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intervista a Paolo De Benedetti a cura di Antonio Gnoli PDF Stampa E-mail
Scritto da Paolo de Benedetti   
Martedì 18 Novembre 2014 16:09

Dall'intervista a Paolo De Benedetti a cura di Antonio Gnoli
in “la Repubblica” del 24 agosto 2014


«Nella mistica ebraica la Shekhinà è l’atto con cui il divino si incarna in alcune realtà terrestri».
Dio che abita nei dettagli?
«È il Dio che si rende presente nel mondo con una forma di materializzazione, o meglio di immanenza. E coinvolge il vivente nel suo insieme».

A questo proposito lei ha elaborato una teologia degli animali.

«Per un credente il destino dell’uomo è di solito motivato dal peccato. Ma questo non coinvolge il destino degli animali. Non sono forse creature altrettanto preziose? È degradante constatare la crudeltà alla quale spesso li sottoponiamo; lo sterminio industrializzato e sadico perpetrato ai loro riguardi. Al di là delle convinzioni, la teologia degli animali vuole essere un modo di porre un limite alla violenza ».

Preservare gli animali come fece Noè?

«L’Arca è un modello interessante di teologia degli animali ».
Dio intende distruggere ogni forma di vivente e poi ci ripensa. Perché?
«Non solo nell’episodio dell’Arca. La sua coscienza lo frena. In fondo non rinuncia a pensare che possano esistere uomini migliori. È il bisogno che ha Dio di specchiarsi in qualcuno che risponda alle sue speranze. Il culto dei santi è spesso superstizione. Ma sono anche la continua presenza del verbo che si incarna».

«Sono fedelissimo ai ricordi, che pure tendono a svanire, e alle persone che non ci sono più. Alle quali sono appartenuto come loro a me. Ma è un appartenersi senza angoscia. Quanto al futuro, Dio dovrà fare una cosa che finora non gli è riuscita: stabilire dei rapporti di fratellanza tra tutti gli esseri viventi. Comprese le piante. È la mia speranza».

 
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