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L’uomo e il regno animale tra fede, etica, società e scienza PDF Stampa E-mail
Scritto da Padre Luigi Lorenzetti   
Martedì 22 Maggio 2012 12:54

L’uomo e il regno animale tra fede, etica, società e scienza - Luigi Lorenzetti


II Convegno Nazionale Associazione Cattolici Vegetariani
Bocca di Magra (La Spezia), 11-12-13 Maggio 2012


Introduzione

Il rapporto tra l’essere umano e l’animale è anzitutto un’esperienza. La teoria (o le teorie) teologica, filosofica, etica,  scientifica, vengono dopo con l’intento di interpretare tale esperienza: perché c’è, come è, come deve essere? La terza è una domanda etica ed è propria e soltanto dell’essere umano: soltanto lui sa (è consapevole) di agire e, quindi, non può non domandarsi se il suo comportamento è buono/cattivo; giusto/ingiusto; morale e immorale.

Nel rispondere, il credente ha per guida la fede e la ragione, che sono come due ali per raggiungere la conoscenza dell’umano, dell’animale e del rapporto tra l’uno e l’altro. Il non credente ha per guida la ragione umana. Il dialogo tra credenti (cristiani-cattolici) e non credenti apre orizzonti inediti alla fede e alla ragione.

L’esposizione prevede tre passaggi: la visione cristiana (teologia) sul creato e tutte le creature (I); la visione cristiana (o teologia) della creazione conduce a una determinata etica, precisamente a un’etica dell’amore (II); alcune questioni particolari (III); alcune conclusioni e prospettive(IV).


 

I. Una rinnovata visione (teologia) della creazione

L’accresciuta cultura ecologica in generale e animale in particolare hanno provocato i cattolici, come singoli e come comunità, a ripensare la visione della creazione e a interrogarsi su quale è  il disegno del Creatore sull’universo (o altrimenti detto, creato, natura, cosmo, pianeta-terra) e su quanto contiene. Alcune affermazioni fondamentali sono teoricamente acquisite:

1. Tutte le creature dicono riferimento al Creatore: visione teocentrica

La sacra Scrittura, nei primi due capitoli della Genesi, presenta il quadro della creazione: tutte le creature (inanimate, animate: vegetali, animali, umane) sono opera dell’azione creatrice di Dio e hanno riferimento a Lui. La visione teocentrica non è contraddetta dall’eventuale ipotesi dell’evoluzione che, come punto di partenza, non ha il nulla (perché dal nulla non si evolve nulla), ma una realtà iniziale guidata da un disegno Intelligente.

Il creato, e quanto contiene (elementi naturali, piante, animali), non è costruzione umana. Per il credente, è una realtà ricevuta, donata da Dio creatore per l’umanità e le generazioni che si succedono nella storia. Anche il non credente sperimenta che la creazione (la natura universo, terra) non è produzione umana; è piuttosto un enigma che rinvia oltre. È evidente che se si eclissa il teocentrismo, compaiono inevitabilmente altri centrismi: eco-centrismo, bio-centrismo e anche un ambiguo antropo-centrismo.

2. All’uomo e alla donna, il Creatore affida il dominio su l’universo e quanto contiene. Si legge in Genesi 1,28: «Riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra».

Ma di quale tipo di dominio si parla? La risposta è al capitolo successivo: «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e la custodisse» (Genesi 2,15). All’essere umano viene, quindi, affidato un dominio che si traduce in servizio e responsabilità verso il creato e quanto contiene.

Purtroppo, il pensiero tradizionale cristiano si è riferito prevalentemente, anzi quasi esclusivamente a Genesi 1, 28, e non a Genesi 2,15, e così il messaggio cristiano è stato reso funzionale a legittimare un dominio, inteso come «jus utendi et abutendi» (diritto di usare e di abusare). In altre parole, si è affermata una cultura padronale che ha legittimato una sorta di irrilevanza nei confronti degli animali considerati come cose piuttosto che come creature viventi.

Tale cultura padronale ha avuto la meglio sulla cultura della fraternità che ha il suo massimo rappresentante in Francesco d’Assisi, per il quale anche gli animali sono fratelli e sorelle.

3. La creazione e quanto contiene ha un futuro ultimo

La  teologia della creazione si collega alla teologia dell’escatologia (o teologia delle realtà ultime) e questa autorizza a ritenere che tra lo stadio finale e l’attuale faccia della terra esiste una continuità, che va compresa in termini di pienezza o di compimento. «Dio non fa perire _ hanno affermato i teologi italiani in un convegno del 1994 dal titolo Futuro del cosmo, futuro dell’uomo_ il vecchio mondo per farne sorgere uno nuovo dalla sua rovina, ma persevera nella fedeltà al mondo da lui creato e lo conserva e gli dà compimento».

Dio ha promesso «cieli nuovi e terra nuova (cf. Ap 21,1)», ma la nuova realtà non sorge dalla rovina della precedente, ma dal suo compimento e trasformazione. La realtà futura (escatologica) non riguarda solo l’essere umano, ma anche il regno animale e l’ambiente naturale. L’apostolo Paolo è certo che tutta la creazione è raggiunta dalla redenzione: «la creazione attende con ansia la manifestazione dei figli di Dio… La creazione stessa sarà un giorno liberata dalla servitù della corruzione… Fino ad ora la creazione tutta geme e soffre le doglie del parto, Rm 8,19.21-22».

Una conclusione è chiara: la Rivelazione, quando parla della fine del mondo, ne parla in termini di trasformazione, di compimento, di pienezza, e non di distruzione o di ritorno nel nulla. Non si può sapere come questo avverrà, ma si sa che avverrà.

D’altra parte l’idea della possibilità di un’altra vita per tutte le creature viventi e, dunque, anche degli animali, non costituisce una novità. Siamo, dunque, autorizzati a pensare gli animali nella prospettiva delle realtà ultime (escatologia) e di godere un giorno anche della loro presenza? Così domandavano (e domandano) molte lettere al settimanale Famiglia Cristiana. Un incoraggiamento alla speranza in tale direzione è stato dato da Paolo VI: «Anche gli animali sono creature di Dio, che nella loro muta sofferenza sono un segno dell’impronta universale del peccato e della universale attesa della redenzione».

La sorte futura del mondo creato, e di tutte le creature, illumina e orienta la responsabilità umana nel salvaguardare l’intera creazione, che avrà compimento nell’ultimo giorno.

4. Altri dati biblici sul futuro ultimo del creato

Un evento importante, nella storia biblica, è l’Alleanza che Dio stabilisce dopo il diluvio universale. Dio stabilisce l’alleanza non solo con la famiglia di Noè ma con tutta la famiglia umana, non solo con i viventi umani, ma anche con i viventi animali (Genesi 9, 9-11):

«Quanto a me, ecco stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra».

I profeti e, tra questi, Isaia (11,6-8), annunciano, con linguaggio allegorico, le realtà ultime che sono la  pace e la riconciliazione con tutte le creature, umane e non umane.

«Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme i loro piccoli, il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi»

Sono figure allegoriche alle quali i profeti ricorrono di frequente per annunciare la fine dei tempi («ultimo giorno») che ristabilisce l’armonia degli inizi, quell’armonia che il peccato (e i peccati), hanno interrotto (e interrompono) a ogni livello: con Dio, tra gli umani e con gli animali.

Sono figure allegoriche che evidenziano una dimensione della Redenzione, sovente trascurata nella trasmissione del messaggio cristiano. Il futuro ultimo non riguarda solo l’essere umano e la comunità umana, ma anche la realtà vegetale, animale e naturale.

L’apostolo Paolo è certo che tutta la creazione è raggiunta dalla redenzione: «la creazione attende con ansia la manifestazione dei figli di Dio […]. La creazione stessa sarà un giorno liberata dalla servitù della corruzione […]. Fino ad ora la creazione tutta geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,19.21-22).

II. Dalla visione cristiana (Teologia) della creazione, quale etica deriva?

Dalla teologia della creazione deriva un’etica dell’amore che si declina in una prassi di solidarietà, di armonia e di giustizia.

1. Un’etica animalista è un’etica dell’amore

L’amore/agape è il principio supremo della morale cristiana. Ma non sono forse soltanto gli esseri umani i destinatari dell’amore? Non è forse romanticismo parlare di amore verso gli animali? Il concilio Vaticano II insegna: «L’uomo può e de­ve amare anche le cose che Dio ha create. Da Dio le riceve e le guar­da e le onora come se al presente uscissero dalle mani di Dio» (Gaudium et spes 37).

Le norme morali in negativo (non si deve fare) e in positivo (si deve fare) nei confronti della creazione e di tutte le sue creature si fondano sul comandamento dell’amore oblativo.

C’è chi ama l’universo e le sue creature, perché è un bene per lui, si astiene dal danneggiarle, perché si risolverebbe in danno per lui. Non si può non essere d’accordo, tuttavia, l’etica cristiana conduce ad andare oltre l’amore egoistico per giungere a un amore oblativo: la creazione e tutte le sue creature sono da amare e da rispettare per se stesse. Tutte le creature hanno valore economico, ma prima ancora, un valore meta-economico. «Eguagliare un’auto a un animale sulla base della loro utilità, senza ri­conoscere la più fondamentale differenza tra di loro, quella a livel­lo dell’essere, è un errore metafisico destinato a produrre le più gravi conseguenze pratiche» (F. Schumacher, Piccolo è bello, 85).

2. L’etica dell’amore si traduce nella prassi di solidarietà

L’interdipendenza tra gli esseri viventi e con l’ambiente (ecologia «casa comune») è un fatto. L’interdipendenza, tuttavia, può essere vissuta in termini di sopraffazione e di sfruttamento o, viceversa, di solidarietà. La solidarietà esige, in negativo, che non si danneggi l’altro, che si progredisca ma mai a danno dell’altro di ogni altro. In positivo, esige che si cerchi il proprio bene e la propria crescita nella realizzazione e nella crescita dell’altro, di ogni altro.

3. Un’etica dell’amore si traduce nella prassi di armonia

L’armonia, massimo valore nella cultura orientale, minimo valo­re nella cultura occidentale. L’armonia ha significato soltanto in un contesto di varietà, di complessità e di biodiversità, non certo in un contesto di uni­formità e di omologazione. Armonia: ogni realtà ha ed è al suo posto ed è legata all’altra, a ogni altra, secondo un ordine interno e dinamico.

In questa prospettiva, sono particolarmente significative due riflessioni.

Una è di un religioso: «Occorre tener conto della natura di ciascun esse­re e della mutua connessione in un sistema ordinato, ch’è appunto il cosmo» (Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis 34).

E ancora: «Teologia, filosofia e scienza concordano nella visione di un universo armonioso, cioè di un vero “cosmo”, dotato di una sua integrità e di un suo interno e dinamico equilibrio. Questo ordine deve essere rispettato: l’umanità è chiamata ad esplorarlo, a scoprirlo con prudente cautela e a farne poi uso salvaguardando la sua integrità» (Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Pace con Dio creatore. Pace con tutto il creato).

L’altra riflessione è di un laico. «Una cosa complicata come un pianeta _ egli osserva _ abitato da più di un milione e mezzo di specie di piante e animali che vi­vono tutte quante insieme in un equilibrio più o meno bilanciato nel quale continuamente usano e riciclano le stesse molecole del suolo e della aria» deve essere salvaguardato e non manipolato con interventi privi di fini. (F. Schumacher, Piccolo è bello, 107-108).

In breve, l’armonia (o ordine dell’universo) è un dato e, nello stesso tempo, un compito da realizzare.

4. Un’etica dell’amore si traduce in una prassi di giustizia

Si è discusso molto (e si discute), in questi decenni, se la Terra, e quanto contiene, abbia diritti: il diritto dell’ambiente, il diritto degli animali. Qualcuno sostiene che soltanto l’essere umano è destinatario di diritti, perché soltanto lui è consapevole di doveri, che è l’elemento corrispettivo dei diritti.

In ogni caso, è determinante che il soggetto umano sia consapevole che ha  doveri e non soltanto diritti da rivendicare. Le piante e gli animali, e quanto esiste, hanno una ragione di utilità rispetto all’essere umano, ma prima di tutto hanno un valore finale, sono un valore in sé e per sé.

In opposizione a una cultura utilitarista, è necessario riconoscere che gli animali, prima di un valore strumentale, hanno valore finale (sono un bene per stessi) e, insieme con l’essere umano, fanno riferimento al Creatore. Tale concezione delegittima luoghi comuni e prassi consolidate dove è evidente la concezione strumentale dell’animale: acquisire conoscenze specifiche e nuove tecniche chirurgiche con sperimentazioni che distruggono o mutilano l’animale; risolvere la questione trapianti con organi di animali. Per non parlare di consuetudini estreme che passano, purtroppo, per normali: l’uso degli animali per sport e divertimenti di massa, e altro ancora.

III. Questioni particolari

1.  La questione anima degli animali

La questione anima conduce a comprendere la distinzione e il collegamento tra gli umani e i non umani.

La filosofia classica parla di tre anime: anima vegetativa, propria di tutti gli esseri viventi; anima sensitiva, propria degli animali e dell’essere umano: anima razionale, propria dell’essere umano che lo connota nella sua specificità. Tra i viventi, infatti, solo l’essere umano è capace di auto-consapevolezza e di libertà-responsabilità; è l’unico, tra i viventi, che sa di esistere (autocoscienza) e, quindi, è l’unico che si pone la questione del senso del vivere e dell’agire buono/cattivo, giusto/ingiusto, morale/immorale.

Oltre alla filosofia, ci può riferire all’etologia che, in base a rigorose analisi, dimostra che gli animali sono dotati di sensibilità, di memoria, di comunicazione. Konrad Lorenz, nel libro, Egli parlava con i mammiferi, gli uccelli e i pesci, conferma con dati scientifici quanto è descritto nella storia e nella leggenda di Francesco d’Assisi. L’eminente scienziato, tuttavia, scoraggia chi vuole sostenere l’uguaglianza tra l’animale e l’umano. Nell’ultima intervista, rilasciata prima di morire, alla domanda su ciò che distingue l’uomo dall’animale, Lorenz risponde: «la riflessione è una proprietà tipicamente umana. Attraverso questa si arriva al pensiero concettuale…. al grande salto nell’evoluzione, ma anche all’anello che ci congiunge agli animali».

C’è, pertanto, continuità tra l’essere umano e gli animali, ma anche differenza che va riconosciuta per rispetto agli animali. Non c’è bisogno di promuoverli al rango di umani per accrescerne l’importanza: non sarebbe che un modo di svilirli e, con loro, Colui che li ha creati. La teoria dello specismo e quella opposta dell’uguaglianza (antispecismo) sono due aspetti della medesima medaglia: non riconoscere la specie animale per se stessa. È falsa l’idea di superiorità che legittima un certo disprezzo della natura inanimata nel suo insieme e degli animali in particolare. Alcune correnti letterarie e scientifiche (forse le più dominanti nella storia) hanno collocato spesso e superficialmente, da una parte, l’uomo ragionevole e, dall’altra, il bruto (dal latino brutus che significa insensato) per designare la bestia (da cui deriva bestialità).

2. Il comandamento Non Uccidere

È il comandamento che Dio, tramite Mosè, ha dato al popolo di Israele. Gesù, il nuovo legislatore, lo porta oltre l’originaria definizione: «Avete inteso che fu detto: “Non uccidere”… Ma io vi dico…» di non odiare, di non offendere, di amare e perdonare. Il comandamento è posto nell’orizzonte dell’amore, che include e supera la giustizia, e raggiunge il vertice nel mistero del Calvario. È impossibile giustificare, in nome del Vangelo, l’uccisione e la violenza dell’individuo su altro individuo umano. La violenza non trova alcuna legittimazione morale, non può mai dirsi  giusta.

L’interpretazione tradizionale cristiana applica il comandamento «Non uccidere» ai soli esseri umani. Ma va ripensata. Infatti, il comandamento, nella sua dizione letterale, non dice: «non commettere omicidio», ma «non uccidere». Si può fondatamente affermare che il comandamento «Non uccidere» non si riferisce ai soli umani, ma anche agli animali. In ogni caso, la comprensione della creazione e del suo futuro ultimo conduce a estendere il comandamento anche agli animali. L’universo (e tutte le sue creature) è affidato all’essere umano, perché lo custodisca e lo porti a compimento secondo il disegno di Dio.

Non uccidere è doveroso, ma non basta. È necessaria una conversione, individuale e collettiva, a una nuova mentalità di tipo etico: una conversione dalla cultura padronale, utilitarista e strumentale, consumista. Segnali in questa direzione non mancano e fanno sperare che, in futuro, i cattolici non avranno bisogno di ricorrere ad altre culture o religioni per coltivare un corretto e pacifico rapporto con gli animali. Onorare Dio significa anche onorare tutte le creature.

3. La questione vegetariana

La dottrina cattolica, come si sa, non impone obbligo né per l’uno né l’altro tipo di alimentazione, ma questo non vuol dire che siano moralmente uguali e che sia indifferente scegliere l’uno o l’altro. Uno, infatti, presuppone l’uccisione dell’animale, l’altro no.

La scelta vegetariana è una scelta libera e consapevole. È tuttavia doveroso per tutti cogliere il messaggio: «perché l’animale viva». Tutti sono chiamati ad avvertire la differenza abissale tra il mangiare carne per necessità e la industria della carne, fatta di mattatoi, allevamenti intensivi, lunghi trasporti nel patimento degli animali, quale è invalsa nelle società cosiddette avanzate.

IV. Conclusioni e prospettive

1. La questione creato

La questione creato appartiene al messaggio che la Chiesa, in tutte le sue componenti, è chiamata a trasmettere a tutte le generazioni: annunciare il progetto di Dio sul creato e su tutte le creature; denunciare la mentalità e i comportamenti che lo trasgrediscono e ostacolano. I casi purtroppo sono tanti, anzi troppi e, tra questi, il deplorevole abbandono degli animali, la sperimentazione cosiddetta scientifica che mutila e uccide, l’industria della pellicceria che serve solo alla vanità, la caccia per sport, l’allevamento in batteria e i mattatoi. Il credente è consapevole che quanto esiste (realtà inanimata e animata) è opera della azione creatrice di Dio e termine della sua Provvidenza, intesa come creazione che continua. Unitamente a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, il cristiano-cattolico si impegna per le vie che «custodiscono e coltivano» la bellezza del creato e di tutte le sue creature e ad abbandonare le vie che distruggono e avviliscono le creature di Dio.

2. La necessità della conversione culturale di tipo etico

La cultura contemporanea, «risultato di un lungo processo storico e culturale», è individuabile in significativi aggettivi che denotano altrettanti atteggiamenti:

- Cultura padronale: si considera il creato e quanto contiene, a modo di una piramide dove il soggetto è in cima, e sotto stanno tutte le creature viventi e inanimate da usare senza avvertire particolari problemi morali, anzi teorizzando che non ce ne sono affatto.

- Cultura utilitarista: si considera il creato, e quanto contiene, prevalentemente se non esclusivamente in termini strumentali e di utilità, ignorando o volendo ignorare che le piante, gli animali, gli elementi naturali hanno sì un valore economico, ma prima di tutto hanno un valore meta-economico (F. Schumacher, Piccolo è bello, Mondadori, Milano (1973) 1977, 85: «Eguagliare un’auto a un animale sulla base della loro utilità, senza riconoscere la più fondamentale differenza tra di loro, quella cioè a livello dell’essere, è un errore metafisico destinato a produrre le più gravi conseguenze pratiche».

- Cultura individualista che enfatizza l’idea della proprietà privata, dei diritti individualisti e rimuove l’idea della proprietà originariamente comune dei beni della terra.

- Cultura consumista che tende ad avere sempre di più anche a scapito di essere sempre di più, o, meglio, investe l’essere di più nell’avere sempre di più in una  illogica inversione tra mezzi e fini.

Sono queste le caratteristiche di una cultura che, in Occidente, ha guidato (e guida) in larga misura l’agire economico e finanziario e le applicazioni della scienza e della tecnica nella natura esterna e interna.

Di conseguenza, per uscire dalla grave crisi è necessaria una conversione culturale di tipo etico: il passaggio dalla sopraffazione e sfruttamento alla solidarietà che cerca il bene proprio nel bene dell’altro, di ogni altro, umano e non umano, e delle stesse cose o risorse naturali. E questo pone le società democratiche dell'occidente, guidate dal principio della massima libertà possibile, di fronte a sfide inusitate.

Ultimo aggiornamento Domenica 16 Dicembre 2012 12:26
 
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