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Radici bibliche dell'agire cristiano - Alcuni criteri biblici per la riflessione morale - Orientamenti per l’oggi PDF Stampa E-mail
Scritto da Marilena   
Martedì 28 Ottobre 2014 10:25


Pontificia Commissione Biblica, Bibbia e morale
Radici bibliche dell'agire cristiano


Seconda parte

Alcuni criteri biblici per la riflessione morale


2.1.2. Orientamenti per l’oggi

110. La situazione odierna è caratterizzata da progressi sempre più grandi delle scienze naturali e da una estensione immensa del potere e delle possibilità dell’agire umano. Le scienze umane aumentano continuamente la conoscenza degli individui e delle società umane. I mezzi di comunicazione favoriscono la globalizzazione, una sempre più grande connessione e interdipendenza fra tutte le parti della terra.

Questa situazione porta con sé grandi problemi ma anche grandi possibilità per la convivenza e sopravvivenza umane. Nelle società moderne ci sono poi tante idee, sensibilità, desideri, proposte, movimenti, gruppi che si impegnano o esercitano pressione, tentativi per trovare soluzioni dei problemi e gestire in un modo giusto le possibilità presenti. I cristiani vivono insieme ai loro contemporanei in questa situazione e sono corresponsabili con gli altri di trovare giuste soluzioni. La Chiesa si trova in un continuo dialogo con la complessa cultura moderna e partecipa alla ricerca di norme giuste per la gestione della comune situazione. Menzioniamo alcuni campi tipici.

 

 

1. L’accresciuta sensibilità per i diritti umani ha prima condotto all’abolizione della schiavitù, poi a un vivo senso per l’uguaglianza delle razze umane e chiede il superamento di ogni forma di discriminazione.

2. La preoccupazione per lo sviluppo e la proliferazione di armi e strumenti di distruzione di massa spinge a cercare una riformulazione della morale dei conflitti e della guerra ed esige un intenso impegno per la pace.

3. La sensibilità per l’uguale dignità dei sessi esige una severa verifica sui condizionamenti a cui sottostanno i loro ruoli, a causa delle concezioni di molte culture, anche contemporanee.

4. Il potere tecnico umano, basato sulle scoperte delle scienze naturali, ha reso possibile un uso e abuso delle risorse naturali che prima era inconcepibile. La grande differenza fra i popoli riguardo al loro potere economico, scientifico, tecnico, politico, militare ha condotto a una massiccia disuguaglianza nella partecipazione all’uso delle risorse naturali. Esiste una crescente sensibilità per i problemi di ecologia e di giustizia che ne derivano. È avvertita la necessità di  un forte impegno per la tutela della natura, che costituisce il patrimonio comune di tutta l’umanità, e per una equa partecipazione di tutti i popoli a questo patrimonio.

La Bibbia non offre risposte immediate e pronte per risolvere questi e altri problemi. Ma il suo messaggio su Dio Creatore di tutto e tutti, sulla responsabilità umana per la creazione, sulla dignità di ogni persona umana, sulla premura particolare per i poveri ecc. prepara i cristiani per una attiva e fruttuosa partecipazione alla ricerca comune allo scopo di dare soluzioni adeguate ai problemi che si pongono.



2.2. Secondo criterio specifico: La contrapposizione

111. La Bibbia si oppone in modo chiaro a certe norme o abitudini praticate da società, gruppi o individui. Questo rifiuto è determinato nell’Antico Testamento dalla fede nel SIGNORE, dalla fedeltà all’alleanza in cui il SIGNORE ha unito a sé in modo singolare il popolo d’Israele, e nel Nuovo Testamento dalla fede in Gesù Cristo Figlio di Dio, nella cui incarnazione Dio ha unito a sé in modo definitivo tutta l’umanità.



2.2.1. Dati biblici

112. Il Decalogo, le cui prescrizioni dicono quasi esclusivamente ciò che non deve essere fatto, si oppone a una serie di azioni. Dopo la sua autopresentazione Dio dice con grande insistenza: “Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna…Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il SIGNORE, sono il tuo Dio, un Dio geloso…” (Es 20,3-5).

Numerosi termini sono usati nel corso della Bibbia per designare questa realtà come peccato. Nell’insegnamento dei profeti diventa peccato una realtà ben concreta, per es. violenza, furto, ingiustizia, sfruttamento, frode, falsa accusa, ecc. (cf. Am 2,6-8; Os 4,2; Mi 2,1-2; Ger 6,13; Ez 18,6-8). Nella letteratura paolina come specifici peccati sono segnalati: inganno, avidità, gelosia, liti, ubriachezza, immoralità, invidia, ecc. (cf. Rm 1,29-31; 1 Co 5,10; 2 Co 12,20; Gal 5,19-21). Il peccato è essenzialmente visto come violazione di rapporti personali, che pone la persona contro Dio, ma è visto pure come violazione della dignità e dei diritti di altre persone. Al centro però è la lotta contro l’infedeltà verso il SIGNORE Dio d’Israele, la lotta contro false concezioni di Dio che si esprimono nell’idolatria, nel servizio prestato cioè ad altri dèi. Questa lotta si manifesta nella Legge, è centrale per l’attività dei profeti, è presente pure nel tempo postesilico. Il compito principale di Gesù, dal canto suo, è quello di rivelare il vero volto di Dio (Gv 1,18). La lotta contro l’apostasia da Dio e contro la preferenza ad altri valori supremi è anche presente in Paolo e nell’Apocalisse.



a. La lotta dei profeti contro l’idolatria

113. Nel paese di Canaan il popolo d’Israele era confrontato con il culto di altri dèi. La religione di Canaan era cosmologica, in quanto incentrata sul rapporto fra l’ordine divino dell’universo e la risposta umana. I Canaaniti veneravano dèi che erano poco più che personificazioni delle forze naturali e il cui servizio era collegato con una mitologia sofisticata e con riti finalizzati a garantire la fertilità della terra, degli animali e degli esseri umani. Specialmente questi riti di fertilità furono condannati dalla Legge e dai profeti. Il Dio d’Israele, dall’altra parte, non era intra-cosmico ma al di sopra e al di là di tutte le forze naturali. L’enoteismo era in grado di accordarsi per un certo tempo con l’esistenza di altri dèi. Tuttavia, durante l’esilio diventò evidente che gli dèi pagani erano un niente e così il SIGNORE solo fu considerato come l’unico vero Dio (monoteismo radicale).

Sembra che l’idolatria fosse abbastanza diffusa fra il popolo durante il regno di Acab (1 Re 16,29-34). In 1 Re 17–19 Elia viene presentato come il restauratore della fede mosaica, quando il culto di Baal aveva conquistato il regno settentrionale. In una scena drammatica sul Monte Carmelo fra Elia e i profeti di Baal (1 Re 18,20-40) Elia rimprovera il comportamento ambiguo del popolo ed esige la lealtà esclusiva per il SIGNORE.

Anche Osea constata che la causa fondamentale dell’agitazione sociale e politica è la misura ampia con la quale le pratiche religiose canaanite si sono infiltrate nel culto israelitico. Gli Israeliti hanno mescolato nel loro culto elementi del culto della fertilità di Baal (Os 4,7-14; 10,1-2; 13,1-3).  La corruzione del culto coincide con intrighi e tradimenti nel palazzo reale e nelle strade (Os 7,1-7; 8,4-7) e con il collasso degli standard morali (Os 4,1-3). L’idolatria viene chiamata dal profeta prostituzione (Os 1-2; 5,4).

I profeti canonici sviluppano una opinione comune a questo riguardo: il culto di divinità di produzione propria, cioè dèi che servono solo gli interessi dei loro devoti, va di pari passo con la degenerazione della moralità pubblica e privata (Am 2,4-8; Is 1,21-31; Ger 7,1-15; Ez 22,1-4). L’insegnamento sociale della Chiesa può essere considerato in linea con questo, poiché essa ha sempre sostenuto che quei sistemi socioeconomici che rivendicano autorità assoluta e subordinano il valore trascendente degli esseri umani, creati a immagine di Dio, a ideologie di gruppo, non possono produrre altro che lo sradicamento della civiltà.

Sembra che l’esilio costituisca una svolta nell’atteggiamento di Israele verso l’idolatria. Gli esiliati, confrontati con il culto politeistico dei loro padroni, comprendevano che il SIGNORE solo è il Creatore e il Signore di tutto (Is 40,12-18.21-26).



b. Contro la costrizione al culto pagano

114. Durante il tempo dei Maccabei si verificò un confronto fra la tradizionale religione giudaica e l’ellenismo, quando Antioco IV perseguiva una politica più aggressiva che non i suoi predecessori per diffondere la cultura pagana (167-164 a.C.). Si trattava della stessa sopravvivenza del giudaismo e della sua fede nel SIGNORE e questo provocò una duplice reazione: una rivoluzione armata (i due libri dei Maccabei) e una resistenza passiva. Il libro di Daniele fu scritto in favore di quest’ultima, per incoraggiare la perseveranza nella persecuzione.

Il libro della Sapienza risponde alla mentalità che era prevalente nel mondo ellenistico immediatamente prima dell’era  cristiana. Fu scritto per giudei della diaspora per provvederli di una difesa contro l’influsso seducente della filosofia e religione ellenistica e anche contro i nuovi culti che si moltiplicavano ad Alessandria in quel tempo. La colpa degli adoratori della natura consiste nel loro rifiuto di riconoscere Dio, Creatore, nelle opere della creazione e nella loro bellezza. Nella loro ricerca di Dio non riescono a fare l’ultimo passo (13,1-9). Le conseguenze dell’idolatria sono culti dei misteri che portano con sé la loro punizione (14,22–15,6). Ciò prova la totale stupidità della venerazione degli idoli, che si trova in pieno contrasto con l’attrattiva dei miracoli operati dal vero Dio in favore del suo popolo.



c. L’opposizione di Paolo al culto pagano

115. Il cristianesimo aveva le sue origini in un giudaismo ampiamente purificato dall’idolatria. Nel suo processo di espansione esso veniva a confronto col paganesimo dell’impero romano, nel quale c’era una grande varietà di culti religiosi e anche il culto per l’imperatore. Paolo viene confrontato con l’idolatria a Efeso (At 19,24-41) e si occupa di essa e delle sue conseguenze in Rm 1,18-32. Basandosi sulle critiche del giudaismo ellenistico (Sap 13-15) egli presenta una polemica tradizionale contro il mondo pagano prima di introdurre il suo interlocutore giudaico (2,1–3,20), per mostrare che nessuno, né pagano né giudeo, è giusto davanti a Dio senza la fede in Gesù Cristo (3,21-26).

L’auto-rivelazione di Dio mediante la creazione dovrebbe condurre le persone umane all’appropriata risposta di adorazione e ringraziamento. Il rifiuto intenzionale di fare questo rende il loro pensare vano e i loro cuori tenebrosi e conduce a un falso vanto di saggezza e alla corruzione del culto vero mediante la fabbricazione e venerazione delle immagini di creature. Esiste un nesso fra la prassi dell’idolatria e la depravazione sessuale, che disonora il corpo che è lo strumento di azione, unione e comunicazione fra le persone. Un tale comportamento fa sparire la distinzione fra i ruoli dei sessi, contrariamente al piano del Creatore. La pena in cui si incorre è il desiderio incontrollabile di continuare un tale comportamento depravato.

La lista dei vizi, stesa da Paolo, comprende i rapporti sociali più ampi e mostra la corruzione al livello individuale (Rm 1,24), interpersonale (1,26-27) e più ampiamente sociale (1,29-31), corruzione che pervade e avvelena la totalità della vita umana. La persistenza nel peccare e l’approvazione data ad esso mostrano come, per molte persone, è diventato ‘normale’ e accettabile questo comportamento che conduce inevitabilmente alla separazione da Dio.



d.  L’opposizione dell’Apocalisse al sistema demoniaco, anti-Dio


116. Il libro dell’Apocalisse presenta due grandi sistemi operanti nel mondo: il regno di Dio centrato in Gesù e nei suoi seguaci e l’anti-regno di Satana, sistema diffuso in tutto l’impero romano. I cristiani quindi vivono il loro impegno per Gesù in mezzo a un sistema terrestre che è demoniaco, pervade tutto ed è contro Dio. È concretizzato nella città di Roma con il culto reso all’imperatore e diffuso in tutto il suo vasto impero. In quanto l’imperatore rappresenta gli dèi e chiede di essere adorato, utilizza l’apparato statale e il culto imperiale per diffondere la sua propaganda demoniaca, in contrasto con Dio in tutto l’impero. Ciò viene espresso in modo simbolico nella “bestia che sale dal mare” (13,1), nella “bestia che sale dalla terra” (13,11) e nei “re della terra” (17,2.18; 18,3.9). La loro opera è concentrata e simboleggiata nella città di Babilonia (17,1-7).

Apocalisse 17-18 descrive la ricchezza e il lusso della Babilonia (Roma) condannata alla distruzione. La città simboleggia un intero modo di vivere pagano (17,3-6) in totale contrasto con i valori del regno, e il risultato sarà che i cristiani pagano con la loro vita per la loro testimonianza (17,6). La città è caratterizzata dall’autosufficienza (18,7); si tratta di una società di consumismo, che dipende dal commercio, e nella quale si trova ogni forma di lusso, ma a prezzo della diffusione della schiavitù (18,11-13.22-23). Agisce aggressivamente contro Gesù e quanti appartengono a lui (17,14). Ma nonostante la sua celebrità, questa città è condannata da Dio e crollerà improvvisamente. La sua distruzione viene presentata come un dramma liturgico (18,9-24) attraverso i lamenti dei re, dei mercanti e dei marinai, accentuando il suo crollo drammatico. I cristiani sono invitati a “uscire da essa” (18,4) per non partecipare ai suoi crimini e alla loro punizione; essi vengono esortati a distanziarsi dal mondo cattivo che li circonda e hanno bisogno di “saggezza” per suggerire una prospettiva positiva (cf. 17,7.9). Si rallegrano quando vedono la rivincita di Dio sui loro nemici e guardano la desolazione della città rovinata (18,20-23).

Questo messaggio paradigmatico può essere applicato a tutti i cristiani in simili situazioni ed essi sono esortati a difendersi contro una tale insidiosa pressione che pervade tutto. Ciò richiede la capacità di leggere i segni dei tempi e di riconoscere “la cifra della bestia” (13,18), nella certa speranza che tutti questi regimi demoniaci sono condannati alla distruzione. Solo in tal modo i cristiani saranno capaci di fare scelte adeguate e di pianificare un modo di agire maturo e responsabile.

 

 

 

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