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Collaboratori del Creato La scelta vegetariana nella vita del cristiano - Capitolo II - La custodia del creato nel magistero di Benedetto XVI PDF Stampa E-mail
Scritto da Guidalberto Bormolini, Luigi Lorenzetti   
Lunedì 29 Settembre 2014 08:25

Collaboratori del Creato
La scelta vegetariana nella vita del cristiano


Capitolo II
Stefano Severoni
La custodia del creato nel magistero di Benedetto XVI



4. La custodia del creato nella Caritas in veritate


Ma su tutte, la riflessione che costituisce il vertice del suo pensiero è indubbiamente nell’enciclica Caritas in veritate, del 29 giugno 2009.


Sappiamo che esiste una gerarchia nelle affermazioni magisteriali. Per esempio: il titolo che papa Giovanni Paolo II ha attribuito alla beata vergine Maria, di «corredentrice del genere umano», è presente in alcuni discorsi del pontefice polacco, ma non in documenti magisteriali, in quanto non è stato accettato finora dalla Chiesa cattolica. Partendo da questo principio, il nostro discorso si concentrerà anzitutto sulla terza enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate, in particolare i nn. 48-52 del capitolo quarto: «Sviluppo, diritti e doveri, ambiente».


Il nostro intento è quello di sottolineare un principio cardine nel Magistero della Chiesa, ampiamente rispettato da papa Benedetto XVI, espresso nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, al n. 85: «Orientata dalla luce perenne del vangelo e costantemente attenta all’evoluzione della società, la dottrina sociale è caratterizzata da continuità e da rinnovamento». Quindi, potremmo dire: continuità negli elementi essenziali; innovazioni dettate dal cambiamento situazionale e da nuove acquisizioni culturali, scientifiche e teologiche.

In tutte le encicliche sociali, e non fa eccezione la Caritas in veritate, si possono riscontrare per così dire due livelli:
- un primo livello di fondo, indubbiamente il più importante, che riguarda l’ottica sintetica assunta dall’enciclica, e pertanto la prospettiva di ampia portata che indica. Tale livello non sarà superato dai tempi, in quanto non tratta di alcuna problematica specifica particolare, bensì legge la storia umana alla luce del vangelo ed esprime una sapienza cristiana.


- un secondo livello che si riferisce alle singole tematiche specifiche prese in esame dall’enciclica; queste, seppure in numerosi casi siano di ampia portata e non legate strettamente alla cronaca, risentono delle caratteristiche del tempo. Tuttavia non significa che queste parti dell’enciclica saranno automaticamente superate in futuro, poiché la cosiddetta “storia degli effetti” arricchisce il senso di ciò che è pronunciato oggi e, paradossalmente, molte cose affermate oggi sapranno chiarire meglio la loro verità domani.


A noi interessa anzitutto mettere in luce la prospettiva di fondo indicata da questa recente enciclica sociale; singoli settori particolari saranno illuminati dalla prospettiva di fondo precedentemente evidenziata.


Il punto di vista sintetico, assunto dalla Caritas in veritate, si potrebbe esprimere con la seguente frase, presente nel famoso libro di J. Ratzinger Introduzione al cristianesimo (1967): «il ricevere precede il fare». Sulla base di quest’affermazione l’enciclica propone una vera e propria “conversione” dell’uomo a una nuova sapienza sociale.


All’udienza generale di mercoledì 8 luglio 2009, rivolgendosi ai fedeli, Benedetto XVI precisava che la sua nuova enciclica Caritas in veritate s’ispira, per la sua visione fondamentale, a un passo della Lettera agli Efesini: «Al contrario, agendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a lui, che è il capo, Cristo» (4,15). La carità nella verità è pertanto la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera. Per tale motivo, l’intera dottrina sociale della Chiesa ruota attorno al principio caritas in veritate: soltanto con la carità, illuminata dalla ragione e dalla fede, sarà possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di valenza umana e umanizzante.


Ora, valutando nel complesso le tre encicliche di papa Benedetto XVI, possiamo rilevare che nella prima, del 25 dicembre 2005, egli ha scritto: «Dio è amore» (Deus caritas est) (1Gv 4,8.16), con un richiamo alle parole dell’apostolo ed evangelista Giovanni. Questa è quindi un’enciclica centrata sull’amore cristiano. Nella seconda enciclica, del 30 novembre 2007, ha ricordato che nella storia siamo «salvi in speranza» (Spe salvi) (Rm 4,24). Con la redenzione ci è stata donata la speranza: il presente, benché faticoso, potrà essere accettato se condurrà verso una meta così grande da giustificarne il cammino. Questa volta il pontefice ha attinto l’espressione biblica, che fa da titolo all’enciclica «Spe salvi [facti sumus]», da Paolo, cui ha dedicato l’Anno paolino, nel bimillenario dalla sua nascita. Dopo quasi due anni dalla Spe salvi, nella terza enciclica, ha aggiunto che tale salvezza sarà conseguita se operiamo «l’amore nella verità» (caritas in veritate) di Dio e dell’uomo. «La carità nella verità, di cui Gesù s’è fatto testimone», è «la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera».


Caritas in veritate è la prima enciclica sociale di Benedetto XVI e dell’epoca della globalizzazione, scritta a distanza di 42 anni dalla Populorum progressio (1967) di Paolo VI (1963-1978), e 18 anni dopo la Centesimus annus (1991) del successore, il beato papa Giovanni Paolo II.
Caritas in veritate fa proprie tre prospettive d’ampio respiro contenute nella Populorum progressio:
- La prima è l’idea secondo cui «il mondo soffre per mancanza di pensiero». Benedetto XVI sviluppa questo punto, sino a presentare l’esigenza di un’interdisciplinarità ordinata dei saperi e delle competenze, a servizio dello sviluppo umano.
- La seconda è il concetto per cui «non vi è umanesimo vero se esso non è aperto verso l’assoluto». Anche Caritas in veritate assume la prospettiva di un umanesimo integrale.
- La terza è che all’origine del sottosviluppo ci sia una mancanza di fraternità.


Su tale continuità di fondo, Caritas in veritate innesta alcune importanti novità: i fondamentali diritti alla vita e alla libertà religiosa trovano per la prima volta un’esplicita e corposa collocazione in un’enciclica sociale. La cosiddetta questione antropologica diventa a pieno titolo questione sociale. La procreazione, la sessualità, l’aborto, l’eutanasia, le manipolazioni dell’identità umana e la selezione eugenetica sono ritenuti problemi sociali di primaria importanza; essi, se gestiti secondo una logica di pura produzione, deturpano la sensibilità sociale, minano il senso della legge, corrodono la famiglia, ed inoltre rendono difficile l’accoglienza dei soggetti più deboli.
Altre novità di quest’enciclica riguardano i temi dell’ambiente e della tecnica.
L’ecologia (voce formata da eco: casa, abitazione, poi ambiente naturale; e logia: studio) deve liberarsi da alcune ipoteche ideologiche, che consistono nel trascurare la superiore dignità della persona umana. Un’analoga ideologia si riscontra nei confronti della tecnica, il cui arbitrio è uno dei massimi problemi odierni. In particolare, la tecnica tende a nutrire quest’arbitrio con la cultura del relativismo.
A riguardo, il Catechismo della Chiesa Cattolica così sentenzia:

Si oppongono alla dottrina sociale della Chiesa i sistemi economici e sociali, che sacrificano i diritti fondamentali delle persone, o che fanno del profitto la loro regola esclusiva o il loro fine ultimo. Per questo la Chiesa rifiuta le ideologie associate nei tempi moderni al «comunismo» o alle forme atee e totalitarie di «socialismo». Inoltre, essa rifiuta, nella pratica del «capitalismo», l’individualismo e il primato assoluto della legge del mercato sul lavoro umano [1].

Negli ultimi cinque secoli della nostra storia la teologia morale aveva in gran parte perso le connotazioni specifiche che aveva al tempo dei Padri della Chiesa, al punto da stemperare e smarrire la forma teologica. Nella nuova prospettiva, nelle indicazioni del Concilio Vaticano II, con la centralità biblica e la forma teologica, la morale ha così ritrovato alcuni punti fermi:
- la centralità di Cristo, assunto come modello, motivo e principio di vita morale. E, con Cristo, l’iniziativa del Padre e l’azione interiore dello Spirito Santo, e quindi una figura teologale-trinitaria della morale;
- l’assetto vocazionale, che conferisce un’impronta profondamente spirituale alla teologia morale;
- l’attenzione alla storia;
- e infine l’apertura sociale ed ecclesiale.
Tutti questi principi li ritroviamo nell’enciclica di Benedetto XVI.

La centralità della persona umana quale «imago Dei»(cfr. Gn 1,26-27) è fondamentale nella Caritas in veritate, che cita un noto passo della Gaudium et spes, uno dei documenti principali del Concilio Vaticano II: «In realtà è proprio nel mistero del Verbo incarnato che si fa luce il mistero dell’uomo» (Gs 22). È il testo magisteriale più citato nel CCC: dodici volte, fondamentale anche nel pontificato del beato papa Giovanni Paolo II, come egli stesso ricordava nella lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae.

Caritas in veritate ha nel titolo il richiamo ai due temi fondamentali del magistero di papa Benedetto XVI: carità e verità. Essi hanno contrassegnato l’intero suo magistero nei primi anni di pontificato, magistero ispirato all’essenza stessa della rivelazione cristiana.

In definitiva, si nota una profonda coerenza nel messaggio che il pontefice ha offerto nelle sue tre encicliche (Deus caritas estSpe salviCaritas in veritate).

Analizziamo ora il quarto capitolo dell’ultima enciclica, quello che contiene i maggiori richiami ai temi ambientali.

Benedetto XVI sostiene che l’attività economica deve essere finalizzata al perseguimento del bene comune: «L’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento; non di un’etica qualsiasi bensì di un’etica amica della persona».

Auspica che la centralità della persona sia il principio guida negli interventi per lo sviluppo della cooperazione internazionale, e che le risoluzioni coinvolgano i beneficiari.

Il tema del rapporto tra l’uomo e l’ambiente è affrontato nella seconda parte del quarto capitolo (nn. 48-52) con queste parole: «Il tema dello sviluppo è oggi fortemente collegato anche ai doveri che nascono dal rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale».

Il pontefice ricorda che «la natura è espressione di un disegno di amore e di verità. […] Anch’essa, quindi, è una vocazione» e aggiunge: «le questioni legate alla cura e alla salvaguardia dell’ambiente devono oggi tenere in debita considerazione le problematiche energetiche. […] L’incetta delle risorse naturali, che in molti casi si trovano nei Paesi poveri, genera sfruttamento e frequenti conflitti tra le Nazioni e al loro interno». Pertanto, le società tecnologicamente avanzate dovranno diminuire il proprio fabbisogno energetico.


Più avanti afferma che «all’uomo è lecito esercitare un governo responsabile sulla natura per custodirla, metterla a profitto e coltivarla anche in forme nuove e tecnologie avanzate in modo che essa possa degnamente accogliere e nutrire la popolazione che la abita. C’è spazio per tutti su questa terra», ma sarà necessario «rafforzare quell’alleanza tra essere umano e ambiente, che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio».
Un altro passo fondamentale si trova all’inizio del n. 51: «Le modalità con cui l’uomo tratta l’ambiente influiscono sulle modalità con cui tratta se stesso e viceversa». Quindi sarà necessario un effettivo cambiamento di mentalità, che ci induca ad adottare nuovi stili di vita poiché «la Chiesa ha una responsabilità per il creato e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico».

Il quarto capitolo termina con l’affermazione centrale: «Ciò che ci precede e ci costituisce – l’Amore e la verità sussistenti – ci indica che cosa sia il bene e in cosa consista la nostra felicità. Ci indica quindi la strada verso il vero sviluppo».

 

 

 

 

[1] CCC, Compendio 2424.

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 06 Febbraio 2019 19:44
 
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