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La custodia del creato nel pontificato di Benedetto XVI. PDF Stampa E-mail
Scritto da Stefano Severoni   
Giovedì 17 Maggio 2012 14:17

La custodia del creato nel pontificato di Benedetto XVI

Relazione di Srefano Severoni in occasione del II Convegno Nazionale di Associazione Cattolici Vegetariani

Vorrei iniziare anzitutto con la preghiera Veni Creator Spiritus. La sua scelta non è casuale. Papa Benedetto XVI, in occasione del suo incontro con i movimenti ecclesiali e le nuove comunità, il 3 giugno 2006, nei primi vespri della vigilia della solennità di Pentecoste ricordava che tale inno, con il quale avevano cominciato la celebrazione, accenna inizialmente ai primi versetti della Bibbia, che esprimono con il ricorso ad immagini della creazione dell’universo:

Veni, Creator Spiritus,
mentes tuorum visita
imple superna gratia,
quae tu creasti pecora.
Qui diceris Paraclitus,
altissimi donum Dei,
fons vivus, ignis, caritas
et spiritalis unctio.
Tu sempifornis munere
digitus paternae dexterae,
tu rite promissum Patris,
sermone ditans guttura.
Accende lumen sensibus,
infunde amorem cordibus,
infirma nostri corporis,
virtute firmans perpeti.
Hostem repellas longius,
pacemque dones protinus;
ductore sic te praevio,
vitemus omne noxium.
Per te sciamus da Patrem,
noscamus atque Filius,
teque, utriusque Spiritum
credamus omni tempore.
Deo Patri sit gloria,
et Filio qui a mortuis
surrexit, ac Paraclito
in saeculorum saecula. Amen.


Il mio intervento si articolerà nei seguenti punti:


1. Perché l’interesse per tale tematica.
2. Il significato teologico di custodia del creato.
3. Le coordinate del pontificato di Benedetto XVI.
4. Il tema della custodia del creato nel pensiero del pontefice, in particolare nella lettera enciclica Caritas in veritate (29.06.2009).
5. Conclusioni, riassumibili in cinque punti.

 

Perché l’interesse per tale tematica

La teologia di recente si è interessata a parlare della creazione non soltanto genericamente come opera di Dio – come ha sempre fatto in passato –, ma altresì come responsabilità specifica. Il motivo immediato di questa nuova attenzione è dovuto alle accuse secondo cui il pensiero cristiano sarebbe responsabile dell’attuale crisi ecologica. Tale rimprovero è stato sollevato negli Stati Uniti d’America a partire da un’opera del 1967 di L. White Jr. e poi estesa nel mondo tedesco. La teologia da parte sua ha cercato di reagire a queste accuse tentando d’interpretare correttamente il dato biblico sulla creazione, giungendo ad una visione molto più equilibrata del concetto biblico e teologico della creazione.

Oggi, riguardo al posto degli esseri nel mondo, c’è chi propone:
- un fisiocentrismo o olismo, che pone sistematicamente al centro del proprio ragionare l’insieme della natura (physis), come in K. M. Mayer-Abich;
- un olismo mitigato (H. Jonas), fondato sul “princìpio di responsabilità” formulato in contrapposizione al “princìpio di sostanza” di E. Bloch;
- un biocentrismo radicale (A. Schweitzer). Per il celebre medico di Lambarené, il principìo di fondo è l’assoluto rispetto di ogni forma di vita;
- un patocentrismo (P. Singer). Per il noto filosofo australiano, il criterio decisivo per il rispetto è la capacità di sentire dolori;
- un’etica del discorso (J. Habermas, K. Otto Apel). Il princìpio etico di fondo sta nell’assunzione di un discorso argomentativo a cui tutti i soggetti idealmente partecipano, per giungere così ad un consenso sul che cosa fare.

La teologia cristiana da parte sua non ha mai professato un antropocentrismo puro e semplice, ma piuttosto un teocentrismo, che comunque nel Verbo incarnato, Gesù Cristo, fine dell’intero creato, ha assunto totalmente pure la dimensione umana: si tratta, dunque, di un teocentrismo, che conduce all’antropocentrismo. In definitiva potremmo accogliere un antropocentrismo mitigato o relazionale.

2. La custodia del creato

Il sostantivo femminile italiano custodia deriva dal lat. custodia, con il significato di “il custodire”, o “involucro per porvi oggetti” [1].
Il sostantivo maschile custode deriva dal lat. custos, custodis; secondo alcuni, da una radice indoeuropea *keudh- = coprire, difendere, con il significato “chi deve custodire, o difendere qualcosa o qualcuno” [2].

Il sostantivo maschile creato deriva dal lat. creare, dalla radice kere- di crescere = fare dal nulla, fare, produrre, suscitare, nominare, e sta a significare “mondo, universo, cosmo” [3]. La sacra Scrittura insegna (Gn 1,28; 2,15) che la terra è stata affidata all’uomo per essere coltivata e custodita, e non per essere deturpata o distrutta. L’uomo è il luogotenente di Dio. È stato creato a sua immagine e somiglianza (cfr. Gn 1,26-27). Accogliendo l’interpretazione eccellente di s. Tommaso d’Aquino, l’essere umano è stato creato da immagine di Dio, affinché nei diventi sua somiglianza: quindi abbiamo un punto di partenza (immagine, in ebr. semel) ed un punto d’arrivo (somiglianza, in ebr. demut).

Le Chiese cristiane credono che la salvaguardia del creato sia un valore biblico, da promuovere con impegno.

3. Il pontificato di Benedetto XV

Ora forniamo alcune brevi notizie sul pontificato di Benedetto XVI.
Joseph Ratzinger, nato il 16 aprile 1927, Sabato santo, a Marktl am Inn, in Germania, è stato eletto papa il 19 aprile 2005, e ha preso il nome di Benedetto XVI, 265° pontefice nella storia della Chiesa cattolica.
Il giorno dell’elezione egli si è presentato con queste parole:

«Cari fratelli e sorelle, dopo il grande papa Giovanni Paolo II i signori cardinali hanno eletto me, un semplice umile lavoratore nella vigna del Signore».

Durante i suoi otto anni di pontificato, papa Benedetto XVI:
- ha compiuto 23 viaggi apostolici internazionali;
- ha compiuto 26 viaggi apostolici nel suolo italiano (nazionali);
- ha fatto visita a 13 parrocchie romane;
- ha scritto 3 lett. enc.: Deus caritas est (25.12.2005); Spes salvi (30.11.2007): Caritas in veritate (29.06.2009);
- ha scritto 14 Motu proprio
- ha firmato 91 cost. ap.
- ha partecipato a 4 Sinodi dei vescovi
- ha firmato 3 esort. ap. post-sinodali: Sacramentum caritatis (22.02.2007); Verbum Domini (30.09.2010); Africae munus (19.11.2011)
- ha scritto 105 lett. ap.
- ha indetto:
l’Anno paolino (28.06.2008-29.06.2009)
l’Anno sacerdotale (19.06.2009-11.06.2010)
l’Anno della fede (11.10.2012-24.11.2013)
-  ha creato 84 nuovi cardinali, in quattro concistori (2006; 2007; 2010; 2012)
-  ha canonizzato nuovi santi a San Pietro
-  ha partecipato a 3 Giornate Mondiale della Gioventù (2005; 2008; 2011)
.  ha tenuto 312 udienze generali del mercoledì

Papa Benedetto XVI ha parlato in più occasioni della cura, custodia e salvaguardia del creato. I temi dell’ambiente e dell’ecologia sono presenti nel suo magistero: nei suoi discorsi, agli Angelus, nei suoi viaggi apostolici, alle udienze generali, in diversi documenti, ecc. C’è chi lo ha definito il «papa verde» [4].
Già poche settimane prima della sua elezione, nel discorso pronunciato il 1° aprile 2005, a Subiaco (Roma), in occasione della consegna del Premio San Benedetto, egli segnalava, tra i grandi problemi planetari, lo sfruttamento della terra e delle sue risorse, per annoverare la conservazione del creato, invece, fra quelle espressioni che richiamano «valori morali essenziali, di cui abbiamo davvero bisogno».

4. Lett. enc. Caritas in veritate (29.06.2009)

Ma su tutte, la riflessione che costituisce il vertice è indubbiamente nella lett. enc. Caritas in veritate, del 29 giugno 2009.
Sappiamo che esiste una gerarchia nelle affermazioni magisteriali. Ad esempio, il titolo di “corredentrice del genere umano”, attribuito alla beata vergine Maria da parte del beato papa Giovanni Paolo II (1978-2005) è presente in alcuni discorsi del pontefice polacco, ma non in documenti magisteriali, quali cost. ap., lett. enc., lett. ap. ed esort. ap.; non è stato accettato finora dalla Chiesa cattolica.
Partendo da questo princìpio, il nostro discorso si concentrerà anzitutto sulla terza enciclica del pontefice di origine tedesca, ed in particolare i nn. 48-52, del cap. IV: Sviluppo, diritti e doveri, ambiente.

Anzitutto ricordiamo l’indice dell’enciclica:
- Introduzione (nn. 1-9)
- Cap. I: Il messaggio della Populorum progressio (nn. 10-20)
- Cap. II: Lo sviluppo umano nel nostro tempo (nn. 21-33)
- Cap. III: Fraternità, sviluppo economico e società civile (nn. 34-42)
- Cap. IV: Sviluppo dei popoli, diritti e doveri, ambiente (nn. 43-52)
- Cap. V: La collaborazione della famiglia umana (nn. 53-67)
- Cap. VI: Lo sviluppo dei popoli e la tecnica (nn. 68-77)
- Conclusione: (nn. 78-79)

Il nostro intento sarà quello soprattutto di tentare di rimarcare un princìpio cardine nel Magistero della Chiesa, ampiamente rispettato da papa Benedetto XVI, espresso nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, al n. 85: «Orientata dalla luce perenne del vangelo e costantemente attenta all’evoluzione della società, la dottrina sociale è caratterizzata da continuità e da rinnovamento» [5].

Quindi, potremmo dire:
- continuità (negli elementi essenziali)
- innovazioni (dettate dal cambiamento situazionale e da nuove acquisizioni culturali, scientifiche e teologiche)

Si ricorda che in tutte le encicliche sociali, ed a ciò non fa eccezione la Caritas in veritate, si possono riscontrare per così dire due livelli:

1. Un primo livello di fondo, quello indubbiamente più importante, concerne l’ottica sintetica assunta dall’enciclica, e pertanto la prospettiva di ampia portata ch’essa indica. Tale livello non sarà superato dai tempi, in quanto non tratta di alcuna problematica specifica particolare, bensì legge la storia umana alla luce del vangelo ed esprime una sapienza cristiana.

2. Un secondo livello è quello che riguarda le singole tematiche specifiche prese in esame dall’enciclica; queste, seppure in numerosi casi siano di ampia portata e non legate strettamente alla cronaca, risentono delle caratteristiche del tempo. Tuttavia ciò non significa che queste parti dell’enciclica saranno automaticamente superate in futuro, poiché la cosiddetta “storia degli effetti” arricchisce il senso di ciò che è pronunciato oggi e, paradossalmente, molte cose affermate oggi potranno sprigionare meglio la loro verità domani.

Ai noi interessa anzitutto mettere in luce la prospettiva di fondo indicata da questa recente enciclica sociale; singoli settori particolari saranno illuminati dalla prospettiva di fondo precedentemente evidenziata.

Il punto di vista sintetico assunto dalla Caritas in veritate si potrebbe esprimere con la seguente frase, presente nel famoso libro di J. Ratzinger Introduzione al cristianesimo (1967): «il ricevere precede il fare». Sulla base di quest’asserto, essa propone una vera e propria “conversione” ad una nuova sapienza sociale; conversione da una visione che parte dagli uomini stessi. Tutti i numerosi temi trattati nell’enciclica sociale di papa Benedetto XVI sono affrontati in tale chiave di lettura, riassumibile nella persuasione che il vangelo è il maggiore fattore di sviluppo.

All’Udienza generale di mercoledì 8 luglio 2009, papa Benedetto XVI, rivolgendosi ai fedeli, precisava che la sua nuova enciclica Caritas in veritate, presentata ufficialmente il giorno precedente, s’ispira, per la sua visione fondamentale, ad un passo della Lettera agli Efesini, scritto deuteropaolino, ovvero di un discepolo dell’apostolo Paolo: «Al contrario, agendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a lui, che è il capo, Cristo» (4,15). La carità nella verità è pertanto la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera [6]. Per tale motivo, l’intera dottrina sociale della Chiesa ruota attorno al princìpio «caritas in veritate». Soltanto con la carità, illuminata dalla ragione e dalla fede, sarà possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di valenza umana ed umanizzante.

Ora, valutando nel complesso le tre encicliche di papa Benedetto XVI:

1. nella prima, del 25 dicembre 2005, egli ha scritto che «Dio è amore» (Deus caritas est) (1Gv 4,8.16), riprendendo le parole dell’apostolo ed evangelista Giovanni; questa è perciò un’enciclica sull’amore cristiano, con due parti ben distinte, ma che si richiamano a vicenda:
Prima parte: L’unità dell’amore nella creazione e nella storia della salvezza (nn. 2-18), con una riflessione più propriamente e marcatamente speculativa.
Seconda parte: Caritas – L’esercizio dell’amore da parte della Chiesa quale comunità d’amore (nn. 19-40). Questa riflessione è più esperienziale, ove si vuol comunicare che la carità della Chiesa è manifestazione dell’amore trinitario (n. 19) e suo compito (nn. 20-25).
Conclusione (nn. 41-42).

2. Poi, nella sua seconda enciclica, del 30 novembre 2007, egli ci ha ricordato che nella storia siamo «salvi in speranza» (spes salvi) (Rm 4,24), desiderando comunicarci che con la redenzione c’è stata donata la speranza: il presente, benché faticoso, potrà essere accettato se condurrà verso una mèta così grande da giustificarne il cammino [7]. Questa volta il pontefice ha attinto l’espressione biblica, che fa da titolo all’enciclica «Spes salvi [facti sumus]», da Paolo, cui ha dedicato l’Anno Paolino, nel bimillenario dalla sua nascita

3. Dopo quasi due anni dalla Spes salvi, nella sua terza enciclica, egli ha aggiunto che tale salvezza sarà conseguita se operiamo «l’amore nella verità» (caritas in veritate) di Dio e dell’uomo. «La carità nella verità, di cui Gesù s’è fatto testimone» è «la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera» [8]. Caritas in veritate è la prima enciclica sociale di papa Benedetto XVI e dell’epoca della globalizzazione, scritta a distanza di 42 anni dalla Populorum progressio (1967), di papa Paolo VI (1963-1978), e di 18 anni dalla Centesimus annus (1991) del successore, il beato papa Giovanni Paolo II.

Caritas in veritate fa proprie tre prospettive d’ampio respiro contenute nella Populorum progressio:
1. La prima è l’idea che «il mondo soffre per mancanza di pensiero» [9]. Caritas in veritate sviluppa questo punto, articolando il tema della verità dello sviluppo e nello sviluppo, sino a presentare l’esigenza di un’interdisciplinarietà ordinata dei saperi e delle competenze, a servizio dello sviluppo umano.
2. La seconda è l’idea che «Non vi è umanesimo vero se esso non è aperto verso l’assoluto» [10]. Anche Caritas in veritate assume la prospettiva di un umanesimo integrale.
3. La terza è che all’origine del sottosviluppo c’è una mancanza di fraternità [11].

Su tale continuità di fondo, Caritas in veritate innesta alcune importanti novità: i due fondamentali diritti alla vita ed alla libertà religiosa, trovano per la prima volta un’esplicita e corposa collocazione in un’enciclica sociale. La cosiddetta “questione antropologica” diventa a pieno titolo questione sociale. Infatti, la procreazione e la sessualità, l’aborto e l’eutanasia, le manipolazioni dell’identità umana e la selezione eugenetica sono considerati come problemi sociali di prima importanza; essi, se gestiti secondo una logica di pura produzione, deturpano la sensibilità sociale, minano il senso della legge, corrodono la famiglia, ed oltre più rendono difficile l’accoglienza dei soggetti più deboli.

Altre novità di quest’enciclica riguardano i temi dell’ambiente e della tecnica.
L’ecologia (voce formata da eco- = casa, abitazione, poi ambiente naturale, + –logia = studio) deve liberarsi da alcune ipoteche ideologiche, che consistono nel trascurare la superiore dignità della persona umana.
Un’analoga ideologia si riscontra poi in fatto di tecnica, il cui arbitrìo è uno dei massimi problemi odierni. In particolare, la tecnica tende a nutrire quest’arbitrìo con la cultura del relativismo.

A riguardo, il Catechismo della Chiesa Cattolica. Compendio così sentenzia:
Si oppongono alla dottrina sociale della Chiesa i sistemi economici e sociali, che sacrificano i diritti fondamentali delle persone, o che fanno del profitto la loro regola esclusiva o il loro fine ultimo. Per questo la Chiesa rifiuta le ideologie associate nei tempi moderni al “comunismo” o alle forme atee e totalitarie di “socialismo”. Inoltre, essa rifiuta, nella pratica del “capitalismo”, l’individualismo e il primato assoluto della legge del mercato sul lavoro umano [12].

Negli ultimi cinque secoli della nostra storia, la teologia morale aveva in gran parte perso i connotati del tempo dei Padri della Chiesa, al punto di stemperare e smarrire la forma teologica. Nella nuova prospettiva, nelle indicazioni del Concilio Vaticano II, con la centralità biblica e la forma teologica, la morale ha così ritrovato:

1. la centralità di Cristo, assunto come modello, motivo e princìpio di vita morale. E, con Cristo, l’iniziativa del Padre e l’azione interiore dello Spirito Santo, e quindi una figura teologale-trinitaria della morale;
2. la prospettiva della persona, che sposta l’asse d’intelligenza e di sviluppo della morale, dall’atto sul soggetto (e dalla norma sul fine);
3. l’assetto vocazionale, che conferisce un’impronta profondamente spirituale alla teologia morale;
4. l’attenzione alla storia;
5. l’apertura sociale ed ecclesiale.

Questi princìpi li ritroviamo tutti nell’enciclica di papa Benedetto XVI.
La centralità della persona umana quale imago Dei (cfr. Gn 1,26-27), è fondamentale nella Caritas in veritate; quale princìpio essenziale, essa non aggiunge alcunché di nuovo.
Nell’enciclica, papa Benedetto XVI riprende il noto passo di GS, n. 22, del Concilio Vaticano II (1962-1965): «In realtà è proprio nel mistero del Verbo incarnato che si fa luce il mistero dell’uomo».
È il testo magisteriale più citato nel CCC: dodici volte, fondamentale anche nel pontificato del beato papa Giovanni Paolo II, com’egli stesso ricordava nella lett. ap. Rosarium Virginis Mariae [13].

Caritas in veritate ha un titolo significativo; infatti, ci sono i due termini fondamentali del magistero di papa Benedetto XVI: carità – verità. Essi hanno contrassegnato l’intero suo magistero nei primi anni di pontificato, magistero ispirato all’essenza stessa della rivelazione cristiana. In definitiva, si nota una profonda coerenza nel messaggio che il pontefice ci ha offerto nelle sue tre encicliche (Deus caritas est – Spes salvi – Caritas in veritate).

Analizziamo ora il cap. quarto dell’ultima enciclica, quello che contiene i maggiori richiami ai temi ambientali. Nella riflessione sullo sviluppo dei popoli, diritti e doveri, ambiente, papa Benedetto XVI sostiene che l’attività economica dev’essere finalizzata al perseguimento del bene comune.
«L’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento; non di un’etica qualsiasi bensì di un’etica amica della persona» [14].

La centralità della persona dev’essere il princìpio guida negli interventi per lo sviluppo della cooperazione internazionale, che devono coinvolgere i beneficiari.
Il tema del rapporto tra l’uomo con l’ambiente è affrontato nella seconda parte del cap. quarto (nn. 48-52).

Il n. 48 s’apre con queste parole: «Il tema dello sviluppo è oggi fortemente collegato anche ai doveri che nascono dal rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale». Il pontefice ricorda che «la natura è espressione di un disegno di amore e di verità. […] Anch’essa, quindi, è una vocazione» [15]. Il termine vocazione è frequente nel magistero del pontefice. Poi, al n. 49 si fa presente che: «le questioni legate alla cura e alla salvaguardia dell’ambiente devono oggi tenere in debita considerazione le problematiche energetiche. […] L’incetta delle risorse naturali, che in molti casi si trovano nei Paesi poveri, genera sfruttamento e frequenti conflitti tra le Nazioni e al loro interno». Pertanto, le società tecnologicamente avanzate dovranno diminuire il proprio fabbisogno energetico. Poi al n. 50 il pontefice fa presente che: «all’uomo è lecito esercitare un governo responsabile sulla natura per custodirla, metterla a profitto e coltivarla anche in forme nuove e tecnologie avanzate in modo che essa possa degnamente accogliere e nutrire la popolazione che la abita. C’è spazio per tutti su questa terra».

Papa Benedetto XVI continua affermando che sarà necessario «rafforzare quell’alleanza tra essere umano e ambiente, che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio» [16]. Mi pare qui opportuno sottolineare il vocabolario “biblico” del pontefice, segno della sua profonda conoscenza della sacra Scrittura.
In La Chiesa, Israele e le religioni del mondo (2004), egli ha scritto che il termine ebraico berît, presente nella Bibbia 287 volte, è stato tradotto 267 con il greco diathéke, e 20 volte con il greco syntheke.
Il linguaggio del pontefice è particolarmente sentito ed espressivo.

Un altro passo fondamentale si trova all’inizio del n. 51: «Le modalità con cui l’uomo tratta l’ambiente influiscono sulle modalità con cui tratta se stesso e viceversa».

Quindi sarà necessario un effettivo cambiamento di mentalità, che c’induca ad adottare nuovi stili di vita.
Più avanti si ripete che «la Chiesa ha una responsabilità per il creato e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico» [17].

Il cap. quarto termina al n. 52 con l’affermazione centrale che: «Ciò che ci precede e ci costituisce - l’Amore e la verità sussistenti – ci indica che cosa sia il bene e in cosa consista la nostra felicità. Ci indica quindi la strada verso il vero sviluppo [18].

5. Conclusioni
Il tema del rapporto dell’uomo con l’ambiente, è analizzato nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa nel cap. decimo Salvaguardare l’ambiente (nn. 451-487) della seconda parte. In esso gran parte dei riferimenti sono presi dal beato Giovanni Paolo II. Già con papa Paolo VI, a partire dalla lett. ap. Octagesima adveniens (14.05.1971) [19] c’erano stati richiami alla tematica ambientale. Ma poi essi sono stati sviluppati dal successore pontefice polacco.

Anche nel Compendio si fa appello ad una comune responsabilità ed alla necessità di nuovi stili di vita.
In conclusione, possiamo affermare che esiste una profonda continuità tra il magistero di papa Benedetto XVI, ed il magistero della Chiesa sul tema della custodia del creato, ma anche delle novità. Possiamo sintetizzare cinque princìpi, che emergono dalla riflessione del pontefice sulle tematiche ambientali, come si ricava dalla sua terza enciclica, ma anche in altri suoi interventi [20]:

1. L’uomo viene per primo. La centralità della persona umana, creata da Dio a sua immagine e somiglianza (cfr. Gn 1,26-27) non permette di porre sullo stesso piano d’uguaglianza tutto ciò che ha vita: animali, piante e materia.
2. L’uomo non può essere dominato dalla tecnica. Il rischio di una civiltà tecnica è di lasciar credere che la tecnica possa risolvere tutte le questioni. Ma è necessaria l’etica. Già il beato papa Giovanni Paolo II, nella lett. enc. Fides et ratio (14.09.1998), al n. 91, richiamando i contrassegni dell’epoca della post-modernità, aveva messo in guardia: «Resta tuttavia vero che una certa mentalità positivista continua ad accreditare l’illusione che, grazie alle conquiste scientifiche e tecniche, l’uomo, quale demiurgo, possa giungere da solo ad assicurarsi il pieno dominio del suo destino». La Fides et ratio ha indicato, nel cap. 7, alcune linee di pensiero, oggi particolarmente diffuse, con errori e rischi: eclettismo; storicismo; modernismo; scientismo; pragmatismo; nichilismo, per poi analizzare la post-modernità [21].
3. La natura è abitata. Dio ha affidato all’uomo la buona gestione della natura da custodire e coltivare con saggezza.
4. La specie umana è in realtà una famiglia. I rapporti tra i membri di una famiglia sono contrassegnati da una duplice solidarietà:
a. quella che unisce i membri presenti in modo fraterno (condivisione);
b. quella che unisce le generazioni (previsione). Lo stesso dovrebbe avvenire a livello planetario. Ciò presuppone che gli esseri umani si preoccupino delle generazioni future [22], e che l’accaparramento delle risorse energetiche non rinnovabili da parte di alcuni, lasci spazio ad una condivisione con i Paesi più poveri [23].
5. Pertanto bisogna cambiare mentalità. Non si può continuare così: le risorse si esauriscono, il creato si degrada. Quindi è necessario, anzi addirittura urgente, modificare stili di vita; essi dovranno essere improntati alla sobrietà, in maniera tale da giungere ad un’arte di vivere insieme, che rispetti l’alleanza tra l’essere umano e la natura. In base a ciò, da parte sua il cristiano dovrà fare sue le parole della Prima lettera di Pietro: «adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza» (1Pt 3,15-16).

Allora potremmo dire:

dolcezza verso gli altri
rispetto verso Dio;
retta coscienza verso se stessi.


E, ricordando le parole di papa Paolo VI: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o se ascolta i maestri lo fa perché sono testimoni» [24]; allora dovremmo testimoniare con la nostra vita il rispetto per ciò che ci circonda: custodire il creato è un dovere imprescindibile per il cristiano.
Potremmo concludere questa nostra analisi con la convinzione che è fondamentale riappropriarci del senso di stupore verso la bellezza del creato, come nelle parole del salmista, così da giungere ad essere veramente custodi responsabili del creato:

Al maestro del coro. Su «I torchi». Salmo. Di Davide.

O Signore, Signore nostro,
quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!
Voglio innalzare sopra i cieli la tua magnificenza,
con la bocca dei bambini e dei lattanti:
hai posto una difesa contro i tuoi avversari,
per ridurre in silenzio nemici e ribelli.
Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?
Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi:
tutte le greggi e gli armenti
e anche le bestie della campagna,
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
ogni essere che percorre le vie dei mari.
O Signore, Signore nostro,
quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra! (Sal 8).

 




[1] Cfr. “Custodia”, in Dizionario etimologico, Santarcangelo di R. (Rn) 2004, 282.
[2] Cfr. “Custode”, in Dizionario etimologico, 282.
[3] Cfr. “Creato”, in Dizionario etimologico, 271.
[4] Cfr. J-L. Bruguès, in Benedetto XVI, Per una ecologia dell’uomo. Antologia di testi, M. M. MARCIANO (ed.), Città del Vaticano, Prefazione IV.
[5] Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis (30.12.1987), n. 3.
[6] Cfr. BenedettoO XVI, Lett. enc. Caritas in veritate (29.06.2009), n. 1.
[7] Cfr. ID., Lett. enc. Spes salvi (30.11.2007), n. 1.
[8] ID., Lett. enc. Caritas in veritate, n. 1.
[9] Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio (26.03.1987), n. 85.
[10] Ib., n. 42.
[11] Ib., n. 66.
[12] Catechismo della Chiesa cattolica. Compendio, Città del Vaticano 2005, n. 512.
[13] Cfr. n. 25; ID., Redemptor hominis (04.03.1979), n. 13.
[14] Cfr. Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, n. 45.
[15] Ib., n. 49.
[16] Ib., n. 50.
[17] Ib., n. 51.
[18] Cfr. Ib., n. 54.
[19] Cfr. n. 41.
[20] Cfr. J-L. Bruguès, in Benedetto XVI, Per una ecologia dell’uomo. Antologia di testi, Prefazione VIII-X.
[21] Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Fides et ratio (14.09.1998), n. 91.
[22] Cfr. Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, n. 48.
[23] Cfr. Ib., n. 49.
[24] Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi (08.12.1978), n. 41.

Ultimo aggiornamento Domenica 16 Dicembre 2012 14:57
 
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