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Radici bibliche dell'agire cristiano - Alcuni criteri biblici per la riflessione morale. 1.2. Secondo criterio fondamentale: Conformità all’esempio di Gesù PDF Stampa E-mail
Scritto da Marilena   
Sabato 30 Agosto 2014 07:27

Pontificia Commissione Biblica, Bibbia e morale
Radici bibliche dell'agire cristiano

Seconda parte
Alcuni criteri biblici per la riflessione morale


1.2. Secondo criterio fondamentale: Conformità all’esempio di Gesù

1.2.1. Spiegazione del criterio


100. L’altro criterio fondamentale ci concentra ancora di più, per dir così, sul cuore della morale propriamente cristiana: l’imitazione di Gesù, modello ineguagliabile di perfetta conformità tra le parole e il vissuto e di conformità alla volontà di Dio. Non occorre che riprendiamo o riassumiamo quanto è stato detto nella prima parte sull’imitazione e la sequela di Cristo, temi importantissimi per il nostro punto di vista. Siccome Gesù è per i credenti il modello per eccellenza dell’agire perfetto, il problema che si pone concretamente, in materia di discernimento morale, è il seguente: occorre considerare il comportamento di Gesù come una norma, un ideale più o meno inaccessibile, una fonte di ispirazione o un semplice punto di riferimento?


1.2.2. Dati biblici

101. Anche qui ci appoggiamo su un testo base, che orienta e anticipa la proclamazione della nuova Legge nel primo vangelo.



a. Le beatitudini (Mt 5,1-12)

Fin dall’inizio le beatitudini situano la moralità in un orizzonte radicale. A mo’ di paradosso esse affermano la dignità fondamentale dell’essere umano sotto i tratti delle persone più sfavorite, che Dio difende in modo preferenziale : i poveri, gli afflitti, i miti, gli affamati, i perseguitati; essi sono “figli di Dio” (v. 9), eredi e cittadini “del regno dei cieli” (vv. 3.10). Ora Gesù rappresenta, in tutta la sua radicalità, il tipo del “povero” (Mt 8,19; cf. 2 Cor 8,9; Fil 2,6-8), del “mite e umile” (Mt 11,29) e del “perseguitato per la giustizia”.

b. Il seguito del discorso (Mt 5,13—7,29)

Evidentemente non si possono leggere le beatitudini facendo astrazione dal lungo discorso che esse introducono. Esso presenta una prospettiva di fondo sulla vita morale e costituisce una specie di parallelo al decalogo, malgrado la differenza di forma e di intenzione. Nella composizione del primo vangelo si tratta del primo, più lungo e programmatico discorso di Gesù che ci immerge immediatamente nel cuore di ciò che significa essere un figlio fedele di Dio nel mondo. L’idea di una “giustizia che supera” (verbo perisseuein pleion) ne costituisce in qualche modo la tela di fondo (Mt 5,20; cf. anche 3,15; 5,6.10; 6,1.33; 23,23).

Di questa giustizia superiore Gesù non solo è il rivelatore ma anche il modello. Il principio di base viene enunciato in 5,17-20. Nell’affermazione iniziale si vede un programma per tutto il vangelo: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire ma a dare loro pieno compimento”. La persona, l’agire e l’insegnamento di Gesù rappresentano la piena rivelazione di ciò che Dio ha voluto attraverso la Legge e i Profeti, e annunciano la presenza imminente del Regno di Dio. Da un certo punto di vista, il lungo discorso culmina nell’affermazione “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (5,48). Così l’idea dell’uomo creato a “immagine e somiglianza di Dio” si trova restituita e trasposta in un registro specificamente morale. Dio stesso è modello di ogni agire (teleios,“perfetto”, nel senso di “completo”, “compiuto”). Di qui l’esortazione “Cercate anzitutto il suo regno e la sua giustizia” (6,33) e attendete a fare “la volontà del Padre mio che è nei cieli” (7,21). Di questa perfezione morale Cristo è il modello perfetto (cf. Mt 19,16-22).



1.2.3. Orientamenti per l’oggi

102. Fino a che punto è normativa la radicalità che Gesù incarna nella sua vita e nella sua morte?

1. Certo non si può prendere pretesto dalle beatitudini per idealizzare la miseria umana sotto qualsiasi forma, e ancor meno per incoraggiare, di fronte alla persecuzione, una sorta di rassegnazione passiva che troverebbe la sua unica soluzione nell’attesa dell’aldilà. Da una parte, è vero, la Chiesa, al seguito di Gesù, reca a coloro che soffrono una parola di conforto e uno stimolo: se si ricostituisce il sostrato semitico del termine “beato”, si trova l’idea di “camminare dritto” (radice ’šr ebraico), il che suggerisce che poveri e perseguitati sono già in cammino nel e verso il Regno. D’altra parte, nel testo medesimo delle beatitudini, ciò non è separato da esigenze morali, in termini di virtù da praticare: si riprende così l’idea di “ricerca della povertà”, con quel senso religioso e morale che il profeta Sofonia già dava all’espressione (Sof 2,3).

2. L’esortazione a praticare una  giustizia che superi quella degli scribi e dei farisei (cf. Mt 5,20) implica che ormai, in regime cristiano, ogni norma morale si situa nel quadro dinamico di una relazione filiale. Nel discorso, Gesù insiste molto su questo rapporto e parla ben sedici volte di Dio chiamandolo “Padre” dal punto di vista degli altri, e solo alla fine lo chiama per la prima volta “il mio Padre nei cieli” (Mt 7,21). Per esempio, egli riprende le tre espressioni tradizionali della pietà ebraica: elemosina, preghiera e digiuno (6,1-18); in ogni caso, l’atteggiamento del discepolo deve sbocciare da un legame interiore con Dio ed evitare ogni calcolo, ogni ricerca di profitto o di lode umana. La continuazione del discorso focalizza l’attenzione sul legame d’amore e di fiducia tra Dio e il discepolo. Ne deriva la responsabilità che incombe al discepolo di vivere il vangelo. Quando ciò non accade, si crea ostacolo alla realtà fondamentale della vita come è voluta da Dio e insegnata da Gesù e ci si espone a conseguenze disastrose. I testi relativi al giudizio sono essi stessi avvertimenti circa gli effetti distruttivi provenienti da una condotta cattiva. In particolare, attraverso una serie di metafore il lettore è confrontato, nella sua scelta, con una alternativa: porta larga o stretta, cammino largo o ristretto, veri o falsi profeti, albero buono o cattivo, costruttori di case insensati o saggi (7,13-27).

3. In che modo il lettore cristiano può prendere su di sé l’insegnamento morale specifico e apparentemente radicale del Discorso della montagna, a cominciare dalle beatitudini? Nella storia del cristianesimo sono state sollevate a questo proposito due questioni fondamentali. Anzitutto, a chi è rivolto il Discorso: a tutti i cristiani o solo a una porzione scelta? E come interpretarne i comandi?

In realtà, cercando di imitare Gesù, i discepoli sono incitati ad adottare un modo d’agire che rifletta fin da ora la realtà futura del Regno: manifestare compassione, non contraccambiare la violenza, evitare lo sfruttamento sessuale, intraprendere cammini di riconciliazione e di amore anche verso i propri nemici, sono disposizioni e azioni che riflettono la “giustizia” stessa di Dio e caratterizzano la vita nuova da condurre nel Regno di Dio; tra queste, la riconciliazione, il perdono e l’amore incondizionato occupano una posizione centrale e offrono un orientamento a tutta l’etica del Discorso (cf. 22,34-40).

Dunque, non si devono vedere le istruzioni e l’esempio stesso di Gesù come ideali inaccessibili, anche se riflettono ciò che caratterizza i figli e le figlie di Dio solo nella pienezza del Regno. Gli orientamenti dati da Gesù hanno valore di veri imperativi morali: forniscono un orizzonte di fondo, che conduce il discepolo a cercare e trovare modi simili per aggiustare il proprio agire ai valori e alla visione di fondo del vangelo, in modo da vivere meglio nel mondo, nell’attesa del Regno che viene. Il discorso morale e l’esempio di Gesù stabiliscono le basi teologiche e cristologiche della vita morale e incoraggiano il discepolo a vivere in accordo con i valori del regno di Dio quali Gesù li rivela.

 

 

 

 

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