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Collaboratori del Creato La scelta vegetariana nella vita del cristiano - Capitolo IV PDF Stampa E-mail
Scritto da Marilena   
Martedì 27 Gennaio 2015 19:33

Collaboratori del creato. Capitolo IV
Luigi Lorenzetti
Rapporto tra uomo e regno animale

(pagine precedenti)

1.         Introduzione

Il rapporto tra l’essere umano e l’animale è anzitutto un’esperienza. La teoria (o le teorie) teologica, filosofica, etica, scientifica, vengono dopo, con l’intento di interpretare tale esperienza: perché esiste, com’è, come deve essere? La terza è una domanda etica e riguarda soltanto l’essere umano, l’unico che sa (è consapevole) di agire e, quindi, non può non domandarsi se il suo comportamento è buono/cattivo; giusto/ingiusto; morale e immorale.

Nel rispondere, il credente ha per guida la fede e la ragione, che sono come due ali per raggiungere la conoscenza dell’umano, dell’animale e del rapporto tra l’uno e l’altro. Il non credente ha per guida la ragione umana. Il dialogo tra credenti (cristiani-cattolici) e non credenti apre orizzonti inediti alla fede e alla ragione.

 

L’esposizione prevede tre passaggi: la visione cristiana (teologia) sul creato e tutte le creature; la visione cristiana (o teologia) della creazione conduce a una determinata etica, precisamente a un’etica dell’amore; alcune questioni particolari; alcune conclusioni e prospettive.

 

2.         Una rinnovata visione (teologia) della creazione

L’accresciuta cultura ecologica in generale, e animale in particolare, ha provocato i cattolici, come singoli e come comunità, a ripensare la visione della creazione e a interrogarsi su quale sia il disegno del Creatore sull’universo (altrimenti detto creato, natura, cosmo, pianeta-terra) e su quanto contiene. Alcune affermazioni fondamentali sono teoricamente acquisite:

I. Tutte le creature fanno riferimento al Creatore: visione teocentrica

La sacra Scrittura, nei primi due capitoli della Genesi, presenta il quadro della creazione: tutte le creature (inanimate e animate, divise in vegetali, animali, umane) sono opera dell’azione creatrice di Dio e fanno riferimento a Lui. La visione teocentrica non è contraddetta dall’eventuale ipotesi dell’evoluzione che, come punto di partenza, non assume il nulla (perché dal nulla non si evolve nulla), ma una realtà iniziale guidata da un disegno Intelligente.

Il creato, e quanto contiene (elementi naturali, piante, animali), non è costruzione umana. Per il credente si tratta di una realtà ricevuta, donata da Dio creatore per l’umanità e le generazioni che si succedono nella storia. Anche il non credente avverte che la creazione (la natura universo, terra) non è di produzione umana, ma piuttosto un enigma la cui soluzione va cercata altrove. È evidente che, se si eclissa il teocentrismo, compaiono inevitabilmente altri centrismi: eco-centrismo, bio-centrismo e anche un ambiguo antropo-centrismo.

II. All’uomo e alla donna il Creatore affida il dominio su l’universo e quanto contiene

Si legge in Genesi 1,28: «Riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra».

Ma di quale tipo di dominio si parla? Troviamo la risposta nel capitolo successivo: «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e la custodisse» (Gn 2,15). All’essere umano viene, quindi, affidato un dominio che si traduce in servizio e responsabilità verso il creato e quanto contiene.

Purtroppo, il pensiero tradizionale cristiano si è riferito prevalentemente, anzi quasi esclusivamente, a Genesi 1, 28, e non a Genesi 2,15, quindi il messaggio cristiano è stato reso funzionale a legittimare un dominio, inteso come «jus utendi et abutendi» (diritto di usare e di abusare). In altre parole, si è affermata una cultura padronale che ha legittimato una sorta di irrilevanza nei confronti degli animali considerati come cose piuttosto che come creature viventi.

Tale cultura padronale ha avuto la meglio sulla cultura della fraternità, il cui massimo rappresentante è Francesco d’Assisi, per il quale anche gli animali sono fratelli e sorelle.

III. La creazione e quanto contiene ha un futuro ultimo

La teologia della creazione si collega alla teologia dell’escatologia (o teologia delle realtà ultime), e questa autorizza a ritenere che tra lo stadio finale e l’attuale faccia della terra esista una continuità, che va compresa in termini di pienezza o di compimento. «Dio non fa perire il vecchio mondo per farne sorgere uno nuovo dalla sua rovina» hanno affermato i teologi italiani in un convegno del 1994 dal titolo Futuro del cosmo, futuro dell’uomo «ma persevera nella fedeltà al mondo da lui creato e lo conserva e gli dà compimento».

Dio ha promesso «cieli nuovi e terra nuova» (cfr. Ap 21,1), ma la nuova realtà non sorge dalla rovina della precedente, bensì dal suo compimento e dalla sua trasformazione. La realtà futura (escatologica) non riguarda solo l’essere umano, ma anche il regno animale e l’ambiente naturale. L’apostolo Paolo è certo che tutta la creazione è raggiunta dalla redenzione: «la creazione attende con ansia la manifestazione dei figli di Dio […] La creazione stessa sarà un giorno liberata dalla servitù della corruzione […] Fino ad ora la creazione tutta geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,19.21-22).

Una conclusione è chiara: la Rivelazione, quando parla della fine del mondo, ne parla in termini di trasformazione, di compimento, di pienezza, e non di distruzione o di ritorno nel nulla. Non si può sapere come questo avverrà, ma si sa che avverrà.

D’altra parte l’idea della possibilità di un’altra vita per tutte le creature viventi, e dunque anche degli animali, non costituisce una novità. Questo ci autorizza forse a pensare gli animali nella prospettiva delle realtà ultime (escatologia), a ritenere che potremo godere un giorno anche della loro presenza? Così domandavano (e domandano) molte lettere al settimanale Famiglia Cristiana. Un incoraggiamento alla speranza in tale direzione è stato dato da Paolo VI: «Anche gli animali sono creature di Dio, che nella loro muta sofferenza sono un segno dell’impronta universale del peccato e della universale attesa della redenzione».

La sorte futura del mondo creato, e di tutte le creature, illumina e orienta la responsabilità umana nel salvaguardare l’intera creazione, che avrà compimento nell’ultimo giorno.

IV. Altri dati biblici sul futuro ultimo del creato

Un evento importante, nella storia biblica, è l’Alleanza che Dio stabilisce dopo il diluvio universale. Dio stabilisce l’alleanza non solo con la famiglia di Noè, ma con tutta la famiglia umana, non solo con i viventi umani, ma anche con i viventi animali (Gn 9,9-11):

 

Quanto a me, ecco stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra.

 

I profeti, tra gli altri Isaia (11,6-8), annunciano con linguaggio allegorico le realtà ultime, che sono la pace e la riconciliazione con tutte le creature, umane e non umane.

 

Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme i loro piccoli, il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi.

 

Sono figure allegoriche alle quali i profeti ricorrono di frequente per annunciare la fine dei tempi («ultimo giorno»), destinata a re instaurare l’armonia originaria, quell’armonia che il peccato (e i peccati) hanno infranto (e infrangono) a ogni livello: con Dio, tra gli umani e con gli animali.

Sono figure allegoriche che evidenziano una dimensione della Redenzione, sovente trascurata nella trasmissione del messaggio cristiano. Il futuro ultimo non riguarda solo l’essere umano e la comunità umana, ma anche la realtà vegetale, animale e naturale.

L’apostolo Paolo è certo che tutta la creazione è raggiunta dalla redenzione: «la creazione attende con ansia la manifestazione dei figli di Dio […]. La creazione stessa sarà un giorno liberata dalla servitù della corruzione […]. Fino ad ora la creazione tutta geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,19.21-22).

 

3.         Dalla visione cristiana (teologia) della creazione, quale etica deriva?

Dalla teologia della creazione deriva un’etica dell’amore che si declina in una prassi di solidarietà, di armonia e di giustizia.

I. Un’etica animalista è un’etica dell’amore

L’amore/agape è il principio supremo della morale cristiana. Ma non sono forse soltanto gli esseri umani i destinatari dell’amore? Non è forse romanticismo parlare di amore verso gli animali? Il concilio Vaticano II insegna: «L’uomo può e de­ve amare anche le cose che Dio ha create. Da Dio le riceve e le guar­da e le onora come se al presente uscissero dalle mani di Dio»[1].

Le norme morali in negativo (non si deve fare) e in positivo (si deve fare) riguardo alla creazione e a tutte le sue creature si fondano sul comandamento dell’amore oblativo.

C’è chi ama l’universo e le sue creature perché è un bene per lui, si astiene dal danneggiarle perché si risolverebbe in danno per lui. Non si può non essere d’accordo, ma l’etica cristiana induce ad andare oltre l’amore egoistico per giungere a un amore oblativo: la creazione e tutte le sue creature sono da amare e da rispettare per se stesse. Tutte le creature hanno valore economico, ma prima ancora, hanno un valore metaeconomico. «Eguagliare un’auto a un animale sulla base della loro utilità, senza ri­conoscere la più fondamentale differenza tra di loro, quella a livel­lo dell’essere, è un errore metafisico destinato a produrre le più gravi conseguenze pratiche»[2].

II. L’etica dell’amore si traduce nella prassi della solidarietà

L’interdipendenza tra gli esseri viventi e con l’ambiente (ecologia o «casa comune») è un fatto. L’interdipendenza, tuttavia, può essere vissuta in termini di sopraffazione e di sfruttamento o, viceversa, di solidarietà. La solidarietà esige, in negativo, che non si danneggi l’altro, che si progredisca ma mai a danno dell’altro, di ogni altro. In positivo, esige che si cerchi il proprio bene e la propria crescita nella realizzazione e nella crescita dell’altro, di ogni altro.

III. Un’etica dell’amore si traduce nella prassi dell’armonia

L’armonia, supremo valore nella cultura orientale, ha scarso valo­re nella cultura occidentale. L’armonia ha significato soltanto in un contesto di varietà, di complessità e di biodiversità, non certo in un contesto di uni­formità e di omologazione. Armonia significa che ogni realtà ha un posto ed è al suo posto, è legata all’altra, a ogni altra, secondo un ordine interno e dinamico.

In questa prospettiva, sono particolarmente significative due riflessioni.

Una è di un religioso: «Occorre tener conto della natura di ciascun esse­re e della mutua connessione in un sistema ordinato, ch’è appunto il cosmo»[3].

E ancora: «Teologia, filosofia e scienza concordano nella visione di un universo armonioso, cioè di un vero “cosmo”, dotato di una sua integrità e di un suo interno e dinamico equilibrio. Questo ordine deve essere rispettato: l’umanità è chiamata ad esplorarlo, a scoprirlo con prudente cautela e a farne poi uso salvaguardando la sua integrità»[4].

L’altra riflessione è di un laico. «Una cosa complicata come un pianeta» osserva «abitato da più di un milione e mezzo di specie di piante e animali che vi­vono tutte quante insieme in un equilibrio più o meno bilanciato nel quale continuamente usano e riciclano le stesse molecole del suolo e della aria» deve essere salvaguardato e non manipolato con interventi privi di fini[5].

In breve, l’armonia (o ordine dell’universo) è un dato e, nello stesso tempo, un compito da realizzare.

IV. Un’etica dell’amore si traduce in una prassi di giustizia

In questi decenni si è discusso molto (e si discute) se la Terra e quanto contiene abbiano dei diritti: il diritto dell’ambiente, il diritto degli animali. Qualcuno sostiene che soltanto l’essere umano è titolare di diritti, perché soltanto lui è consapevole di doveri, che è l’elemento corrispettivo dei diritti.

In ogni caso, è determinante che il soggetto umano sia consapevole che ha doveri e non soltanto diritti da rivendicare. Le piante, gli animali e quanto esiste hanno una ragione di utilità rispetto all’essere umano, ma prima di tutto hanno un valore finale, sono un valore in sé e per sé.

In opposizione a una cultura utilitaristica, è necessario riconoscere che gli animali, prima di un valore strumentale, hanno valore finale (sono un bene per se stessi) e, insieme con l’essere umano, fanno riferimento al Creatore. Tale concezione delegittima luoghi comuni e prassi consolidate dove è evidente la concezione strumentale dell’animale: acquisire conoscenze specifiche e nuove tecniche chirurgiche con sperimentazioni che distruggono o mutilano l’animale, risolvere la questione dei trapianti con organi di animali. Per non parlare di consuetudini estreme che passano, purtroppo, per normali quali l’uso degli animali per sport e divertimenti di massa, e altro ancora.

 

4.         Questioni particolari

I. La questione anima degli animali

La questione dell’anima ci aiuta a comprendere la distinzione e il collegamento tra gli umani e i non umani.

La filosofia classica parla di tre anime: l’anima vegetativa, propria di tutti gli esseri viventi; l’anima sensitiva, propria degli animali e dell’essere umano: l’anima razionale, propria dell’essere umano, che lo connota nella sua specificità. Tra i viventi, infatti, solo l’essere umano è capace di autoconsapevolezza e di libertà-responsabilità; è l’unico, tra i viventi, che sa di esistere (autocoscienza) e, quindi, è l’unico che si pone la questione del senso del vivere e dell’agire buono/cattivo, giusto/ingiusto, morale/immorale.

Oltre alla filosofia, possiamo fare riferimento all’etologia che dimostra, con rigorose analisi, come gli animali siano dotati di sensibilità, di memoria, di comunicazione. Konrad Lorenz, nel libro, Egli parlava con i mammiferi, gli uccelli e i pesci, conferma con dati scientifici quanto è descritto nella storia e nella leggenda di Francesco d’Assisi. L’eminente scienziato, tuttavia, scoraggia chi vuole sostenere l’uguaglianza tra l’animale e l’umano. Nell’ultima intervista, rilasciata prima di morire, alla domanda su ciò che distingue l’uomo dall’animale, Lorenz risponde: «la riflessione è una proprietà tipicamente umana. Attraverso questa si arriva al pensiero concettuale […] al grande salto nell’evoluzione, ma anche all’anello che ci congiunge agli animali».

C’è, pertanto, continuità tra l’essere umano e gli animali, ma anche differenza che va riconosciuta per rispetto agli animali. Non c’è bisogno di promuoverli al rango di umani per accrescerne l’importanza: non sarebbe che un modo di svilirli e, con loro, Colui che li ha creati. La teoria dello specismo e quella opposta dell’uguaglianza (antispecismo) sono due facce della medesima medaglia: non riconoscere la specie animale per se stessa. È falsa l’idea di superiorità che legittima un certo disprezzo della natura inanimata nel suo insieme e degli animali in particolare. Alcune correnti letterarie e scientifiche (forse quelle dominanti nella storia) hanno collocato, spesso e superficialmente, da una parte l’uomo ragionevole e dall’altra il bruto (dal latino brutus che significa insensato) per designare la bestia (da cui deriva bestialità).

II. Il comandamento «Non uccidere»

È il comandamento che Dio, tramite Mosè, ha dato al popolo di Israele. Gesù, il nuovo legislatore, lo porta oltre l’originaria definizione: «Avete inteso che fu detto: “Non uccidere” […] Ma io vi dico […]» di non odiare, di non offendere, di amare e perdonare. Il comandamento è posto nell’orizzonte dell’amore, che include e supera la giustizia, e raggiunge il vertice nel mistero del Calvario. È impossibile giustificare, in nome del Vangelo, l’uccisione e la violenza dell’individuo su un altro individuo umano. La violenza non trova alcuna legittimazione morale, non può mai dirsi giusta.

L’interpretazione tradizionale cristiana applica il comandamento «Non uccidere» ai soli esseri umani. Ma va ripensata. Infatti, il comandamento, nella sua dizione letterale, non dice: «non commettere omicidio», ma «non uccidere». Si può fondatamente affermare che il comandamento «Non uccidere» non si riferisce ai soli umani, ma anche agli animali. In ogni caso, la comprensione della creazione e del suo futuro ultimo conduce a estendere il comandamento anche agli animali. L’universo (con tutte le sue creature) è affidato all’essere umano, perché lo custodisca e lo porti a compimento secondo il disegno di Dio.

Non uccidere è doveroso, ma non basta. È necessaria una conversione, individuale e collettiva, a una nuova mentalità di tipo etico: una conversione dalla cultura padronale, utilitaristica e strumentale, consumistica. Segnali in questa direzione non mancano, e fanno sperare che, in futuro, i cattolici non avranno bisogno di ricorrere ad altre culture o religioni per coltivare un corretto e pacifico rapporto con gli animali. Onorare Dio significa anche onorare tutte le creature.

III. La questione vegetariana

La dottrina cattolica, come si sa, non impone obbligo né per l’uno né l’altro tipo di alimentazione, ma questo non vuol dire che siano moralmente uguali e che sia indifferente scegliere l’uno o l’altro. Uno, infatti, presuppone l’uccisione dell’animale, l’altro no.

La scelta vegetariana è una scelta libera e consapevole. È tuttavia doveroso per tutti cogliere il messaggio: «perché l’animale viva». Tutti sono chiamati ad avvertire la differenza abissale tra il mangiare carne per necessità e la industria della carne, fatta di mattatoi, allevamenti intensivi, lunghi trasporti nel patimento degli animali, quale è invalsa nelle società cosiddette avanzate.

 

5.         Conclusioni e prospettive

I. La questione del creato

La questione del creato appartiene al messaggio che la Chiesa, in tutte le sue componenti, è chiamata a trasmettere a tutte le generazioni: annunciare il progetto di Dio sul creato e su tutte le creature; denunciare la mentalità e i comportamenti che lo trasgrediscono e ostacolano. I casi purtroppo sono tanti, anzi troppi e, tra questi, il deplorevole abbandono degli animali, la sperimentazione cosiddetta scientifica che mutila e uccide, l’industria della pellicceria che serve solo alla vanità, la caccia per sport, l’allevamento in batteria e i mattatoi. Il credente è consapevole che quanto esiste (realtà inanimata e animata) è opera dell’azione creatrice di Dio e termine della sua Provvidenza, intesa come creazione che continua. Unitamente a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, il cristiano cattolico si impegna a seguire le vie che «custodiscono e coltivano» la bellezza del creato e di tutte le sue creature e ad abbandonare le vie che distruggono e avviliscono le creature di Dio.

II. La necessità della conversione culturale di tipo etico

La cultura contemporanea, «risultato di un lungo processo storico e culturale», è individuabile in significativi aggettivi che denotano altrettanti atteggiamenti:

- Cultura padronale: si considera il creato e quanto contiene, a modo di una piramide dove il soggetto è in cima, e sotto stanno tutte le creature viventi e inanimate da usare senza avvertire particolari problemi morali, anzi teorizzando che non ce ne sono affatto.

- Cultura utilitaristica: si considera il creato, e quanto contiene, prevalentemente se non esclusivamente in termini strumentali e di utilità, ignorando o volendo ignorare che le piante, gli animali, gli elementi naturali hanno sì un valore economico, ma prima di tutto hanno un valore metaeconomico: «Eguagliare un’auto a un animale sulla base della loro utilità, senza riconoscere la più fondamentale differenza tra di loro, quella cioè a livello dell’essere, è un errore metafisico destinato a produrre le più gravi conseguenze pratiche»[6].

- Cultura individualistica che enfatizza l’idea della proprietà privata, dei diritti individualistici, e rimuove l’idea della proprietà originariamente comune dei beni della terra.

- Cultura consumistica che tende ad avere sempre di più, anche a scapito dell’essere sempre di più, o, meglio, investe l’essere di più nell’avere sempre di più, in una illogica inversione tra mezzi e fini.

Sono queste le caratteristiche di una cultura che, in Occidente, ha guidato (e guida) in larga misura l’agire economico e finanziario e le applicazioni della scienza e della tecnica nella natura esterna e interna.

Di conseguenza, per uscire dalla grave crisi è necessaria una conversione culturale di tipo etico: il passaggio dalla sopraffazione e lo sfruttamento alla solidarietà che cerca il bene proprio nel bene dell’altro, di ogni altro, umano e non umano, e delle stesse cose o risorse naturali. E questo pone le società democratiche dell'Occidente, guidate dal principio della massima libertà possibile, di fronte a sfide inusitate.

 

P. Luigi Lorenzetti: sacerdote dehoniano, laureato in teologia, con specializzazione in teologia morale, alla Pontificia Università S. Tommaso d'Aquino di Roma; insegnante di teologia morale presso lo Studio Teologico Sant’Antonio di Bologna; direttore della Rivista di Teologia Morale; autore di svariati articoli apparsi su Famiglia Cristiana e altre riviste.

 

 

 



[1] Gaudium et spes, 37.

[2] F. Schumacher, Piccolo è bello, Mondadori, Milano 1977, p. 85.

[3] Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, Paoline, Milano 1988, p. 34.

[4] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Pace con Dio creatore. Pace con tutto il creato.

[5] F. Schumacher, Piccolo è bello, cit., pp. 107-108.

[6] F. Schumacher, Piccolo è bello, cit., p. 85.

 

 

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