegetariana nella vita del cristiano - Parte prima: Teologia ed etica del creato PDF Stampa E-mail
Scritto da Guidalberto Bormolini, Luigi Lorenzetti   
Martedì 19 Agosto 2014 07:06

Collaboratori del Creato
La scelta vegetariana nella vita del cristiano


Parte prima:
Teologia ed etica del creato


Capitolo I
Paolo De Benedetti
Teologia degli animali


Nell’ultimo giorno, quello che darà inizio ai tempi nuovi, come nel primo, quello in cui ha avuto origine la nostra storia, il destino degli uomini è associato a quello degli animali. Nel racconto biblico della creazione, l’uomo e la donna sono venuti al mondo, a immagine di Dio, lo stesso giorno, il sesto,in cui sono stati plasmati alla vita «bestiame, rettili e bestie selvatiche» (Gn 1,24). Per cui quello che uomini e bestie potrebbero celebrare insieme è una sorta di compleanno. Così come l’ultimo giorno, il giorno della consolazione e della salvezza, della pacificazione e della celebrazione, non solo le bestie feroci dimoreranno accanto a quelle miti, i lupi insieme con gli agnelli, ma i cuccioli dell’uomo non avranno timore a trastullarsi sulla buca dell’aspide, a mettere la mano nel covo dei serpenti velenosi (Is 11,8).


In mezzo, però, nei millenni della storia, è corsa una grave dimenticanza di questa fraternità e sororità tra uomini e bestie, di questo sogno finale di un regno nel quale sia data a tutti uguale ospitalità, e uguale possibilità di espressione del bene di cui ciascuno è capace. Avendo perso di vista il compito affidatoci all’origine, di governare con cura, come governa Dio, «sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, e su ogni essere vivente, e che striscia sulla terra» (Gn 1,28 ), e avendo smesso di attendere con forza la visione di una solidarietà tra tutti gli esseri viventi, noi uomini ci siamo fatti predatori di tutto ciò che abbiamo potuto predare, animali e piante, indifferenti al fatto che, come noi, animali e piante sono portatori di un alito di vita, come noi nascono, esistono, muoiono, come noi conoscono crescita e malattia, pienezza e debolezza.

Per elaborare una “teologia” che non abbia più al proprio centro soltanto l’uomo, ma, insieme a lui, l’animale e ogni essere vivente, occorre spostare il centro della propria attenzione dalla creatura umana, di cui nella sua altezzosità si è sempre limitato a occuparsi, alle creature “minori”, che non hanno mai cessato di stare ai margini. Occorre cioè eliminare una dottrina arrogante e viziata dalla consuetudine, in virtù della quale l’uomo si considera al centro dell’universo, e ricominciare a pensare la questione della fede e del senso della vita a partire da un ridimensionamento del soggetto umano, da una sua spoliazione dal ruolo del signore del mondo, per ridargli uno spazio, più adeguato, quello di creatura tra le creature.

Pensare che anche per gatti e cani, leoni e serpenti, formiche e asini, api e tartarughe, pinguini e galline ( ma anche foreste e ghiacciai, fiumi e fili d’erba) possa esserci un senso dell’esistere più articolato di quello che siamo soliti attribuire loro, più degno di rispetto, richiede da parte nostra un riguardo radicale anche per la loro vita, una considerazione etica che li comprenda, una educazione sentimentale ad accogliere anche loro nel nostro orizzonte, una grammatica diversa da quella che siamo abituati a usare. Ma parlare di “teologia degli animali” non significa semplicemente richiamare a una piena responsabilità nei confronti di ogni individuo, nella consapevolezza che ciascuna creatura ha, al pari dell’uomo, diritto a una esistenza vissuta in libertà e al raggiungimento di una propria pienezza. E non significa neppure fare di ogni animale una vittima della crudeltà umana. Ogni “bestia” è capace, sia pure per sopravvivere, di sopraffazione violenta nei confronti di un suo simile, ma in ogni animale vi è una intrinseca fragilità, che si fa via via più visibile a mano a mano che la loro vita si avvicina a quella dell’uomo: sia nel caso che una empatia da vicinanza permetta di decifrare il linguaggio della loro sofferenza muta, sia nel caso che gli uomini, nella loro avidità e nella loro ferocia, arrivino a sfruttare o torturare animali per propria utilità o sfogo bestiale. In tal caso, lo sguardo dell’animale che patisce, è pari a quello del bambino che soffre, dell’uomo che muore, del perseguitato inerme.

E proprio partendo da queste brevi premesse, vorrei dire che l’attesa è forse lo stato d’animo in cui tutti gli esseri viventi sono accomunati: non solo l’uomo, non solo gli animali, ma anche le piante, con i loro germogli protesi verso la luce. È un’attesa, diciamo pure una speranza, che trova la sua realizzazione talvolta nella vita, talvolta nella morte, e che fa dell’uomo il “messia impotente” a cui guardano gli animali.

Forse, il rapporto uomo-animale raggiunge la sua forma più sublime proprio nella morte: l’«Agnello di Dio» è l’immagine che meglio rappresenta l’unione tra il divino e l’animale attraverso la morte. Ma sono innumerevoli, nella Bibbia, i riferimenti, i precetti, i simboli legati al mondo animale, a partire dal racconto della creazione, in cui Dio, dopo aver creato «tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati, secondo la loro specie, […] vide che era cosa buona. Dio li benedisse: ‘Siate fecondi e moltiplicatevi […]’» (Gn 1,21-22). Si potrebbe dire che la benedizione divina degli animali perdurerà dalla creazione fino alla fine dei tempi, quando ritroveremo gli animali nella vita eterna. Infatti, anche se la teologia ha gravemente trascurato questo aspetto, occorre riconoscere con fede piena la resurrezione di tutto ciò che ha avuto la vita, animali e piante. Se ciò non avvenisse, bisognerebbe riconoscere che la morte è più potente di Dio, che la morte vince in eterno la vita. Come scrisse Giovanni Calvino, «non vi è alcun elemento né alcuna particella del mondo che, quasi consapevole della sua presente miseria, non speri nella resurrezione».

Anche sotto questo aspetto, c’è una comunione di origine e destino tra l’uomo e gli animali, che deve essere vissuta nell’esistenza quotidiana. Ecco perché sono fondamentali tutti i precetti che nella Bibbia riguardano il nostro rapporto con gli animali, e che non sono soltanto affermazioni teologiche, ma regole per la vita di ogni giorno.

Alcuni esempi: «Quando incontrerai il bue del tuo nemico o il suo asino dispersi, glieli dovrai ricondurre. Quando vedrai l’asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonarlo a se stesso: mettiti con lui ad aiutarlo» (Es 23,45; cfr. Dt 22,13); «Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, ma il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero che sta entro le tue porte...» (Dt 5,13-14; cfr. Es 20,10); «Quando nascerà un vitello o un agnello o un capretto, starà sette giorni sotto la madre; dall’ottavo giorno in poi, sarà gradito come vittima da consumare con il fuoco per il Signore» (Lv 22,26-27; cfr. Es 22,28-29); «Non scannerete vacca o pecora lo stesso giorno con il suo piccolo» (Lv 22, 28); «Non farai cuocere un capretto nel latte di sua madre» (Es 23,19; cfr. Es 34, 26; Dt 14,21); «Non devi arare con un bue e con un asino aggiogati insieme» (Dt 22,10); «Non metterai la museruola al bue, mentre sta trebbiando» (Dt 25,4).

Queste e molte altre norme contenute nella Torà mostrano un rispetto per gli animali che tuttavia non ne esclude l’uso alimentare. Però la Torà e tutta la tradizione ebraica successiva vietano nel modo più assoluto l’uso del sangue degli animali: «Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe. Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue» (Gn 9,3-4). Poiché il sangue, come qui è detto, contiene la vita, cioè l’anima, è riservato a Dio: ciò significa che, pur consentendo dopo il diluvio di cibarsi di carne (e questo è un segno del pessimismo divino verso l’uomo), Dio si riprende l’anima degli animali macellati. Anche per essi c’è dunque un’altra vita.

Ma occorre anche aggiungere che la macellazione deve compiersi senza la sofferenza dell’animale: in caso contrario è vietato nutrirsene. E l’uomo non deve comunque consumare il proprio pasto senza prima aver dato da mangiare all’animale (Berakhot 40a). Proprio il nutrire gli animali, secondo un midrash (al salmo 37), è stato, per Noè e la sua famiglia nell’arca, il merito che ne ha determinato la salvezza. Secondo una leggenda, Noè è uscito salvo dall’arca per la carità praticata verso gli animali da lui ospitati: «Non dormivamo, ma davamo a ciascuno il suo cibo durante tutta la notte». Ma che tutta la Torà ci spinga a considerare gli animali (e le piante, aggiungo io) come nostro prossimo, emerge anche da un passo talmudico, in cui gli animali sono non solo nostro prossimo, ma nostri maestri: «Se non ci fosse stata data come guida la Torà, avremmo potuto imparare la modestia dal gatto, l’onestà dalla formica, la castità dalla colomba, e le buone maniere dal gallo» (Eruvin 100b).
Del resto, nelle Lettere ai Romani (8,19 ss.), san Paolo afferma: «Tutta la creazione geme e soffre fino a oggi nelle doglie del parto». Proprio per questo il Paradiso è una meta per tutto ciò che respira, per la mosca contro il vetro come per il mistico, per il fiore come per la colomba (a sua volta immagine divina). Mi sia consentito concludere citando una breve poesia che ho scritto per la morte di un cane:

Bobi, che su nel cielo
muovi la coda a Dio,
essere amato e amare
è stata la tua sorte
in vita come in morte.
Ora, ti prego, insegnaci
a varcar quella porta
mentre si fa più corta
la nostra attesa; e un filo
di luce dal tuo pelo
ci guidi a ritrovarti
nel prato di asfodelo.





Prof. Paolo De Benedetti: teologo e biblista, docente di giudaismo alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano e di Antico Testamento agli Istituti di scienze religiose delle università di Urbino e Trento.

 

 

 

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