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"Nostalgia delle origini" la Chiesa e l'astinenza dalla carne PDF Stampa E-mail
Scritto da Padre Guidalberto Bormolini   
Sabato 02 Giugno 2012 10:25

Nostalgia delle origini: la Chiesa e l’astinenza dalla carne

Guidalberto Bormolini

Prima di affrontare l’argomento può essere utile puntualizzare il significato di alcune parole. Nel linguaggio dei padri e del primo monachesimo uno dei termini utilizzati per indicare l’esclusione dalla dieta della carne, o di altri cibi o bevande, è: astinenza [1]. Nella letteratura ascetica latina i termini tecnici utilizzati sono due: abstinentia e l’analogo ieiunium, che, afferma p. Špidlík, presso «gli autori spirituali [...] può comprendere tutte le forme di restrizione alimentare di carattere ascetico [2], quindi anche la privazione completa di cibo, per un giorno o per periodi più lunghi. Nella lingua greca, in ambito monastico, il termine specifico è: xerofagia [3], che designa una dieta composta prevalentemente da cibi “secchi”, escludendo la carne ed altri alimenti. Al giorno d’oggi, anche in ambito religioso, è diffuso l’utilizzo dell’espressione ‘dieta vegetariana’, modo di dire che sottintende un’attenzione particolare per il rispetto della vita animale, motivazione estranea alla tradizione monastica più antica.


L’astinenza dalla carne per motivi ascetico-mistici vanta una lunghissima tradizione, anche pre-cristiana, alla quale i Padri hanno in parte attinto. Secondo alcuni studi recenti, che in seguito evidenzieremo, la scelta monastica di eliminare dalla dieta la carne e i cibi grassi può essere stata rafforzata dall’esempio di tradizioni antiche, extra bibliche, citate esplicitamente dai Padri della Chiesa.

 

1. Una lunga tradizione


a. La filosofia greca e la dieta vegetariana


Secondo la tradizione greco-romana l’età del mondo si divide in quattro epoche; la prima, detta età dell’oro o di Saturno, è caratterizzata dalla piena concordia tra uomini e animali: gli uomini vivevano dei frutti prodotti dalla terra e tra gli esseri umani e gli animali non vi era nessuna forma di violenza o sopraffazione. Esiodo fu tra i primi a narrare di questo miti: «Gli uomini vivevano allora come dei […] Tutti i beni erano per loro, la fertile terra dava spontaneamente molti e copiosi frutti ed essi tranquilli e contenti si godevano i loro beni, tra molte gioie» [4]. Anche Ovidio nelle Metamorfosi menziona questo modello leggendario [5]. In ambito filosofico si citava spesso con nostalgia quella mitica età: i pitagorici lodavano l’epoca nella quale l’uomo si nutriva solo di erbe e dei frutti degli alberi [6].

Nell’antica Grecia il vegetarianesimo non era praticato, solo in seguito comparve nelle scuole filosofiche [7] o in ambienti mistici come l’orfismo. La tradizione orfica riteneva che vi fosse una fondamentale unità tra tutti gli esseri, quindi gli orfici non uccidevano gli animali e non se ne cibavano. L’orfismo e la sua visione del cosmo hanno sicuramente ispirato Pitagora che, annota Porfirio, «non solo non si cibava di animali, ma neanche si avvicinava a macellai e a cacciatori» [8]. Anche Plutarco, Teofrasto e lo stesso Porfirio traevano ispirazione dall’età dell’oro, quando l’uomo si nutriva solo dei frutti prodotti dalla terra [9]. Nell’età dell’oro non c’erano né odio né delitti; queste aberrazioni si diffusero solo in seguito anche perché l’uomo cominciò ad essere violento verso gli animali, arrivando addirittura a portarli in tavola come cibo [10]. Il primo passo verso la restaurazione dell’originario spirito di amore è proprio la rinuncia a cibarsi di carne [11].

Il vegetarianesimo fu sostenuto in molte scuole filosofiche. Nutrirsi spargendo sangue determina l’abitudine alla crudeltà, diversamente dopo un periodo di astinenza dalla carne l’anima si fa più agile [12]. Secondo Musonio Rufo il cibo confacente all’uomo è quello che deriva dalle piante e dalla terra, come i cereali e altri alimenti. La carne, infatti, è un cibo da bestie, poiché genera delle esalazioni che offuscano l’anima e il pensiero; l’uomo, invece, deve nutrirsi in modo simile agli dèi, con i cibi più leggeri e puri possibile [13].

Porfirio, discepolo e biografo di Plotino [14], ha composto un vero e proprio trattato sull’astinenza dalle carni nel quale fa una sintesi preziosa del pensiero religioso applicato al rapporto col mondo animale, e a questo lavoro -afferma il Viller- san Girolamo «si è abbondantemente ispirato per comporre l’Adversus Jovinianum» [15]. È interessante notare che i Padri, quando si pronunciano a favore dell'astinenza, per comprovarne l'importanza si richiamano esplicitamente a tradizioni non cristiane, soprattutto all'ascesi filosofica dei greci e dei romani, alla spiritualità indiana e all’ebraismo. I Padri, pur con le dovute distinzioni, guardano alle testimonianze del mondo classico come a modelli positivi, ai quali l’esperienza cristiana può dare completezza. Ad esempio Origene, Clemente, Ambrogio [16] e Girolamo [17] propongono come esemplari le consuetudini adottate da Pitagora, Socrate, Antistene. L’esempio dei Cinici, e di Diogene in particolare, è citato con entusiasmo da san Girolamo, nella sua confutazione a Gioviniano [18]. Le motivazioni addotte a favore di questa ascesi alimentare sono diverse: favorisce il ritorno alla semplicità antica, preserva la purezza del corpo e della mente, rispetta la vita animale, favorisce l’igiene fisica e mentale, è utile in caso di prescrizioni cultuali particolari e, soprattutto, facilita la familiarità con gli dei. L’esigenza fondamentale è dunque quella di non introdurre cibo che provochi una distanza insormontabile tra gli uomini e gli dei, ma che al contrario stabilisca fra loro un’affinità nel modo di comportarsi [19]. Quasi tutti gli autori sottolineano il collegamento della dieta vegetariana con la spiritualizzazione dell’uomo [20] e il desiderio di ritornare ad uno stato originario, in cui l’uomo viveva in armonia col mondo divino [21].

 

b. Il fascino dell’Oriente

Un capitolo della spiritualità cristiana, non sufficientemente indagato ma estremamente suggestivo, riguarda un certo fascino esercitato dall’estremo oriente su alcune esperienze di preghiera contemplativa monastica. La recente traduzione italiana di un testo arabo ritenuto un collegamento tra l’estremo oriente ed il vicino oriente, sia cristiano che musulmano, apre prospettive molto interessanti [22]. Accreditati studiosi evidenziano sorprendenti similitudini tra l’esicasmo e la disciplina yoga [23]. Il card. T. Špidlík, autorevole esperto di spiritualità cristiano-orientale, addirittura afferma che: «Per molti contemporanei è stata una scoperta venire a sapere che molti degli esercizi yoga erano praticati già parecchi secoli fa dai monaci cristiani» [24]. I pochi riferimenti all’astinenza in Estremo Oriente li abbiamo deliberatamente attinti dalle solo fonti sicuramente circolanti negli ambienti monastici primitivi.

I padri della Chiesa hanno in parte subìto il fascino di queste realtà [25], e motivavano la scelta di astenersi dal consumare carne anche ricordando le consuetudini degli asceti indiani [26]. Secondo G. Desantis: «I padri della Chiesa avevano spesso alluso ai brahmani come ai depositari di una sapienza naturale e primigenia e di una morale in alcuni aspetti simile a quella cristiana» [27]. La forza di tali suggestioni fu tale che sopravvissero fino al medioevo [28]. San Girolamo si domanda perché mai il cristiano non debba fare lo stesso, e magari anche di più, di quanto facevano gli ebrei, che si rifiutavano di mangiare certi animali, o dei brahmini indiani e i gimnosofisti egizi, che si cibavano solo di orzo, riso e frutta [29]. Clemente alessandrino racconta che, tra gli indiani, i brahamini e quelli chiamati semnoi erano asceti rigorosissimi [30], che si astenevano anche dal mangiare la carne. Ippolito attesta minuziosamente che la dieta dei gimnosofisti indiani era composta di frutti duri ed acqua, e non si cibavano di ciò che veniva da esseri viventi o da quelli passati attraverso il fuoco [31]. Perfino Tertulliano, Agostino, Ambrogio e Origene si richiamarono esplicitamente a questa millenaria tradizione [32].

Tra i pochissimi scritti di Palladio vi sono ben due testi dedicati alla vita contemplativa, e viene spontaneo metterli in parallelo. Uno fu la celebre Historia Lausiaca, nella quale si narrano le gesta avventurose dei primi monaci cristiani; l’altro (di cui forse Palladio fu solo l’editore) è un libretto traboccante ammirazione per le tradizioni ascetiche indiane, tra le quali risalta quella di nutrirsi di sole erbe selvatiche e di ciò che la terra offre spontaneamente [33].

Secondo la tradizione indiana quando l’uomo è in armonia col cosmo (e così era alle origini [34]) è accudito dalla stessa provvidenza divina: «Non mangio carne come un leone, dentro di me non marciscono le membra di altri esseri viventi, io non sono la tomba di animali morti: la Provvidenza mi elargisce per cibo i frutti, come una madre amorosa da il latte al proprio figlio» [35]. Caratteristico invece dell’uomo decaduto è nutrirsi di carne, violando l’armonia primitiva che lo vedeva complice con gli animali [36]. Anche in India si ritrovano gli elementi fondamentali della scelta vegetariana in relazione all’esperienza spirituale: l’attenzione alla salute del corpo, il controllo dei sensi e delle passioni, la ricostruita armonia originaria col creato, la purezza della mente, la predisposizione alla preghiera contemplativa. Tutti questi temi sono riassunti con chiarezza dal brahamino, nel racconto riportato da Palladio: "Dunque, come può uno spirito divino penetrare i sensi di un uomo simile? Voi mangiate la carne che gonfia il corpo, devasta l’anima, genera ira, scaccia la pace, uccide la temperanza, eccita la sregolatezza, fa scaturire il vomito e introduce malattie [...]. I frutti duri e le erbe delle steppe invece esalano una meravigliosa fragranza e mangiati da uomini saggi generano un intelletto divino e abbelliscono il corpo. Saggiamente Dio ha creato questi vegetali come cibo per i mortali" [37].

 

2. Nutrire corpo e spirito

Schematizzando il pensiero dei primi padri, che tanto hanno influenzato la tradizione contemplativa della Chiesa d’Oriente, si possono individuare alcune motivazioni fondamentali a favore dell’astinenza dalla carne. San Cirillo di Gerusalemme dava valore all’astinenza non per superstizione o perché in balia di pensieri ossessivi (reminescenza delle prescrizioni ebraiche) di purità o impurità dei cibi; la valenza dell’astinenza è determinata dalla sua capacità di favorire l’accesso a beni superiori: "Digiuniamo infatti astenendoci da carne e vino, non perché li aborriamo come impuri, ma per l’attesa della ricompensa... Tu allora te ne asterrai non come se fossero cose impure, se no non conseguirai alcun premio; ma lasciale da parte come cose buone, per le cose intellegibili, molto migliori, che ti vengono proposte" [38].

Nella letteratura ascetica i beni superiori connessi all’astinenza possono essere suddivisi in tre gruppi, in rapporto con le tre dimensioni fondamentali dell’uomo: il corpo, la psiche e lo spirito.

 

a. L’astinenza  è  una virtù

In passato l’astinenza fu talvolta osteggiata, soprattutto parte di ambienti in cui non si praticava la preghiera come nutrimento della vita religiosa, e si arrivò perfino a dubitare che si trattasse di una virtù, costringendo numerosi santi e teologi a prenderne le difese.

San Cirillo di Gerusalemme, probabilmente in opposizione alle concezioni gnostiche [39], riconosceva il valore dell’astinenza solo perché può dare accesso a beni superiori: "Digiuniamo infatti astenendoci da carne e vino, non perché li aborriamo come impuri, ma per l’attesa della ricompensa, Tu allora te ne asterrai non come se fossero cose impure, se no non conseguirai alcun premio; ma lasciale da parte come cose buone, per le cose intellegibili, molto migliori, che ti vengono proposte" [40].

L’esclusione dalle mense della sola carne non è sufficiente per essere veri astinenti - dice Giuliano Pomerio -, se non si rinuncia anche a pesce, vino, olio allora si è soltanto persone dallo “ stomaco delicato e schifiltoso” [41]. Esercitare l’astinenza anche da cibi “leciti” fortifica la volontà.

 

b. San Girolamo

In un Epitaffio dedicato a Paola il Dottore è esplicito sui cibi che vanno esclusi, il vero astinente non esclude solo la carne dalla tavola: "Paola, tolti i giorni festivi, accettava appena un pò d’olio sul suo cibo, così che da questo solo fatto si può ritenere cosa pensasse del vino e delle salse e dei pesci e del latte e del miele e delle uova e di quant’altro fosse dilettevole al palato. Certuni, che si nutrono di queste ultime cose, credono di essere oltremodo astinenti, e mentre se ne sono riempiti il ventre, pensano che la loro purezza sia sicura" [42].

La dottrina ascetica di san Girolamo è ben esposta nell’Adversus Jovinianum, che venne scritto per contrastare un ex-monaco, Gioviniano, che scriveva e predicava contro la vita monastica e le dottrine ascetiche. Larga parte dello scritto è dedicata alla difesa dell’astinenza. L’autore innanzitutto contesta, con la sua tipica verve polemica, che tutti gli animali siano a servizio dell’uomo e della sua mensa, altrimenti non solo le lepri e i fagiani dovrebbero imbandire le tavole, ma anche i vermi, le cimici e le serpi [43]. In ogni caso -rimarca il Dottore- se pur si riconosce che è lecito mangiare carne, è chiaro che rinunciarvi è strumento di perfezione. Come al ricco del Vangelo il Maestro disse che non basta seguire delle regole (cfr. Mt 19,21), così -dice san Gerolamo-, “se vuoi essere perfetto è bene non bere vino e non mangiare carne [44], infatti “è una grande gioia dell’anima quando, accontentato di poco, hai tutto il mondo sotto i piedi” [45].

 

c. San Bonaventura

San Bonaventura da Bagnoregio - siamo ormai nel XIII secolo - nell’Apologia pauperum dedica un intero capitolo al nostro argomento, componendo un vero e proprio trattatello che apre così: "Sebbene sia certo a tutti quelli esercitati nel combattimento cristiano, che il rigore della santa astinenza è molto necessario per coloro che desiderano raggiungere e proteggere la perfezione, tuttavia essendosi diffuso falsamente un dogma perverso di nuova invenzione per provare il contrario, bisogna irrobustire questa verità sia con gli esempi che con gli scritti dei santi" [46].

 

d. San Tommaso d’Aquino

San Tommaso d’Aquino col solito procedimento rigoroso e chiaro sancisce che “l’astinenza è una speciale virtù” [47]. Trattando poi in specifico dell’astinenza dal vino, spiega in che senso questa sia impegnativa per l’acquisizione della sapienza: "La sapienza si può possedere in due modi. Primo in modo ordinario, cioè nella misura che è necessario per la salvezza. E per tale sapienza non si richiede l’astensione totale dal vino, ma solo dall’uso esagerato di esso. Secondo in maniera tendenzialmente perfetta. E in tal senso, per raggiungere perfettamente la sapienza, alcuni, secondo certe condizioni di luogo e di persona, son tenuti ad astenersi completamente dal vino" [48].

Lo stesso criterio è applicabile alla rinuncia della carne e di altri alimenti, non si tratta mai di un divieto assoluto di tali cibi o bevande, ma di vederne l’utilità ai fini della perfezione. Chi possiede grandi ideali deve utilizzare tutti i mezzi che la tradizione insegna, per chi si accontenta di meno “tutto è lecito”.

 

3. Il corpo Tempio dello Spirito

Alcuni possono giudicare il corpo umano un intralcio alla crescita spirituale, invece se ben utilizzato il corpo può diventare un potente strumento di crescita. Per Gregorio di Nissa: “Il corpo è lo strumento dello spirito” [49], quasi come il flauto nelle dita del flautista, il vero e proprio “compagno di lavoro dell’anima” [50].

Da questa convinzione vengono tutte le prescrizioni che riguardano il corpo: lo stile di vita, l’abbigliamento e, spesso in modo accentuato, il regime alimentare. L’alimentazione è uno dei fattori che maggiormente influiscono sullo stato del corpo ed ha ripercussioni dirette sull’attività mentale, per cui è molto importante mantenerlo sano e purificato da cose negative, perché anche il corpo deve essere spiritualizzato [51].

Il santo vescovo Ambrogio invita esplicitamente a nutrirsi in modo vegetariano completamente vegetariano, senza nemmeno pesce, uova e latticini, per mantenere la salute del corpo, dono del Creatore [52]. L’alimentazione frugale, e priva di carne, garantisce una buona salute del corpo e della mente, come insegna san Clemente: «Coloro che fanno uso dei cibi più frugali, sono più forti, più sani e più generosi […] E non solo sono più robusti, ma anche più saggi. Così i filosofi sono più saggi dei ricchi, perché non oscurarono la loro intelligenza coi cibi» [53].

 

a. Corpo e spirito: una fisiologia mistica?

La vita spirituale dedicata alla meditazione permette di fare un’esperienza approfondita del proprio corpo e di come questo possa influenzare il livello psichico e perfino quello spirituale. Oggi sappiamo, grazie alla scienza, che c’è un nesso diretto tra sistema endocrino e pulsioni, ma questa scoperta appartiene al patrimonio degli antichi asceti, che l’avevano sperimentato nella loro vita. La lunga esperienza ascetica aveva permesso loro di elaborare una vera e propria “fisiologia mistica”. Negli autori spirituali troviamo alcuni accenni agli effetti fisici dell’alimentazione, e di come questi sono in relazione alla vita di preghiera.

Avidità, sregolatezza nella sfera sessuale e altre passioni sono sotto l’influenza dell’addome che, riempito a dismisura e con cibi nocivi, ottunde qualsiasi attività superiore

Secondo san Giovanni Climaco i cibi da evitare [54] sono quelli “che ingrassano e quelli che riscaldano “dalla sferza umiliante del troppo calore” [55].

Grasso e calore, i nemici principali della dieta ascetica, influenzano il sistema ghiandolare, possono alterare il l’equilibrio psicosomatico, deformare la natura intima: “Variando la qualità della nostra alimentazione viene pure a mutarsi necessariamente la natura della nostra purezza” [56]. La grassezza dei cibi influisce sull’attività delle ghiandole intestinali, sulla fluidità del sangue, sulla muscolatura ed aumenta la produzione del seme [57] causando eccitazione fisica.

 

4. Il livello mentale: il controllo de sé e la robustezza interiore

La pratica ascetica dell’astinenza era tenuta in grande considerazione, tanto che anche solo pensare di metterla in discussione era considerato il frutto di tentazioni messe in atto dallo spirito del male. Giovanni Carpazio suggerisce di provare: basta imporsi di non mangiare un alimento e subito il Nemico accende in noi l’attrazione proprio per il cibo vietato [58]. Il sacro dovere di ospitalità non era un motivo sufficiente per allentare la disciplina alimentare, come sostiene Evagrio [59]. Con tocco poetico Esichio afferma che: «Principio della produzione dei frutti è il fiore e principio della sorveglianza dell’intelletto è la continenza nei cibi e nelle bevande» [60]. L’astinenza è, infatti, il risultato di una scienza superiore, e come insegnava Diadoco di Foticea ci si astiene da certi cibi non perché in se stessi cattivi, ma per controllare le membra «accese della carne». Tutti i cibi sono buoni, ma rinunciare ad alcuni è peculiare di una discrezione e di una scienza maggiori [61].

E’importante sottolineare che nella disciplina della dieta è indispensabile, come ricorda Marco l’asceta: «trattare con padri spirituali provati, frequentarli e farsi da loro guidare. È pericoloso infatti far da soli» [62].

 

a. La mortificazione dei sensi

A livello fisico l’astinenza da alcuni cibi può servire a rallentare la sensibilità esteriore. predisponendo all’interiorizzazione e allo sviluppo dei “sensi spirituali”.

San Basilio d’Ancira, vescovo cappadoce del IV secolo e medico, nel suo Liber de Verginitate [63] descrive accuratamente l’azione dei sensi anche a livello spirituale, mostrando come vi sia una connessione diretta tra il controllo dei sensi e il regime alimentare: "Eccitando i sensi inviamo tutta la loro energia al loro re, che è il piacere, rendendo ancor più corporea l’anima con i loro turbamenti. Poichè è proponimento della vergine mantenere la mente [noàs] pura da ogni piacere corporeo, ella deve isolare il tatto, che più di ogni altra cosa rende corporea l’anima stessa, affinchè interrompendo il veicolo deisensi, si interrompa anche, [il flusso dell’] energia di questi verso i piaceri che ad essi sono propri. La sensibilità esteriore proietta tutta “l’energia” verso l’esterno, mentre la vita spirituale dovrebbe raccoglierla intorno al cuore".

 

b. Educare le passioni

Per una seria esperienza spirituale è di basilare importanza la disciplina delle passioni, e gli autori monastici sono concordi sulla necessità di controllare per prima la passione della gola. Ricorda Evagrio Pontico: «Fra i demoni che si oppongono alla pratica [delle virtù],i primi a mettersi in assetto di guerra sono quelli a cui sono affidate le voglie della gola» [64].

Dalla letteratura delle dottrine ascetiche monastiche traspare una concezione particolare del corpo umano, con la formulazione di una sorta di fisiologia mistica dalla quale deriva l’idea che un determinato regime alimentare non coinvolge solo il corpo, ma ha influenze anche psichiche e spirituali [65]. Niceta Stetatos afferma che la sazietà fa infiammare il basso ventre [66]; Cassiano dichiara che: «È impossibile lottare nella nostra mente con lo spirito di fornicazione a ventre pieno» [67]; Marco l’asceta esorta: «Tutto il trasudare della concupiscenza carnale raffreddalo e disseccalo mediante la frugalità, la temperanza nel bere e le veglie di intere notti» [68]. Raffreddare e disseccare sono i termini tecnici ricorrenti riferiti all’influsso positivo della dieta sul sistema ghiandolare, da cui il termine xerofagia [69]. L’eccesso di grassi nel corpo, infatti, ha un effetto devastante per l’attività intellettuale, per quella spirituale e anche per la castità, perché infiamma il sistema ghiandolare. Nella concezione ascetica le ghiandole collegate all’attività sessuale sono vicine all’intestino, e la loro attività può essere influenzata dai cibi eccitanti e dal calore che essi producono. Nilo Asceta, attraverso una complessa interpretazione del simbolismo biblico, espone alcuni aspetti di questa fisiologia: l’ardore dell’intestino causato dalla carne infiamma le ghiandole genitali e questo fa perdere vigore alla mente che finisce per respingere anche le fatiche spirituali; allora l’uomo cammina tutto sul ventre, e di lì prende gli umori connessi al godimento del piacere, e chi vuole iniziare una vita virtuosa comincia ad eliminare tutto il grasso degli intestini rifiutando i nutrimenti che ingrassano il corpo; così il progrediente dovrà solo lavare ciò che è nell’intestino; e il perfetto deterge tutto l’intestino rigettando completamente ciò che è di più dello stretto necessario [...] la gola precede tali moti ed ha una particolare parentela con quelli venerei. Oltre a ciò, anche la natura, volendo mostrare la proprietà di queste passioni, ha posto gli organi atti all’unione sotto il ventre, indicando con la vicinanza la parentela. Se infatti questa passione è debole, lo è per la indigenza della parte soprastante; se invece è esuberante ed eccitata, lo è anche perché gli somministra l’energia quella parte [70].

Anche Marco l’asceta sottolinea che un’alimentazione sbagliata eccita le passioni, al contrario l’astinenza rinnova l’intelletto con la sinergia dello Spirito. Rivolgendosi soprattutto ai giovani, li esorta a tenersi lontani dai cibi grassi e dal vino, per non ritrovarsi simili a maiali pronti per essere sgozzati. Infatti «l’affluire del sangue [causato dai cibi nocivi] produce il defluire dello spirito». Per quanto riguarda il vino, i giovani non dovrebbero neppure annusarlo, dato che causa un duplice incendio: l’eccitazione della passione e lo sconvolgimento fisico, e questo ribollire del corpo produce nel cuore confusione e indurimento [71]. Tutto quanto detto vale anche per il vino: “Un consiglio, o meglio, la prima preghiera che rivolgo ad una sposa di Cristo è di astenersi dal vino come da un veleno. Il vino è l’arma migliore del diavolo contro i giovani” [72]; l’esclusione dal vino è proposta nonostante la Lettera a Timoteo, di cui san Girolamo chiarisce il senso: “Ma osserva bene a quali condizioni egli concede il permesso di bere vino: a stento lo giustificano i crampi allo stomaco e le indisposizioni ripetute. Anzi per impedire che esageriamo con la scusa della malattia, ordina di berne poco.  È  un consiglio da medico più che da Apostolo” [73]; in conclusione -dice a Eustochio- occorre fare a meno di vino e carne non perché: “Dio creatore e padrone dell’Universo si compiaccia dei ruggiti del ventre, del languore di stomaco e del bruciore dei polmoni, ma perché la castità non può altrimenti essere sicura” [74].

Cavallo di battaglia dei nemici dell’astinenza è sempre stata la lettera di san Paolo a Timoteo (1 Tim 4,1-5), in cui l’apostolo condanna: “le dottrine diaboliche insegnate da impostori pieni d’ipocrisia, che hanno la coscienza indurita, che vietano il matrimonio e l’uso di certi cibi”. L’argomento fu però demolito ancora da Sant’Agostino: l’Apostolo vuole liberare le prime comunità dai gioghi imposti dal giudaismo o da concezioni deviate e superstiziose, ma non tocca di per sè il valore dell’astinenza. Vuole liberare lo “spirito” da leggi troppo soffocanti. Ma i credenti: “non devono prendere la libertà come pretesto per assecondare gli istinti carnali, e non devono perciò rifiutare di astenersi dal mangiare alcuni cibi per tenere a freno la concupiscenza carnale, sotto il pretesto che non è loro permesso di agire in modo superstizioso e proprio degli infedeli” [75]. Anche il Dottore vede quindi un rapporto diretto tra alimentazione e controllo delle passioni.

Negli autori spirituali troviamo molti riferimenti agli effetti fisici dell’alimentazione in relazione con la vita di preghiera. Avidità, sregolatezza nella sfera sessuale e altre passioni sono sotto l’influenza dell’addome che, riempito a dismisura e con cibi nocivi, ottunde qualsiasi attività superiore [76]. Oggi, grazie alla scienza, sappiamo che c’è un legame diretto tra sistema endocrino e pulsioni, ma questa certezza era già patrimonio degli antichi asceti, che ne avevano fatta esperienza diretta. Grasso e calore, i nemici principali della dieta ascetica, influenzano il sistema ghiandolare, alterano l’equilibrio psicosomatico e deformano la natura intima: variando la qualità del cibo che ingeriamo mutiamo la natura della nostra purezza [77]. Molti autori, fra i quali sant'Antonio [78], dichiarano che il grasso dei cibi agisce sull’attività delle ghiandole intestinali, sulla fluidità del sangue, sulla muscolatura, aumenta la produzione del seme [79] e causa eccitazione fisica.

Gli antichi padri, quasi all’unanimità, raccomandano l’astinenza dalla carne e dal vino per conservare la castità: questo è il concetto ribadito più spesso da autori spirituali come san Clemente Alessandrino [80], Origene [81], sant’Atanasio [82], san Basilio d’Ancira [83]. Girolamo, con tono acceso e crudo, descrive l’effetto del calore prodotto da un’alimentazione eccitante: «Le donne che si affannano per riuscire piacevoli sono schiave della carne e mangino pure carne, così il calore che ne sprigiona le fa ardere dal desiderio dell’unione carnale» [84]. Certi cibi causano il surriscaldamento del sistema ghiandolare dando vita a pensieri e fantasie che stimolano soprattutto le passioni sessuali, ma non solo, come ben descritto nella Filocalia. D'altronde la disciplina delle passioni facilita notevolmente il controllo dei pensieri. La mente non eccitata non produce immagini e fantasie che disturbano la preghiera contemplativa.

 

c. Purezza della mente

Abbiamo già visto come fosse chiaro agli antichi che l’alimentazione può facilitare, o rallentare, le facoltà intellettuali: “I filosofi sono più saggi dei ricchi, perché non oscurarono la loro intelligenza coi cibi, nè pervertirono il loro cuore coi piaceri” [85]. Infatti le: “virtù dell’astinenza e della castità predispongono l’uomo nel migliore dei modi alla perfezione dell’attività intellettuale” [86].

 

5. La mente luminosa e l’unione con Dio

 

a. Alimentazione e vita spirituale

Il potenziamento delle facoltà intellettuali, per quanto interessante, non era ancora il massimo argomento a favore dell’esclusione della carne dalla dieta. Gli autori spirituali hanno ripetutamente mostrato come il regime vegetariano predisponesse all’esperienza contemplativa. “Le esalazioni [delle carni], essendo fosche, ottenebrano l’anima” [87], inspessiscono la mente impedendo la contemplazione, si oppongono al processo di spiritualizzazione. Quanto desiderato nel cammino spirituale è invece l’esatto opposto, come dice T. Ortolan: “Per mezzo delle privazioni [alimentari] l’uomo si smaterializza” [88].

Per san Basilio l’astinenza procura forza d’animo e carismi: “E in che modo i tre fanciulli estinsero la forza del fuoco (Dan 10,3) ? Non fu forse per mezzo dell’astinenza?” [89]; carismi elencati lungamente da sant’Ambrogio: per il santo vescovo è quindi grazie all’astinenza che si acquistano carismi di trascinare uomini, di vittoria, di camminare sulle acque e di visioni.

 

b. Alleviare le conseguenze del peccato

Tutta l’ascetica, e quindi anche le restrizioni alimentari, hanno inoltre un fine “penitenziale”. Abbiamo visto all’inizio del nostro lavoro come il termine “penitenza” met noia) negli autori spirituali avesse un significato ben diverso da quello contemporaneo: un radicale cambiamento di vita che ritrova la vera natura dell’uomo. La metanoia è necessaria quando si riconosca di aver vissuto in una direzione sbagliata, £mart…a, cioè nel peccato [90]. La dottrina spirituale tradizionale afferma che ascesi e astinenza possono contribuire decisamente a cancellare in noi le conseguenze del peccato; è ciò che si intende quando all’astinenza si attribuisce il significato  “penitenziale”. La stessa posizione era sostenuta con grande semplicità dall’autorità del Dottore angelico: “Abbiamo detto che il digiuno serve a cancellare e a reprimere il peccato e ad elevare l’anima alle cose spirituali” [91]. Anche san Bernardo affermava di praticare l’astinenza per riparare la conseguenza del peccato [92].

La tradizione patristica, conoscendo la visione di Dositeo narrata da san Doroteo di Gaza, non poteva aver dubbi a riguardo. Dositeo da ragazzo era soldato dell’esercito e non aveva mai sentito parlare di Dio nè dei monaci. Un giorno ebbe una visione e gli vennero mostrate le pene e le conseguenze che devono scontare coloro che non si salvano: "Il ragazzo stava a guardare attento e colpito, e vide accanto a sè una donna maestosa, con una veste di porpora, che gli indicava ciascun condannato e di sua iniziativa gli dava altre spiegazioni. Il ragazzo l’ascoltava silenzioso e stupito; come ho già detto, non aveva mai sentito una parola di Dio e neppure che ci fosse un giudizio. Le disse dunque: “Signora, che bisogna fare per sfuggire a questi castighi?”. Gli rispose: “Digiuna, non mangiare carne, prega continuamente e sfuggirai al castigo”. Dopo aver ricevuto questi tre comandi, Dositeo non vide più la donna: era scomparsa" [93].

Ai maestri delle prime scuole filosofiche era ben nota la relazione diretta tra l’alimentazione e le facoltà intellettive e spirituali; questo è un tema che ricorre spesso anche nella spiritualità cristiano-orientale. Massimo il Confessore ricorda che: «Il monaco, soprattutto l’esicasta, deve rigorosamente badare ai pensieri, riconoscerne le cause e reciderle […] Essi sono recisi da fame, sete, veglia e solitudine» [94]. Anche per Talassio l’astinenza libera l’intelletto dalla schiavitù dei pensieri [95].

Secondo gli autori spirituali l’effetto negativo del cibo si manifesta con la perdita di luminosità del nous [96] (tradotto ordinariamente con “intelletto”, anche se questo vocabolo non esprime appieno ciò che intendevano i padri greci). Gregorio Sinaita insegna che senza l’astinenza il nous resta intorbidito, e di conseguenza non si può pregare con forza e purezza. Inoltre il troppo cibo provoca il sonno che a sua volta trascina l’intelletto in innumerevoli fantasie [97]. Pietro Damasceno sostiene che senza una disciplina dell’alimentazione l’intelletto si oscura, ma annota anche che esagerare in senso opposto, sottoponendo il corpo a digiuni e veglie prolungati, offusca la mente [98]. Era preoccupazione costante dei padri antichi che il discepolo conservasse un equilibrio nell’ascesi, per questo era determinante affidarsi alla guida di un padre esperto capace di controllare gli eccessi o le rilassatezze.

Esichio presbitero rimarca con una metafora lo stretto rapporto tra l’alimentazione e la vita spirituale: come il fiore produce i frutti, così la frugalità nei cibi e nelle bevande è all’origine della custodia dell’intelletto [99]. Callisto e Ignazio Xanthopouli elencano i carismi e i beni spirituali che deriverebbero dall’astinenza e dal raccoglimento, tra i quali parlano di: «[…] moti luminosi della mente; […] vista penetrante e l’acutezza della conoscenza delle cose lontane; […] profondità dei mistici concetti che la mente afferra nel significato delle parole divine; […] fiamma dello zelo che calpesta ogni pericolo e supera ogni timore» [100]. Secondo Filoteo l’astinenza è indispensabile all’esicasta ed è «un’operazione spirituale in quanto opera sui costumi del nous e li rende bianchi» [101]. Gli autori spirituali parlano di una lucentezza particolare, di una colorazione candida che lo spirito conquista grazie alla pratica dell’astinenza: "Tu che aspiri alla preghiera pura controlla l’irascibilità e se ami la temperanza, domina il ventre e non dargli pane a sazietà e quanto all’acqua, tienilo alle strette. Veglia nella preghiera e allontana da te il rancore. Non ti vengano meno le parole dello Spirito Santo e bussa con le mani delle virtù alle porte della scrittura. Allora sorgerà per te l’impassibilità del cuore e nella preghiera vedrai il tuo intelletto splendente come astro" [102].

 

c. La preghiera nella Luce

Per gli antichi era chiaro che l’alimentazione può facilitare oppure rallentare le facoltà intellettuali. Se il corpo è sano, ben utilizzato e non imbrigliato dalle passioni, allora anche le facoltà intellettuali risplendono maggiormente. Il potenziamento delle facoltà intellettuali, per quanto interessante, non era certo il solo motivo per escludere la carne dalla dieta: gli autori spirituali hanno ripetutamente spiegato che il regime vegetariano predispone all’esperienza contemplativa. Clemente Alessandrino ricorda che le esalazioni delle carni, essendo fosche, ottenebrano l’anima [103], inspessiscono la mente impedendo la contemplazione, si oppongono al processo di spiritualizzazione. Sant’Ambrogio, in riferimento alla narrazione biblica del profeta Daniele, afferma che l’astinenza procura forza d’animo e molti carismi: la capacità di ammansire le belve feroci, di dominare il fuoco, di diventare condottieri di uomini, di camminare sulle acque e di ricevere visioni [104].

Filosseno di Mabbug illustra i grandi doni di preghiera elargiti a chi pratica l’astinenza dalla carne: "Procura d’essere magro, per passare dalla porta stretta; bevi acqua per bere la scienza; nutriti di legumi per essere esperto dei misteri; mangia con moderazione per amare senza misura; digiuna per vedere...Chi mangia legumi e beve acqua, raccoglie visioni e rivelazioni celesti, la scienza dello Spirito, la sapienza divina e la rivelazione delle verità nascoste; l’anima che vive in questo modo percepisce ciò che alla scienza umana non è dato di conoscere" [105].

Così affermava san Basilio: grazie all’astinenza Mosé potè ascoltare la voce di Dio, Elia riuscì a vederLo, Daniele ebbe le sue straordinarie visioni. Cristo stesso -prosegue- cominciò a manifestarsi al mondo dopo l’astinenza dei quaranta giorni di digiuno nel deserto [106].

Il principale effetto negativo che l’alimentazione ha sulla preghiera è la produzione dei logismoi (i pensieri fuorvianti che distraggono la meditazione): «Il nous dell’astinente prega con purezza; quello dell’intemperante brulica di fantasmi immondi» [107]. T. Špidlík, tra i principali studiosi della spiritualità della Chiesa d’Oriente, mette in rapporto diretto l’astinenza con la preghiera: «Se ai nostri giorni si considera il digiuno come un sacrificio aggiunto all’orazione, per i Padri la relazione era inversa: l’astinenza corporale è una preparazione necessaria affinché si possa veramente pregare. Il digiuno è anche la manifestazione esteriore dell’orazione; è per così dire la preghiera del corpo» [108].

 

d. Lo stato beato originario

Alla base di queste argomentazioni vi era l’idea che nutrendosi in modo sofisticato e non vegetariano l’uomo non rispettasse la propria natura. L’alimentazione carnea contraddistingue l’uomo decaduto che si è allontanato dalla primitiva condizione paradisiaca; astenersi dal mangiare carne può favorire il ritorno allo stato di vita perduto. Scrive Nilo asceta: «Vivere secondo natura, infatti, è il comandamento che il Creatore ha dato sia agli uomini che agli animali. Dio disse all’uomo: Ecco, io ho dato a voi tutta l’erba della campagna; sarà cibo per voi e per gli animali» [109]. Gli animali sono rimasti fedeli alla loro natura, non hanno tradito gli ordini di Dio, invece gli uomini, ai quali è stato pure donato il pensiero, si sono allontanati dalla legge primitiva. Bisogna quindi essere meno indulgenti con i piaceri «che sono sotto il ventre», e non continuare a riaccendere le brame con nutrimenti grassi. Secondo la tradizione patristica e spirituale l’alimentazione carnea caratterizza la decadenza dell’uomo, che nella primitiva condizione edenica si nutriva soltanto dei frutti della terra [110]. Sant’Ambrogio afferma che il Creatore, alle origini, ha dato indicazioni di privilegiare un vitto semplice e il cibo naturale, rispetto agli altri cibi [111].

L’Adam primordiale rappresenta per i padri un livello di umanità più spirituale, a cui bisogna tendere. Per ritrovare la strada del giardino beato, cioè la vita ad un livello di amicizia con Dio, e per passeggiare di nuovo con Lui nel giardino, occorre nutrirsi come faceva l’uomo alle origini. Dice Girolamo: «Proprio per aver obbedito più al ventre che a Dio, il primo uomo venne espulso dal paradiso, e poiché siamo stati espulsi dal paradiso per l’intemperanza, facciamo in modo di tornarci mediante l’astinenza» [112].

La nostalgia delle origini! Molti scelgono ben volentieri di non nutrirsi di ciò che può allontanare dalla visione beata e dalla vita angelica, tesori di incomparabile valore, che valgono più di ogni altra cosa [113].

 

6. Conclusione

L’insegnamento tradizionale, confermato dall’esperienza personale di innumerevoli mistici, afferma che per giungere all’esperienza mistica occorre prima di tutto purificare il corpo. Dal corpo, come conferma oggi la scienza, hanno origine gli impulsi passionali che, se non dominati, causano quelle distrazioni che rendono la preghiera meno profonda. L’alimentazione influisce notevolmente sullo stato del corpo, per cui i maestri di spiritualità gli hanno sempre dato importanza, e persone illuminate vi prestano attenzione anche ai nostri tempi. Romano Guardini, per esempio, ci ricorda l’importanza dell’unità tra il corpo e lo spirito: "Quello che avviene nel corpo è ricco anche di importanza per lo spirito...A chi osserva attentamente in quale stato la vita odierna riduce il corpo, danno subito all’occhio le conseguenze di una falsa nutrizione e dei mezzi di godimento rovinosi...I muscoli sono sempre in uno stato di tensione...specie quelli del collo delle spalle e della spina dorsale. Di qui una specie di convulso spasmo che ostacola, rende insensibili ai processi più delicati e a tutto quello che si chiama vibrazione... E tutto ciò opera direttamente anche sullo spirito" [114].

Dalle innumerevoli testimonianze che la tradizione ci ha lasciato, appare con evidenza come la dieta privilegiata fosse quella vegetariana, con l’astinenza dalla carne e talvolta anche dal pesce e altri alimenti. La disciplina dell’alimentazione non era ritenuta un generico esercizio di mortificazione, ma una pratica ascetica intelligente collegata ad un cammino di crescita spirituale.

Ci si  lamenta che le giovani generazioni abbiano abbandonato gli ideali di una vita semplice e spartana. Probabilmente non si è saputo giustificare in modo adeguato l’ascesi. Se si presenta l’ascesi, e la disciplina dell’alimentazione in particolare, esclusivamente come un grigio esercizio di mortificazione, oltre ad essere il modo più inefficace di proporla, non se ne coglie minimamente la reale portata.

La dieta vegetariana, unita alla vita spirituale sotto la guida di un esperto, permette di mantenere il corpo in salute, di controllare le passioni e indirizzarle a fini elevati, di rendere lucida la mente e potenziare le facoltà intellettive, di elevare e rendere pura la contemplazione ritrovando la strada verso quell’Infinito creatore che ci ha pensati come esseri spirituali e a questo vuole che tendiamo.

Perché vengano di nuovo apprezzate le antiche e ancor valide tradizioni, è  necessario valorizzare il diretto collegamento con la meditazione, come d’altronde ha sempre fatto la tradizione. D’altronde l’ascesi è sempre stata paragonata  -dai Padri- più all’allenamento di un atleta e che non a una punizione. Ogni atleta sa che per ottenere risultati sportivi deve sottoporsi ad una disciplina, spesso ritirandosi temporaneamente dalla vita coniugale, imponendosi restrizioni alla dieta, rinunciando agli eccitanti ,dandosi un ritmo di vita regolare. Riguardo all’“ascesi atletica” nessuno ha da obiettare, ma chi ha un ideale ed una meta più elevati dovrebbe capire che è necessaria una disciplina. La tradizione insegna che “l’ascesi è indispensabile per preparare alla grazia dello Spirito...Questo necessario rapporto dell’ascesi con la trasformazione pneumatica (senza che entri in questione la causalità come in Pelagio), è espresso dalla formula classica: - dona il tuo sangue e ricevi il  Pneuma -” [115], cioè, in pratica, sarà lo pneuma divino stesso a scorrere nelle vene di un corpo spiritualizzato.

Il vegetarianesimo per la vita spirituale allora non è grigia mortificazione, ma un entusiasmante mezzo per conoscere il proprio corpo - “Tempio dello Spirito” - attraverso il quale favorire la meditazione e l’incontro con l’Infinito. Si tratta di un consiglio prezioso che la Tradizione ha trasmesso e nasconde tanti piccoli segreti che solo l’esperienza può mostrare.

 

 





[1] Quanto trattato in questo articolo è già stato in parte affrontato in un mio studio: G. Bormolini, I vegetariani nelle tradizioni spirituali, Torino 2000.
[2] T. Špidlík, La spiritualità dell’oriente cristiano, Roma 1985, p. 198.
[3] Cfr. T. Špidlík, La spiritualità dell’oriente cristiano cit., p. 198.
[4] Esiodo, Le opere e i giorni, Milano 1979, p. 101.
[5] Cfr. Ovidio, Metamorfosi XV, 86-88.
[6] Cfr. A. Rostagni, Il verbo di Pitagora, Torino 1924, p. 270.
[7] Cfr. G. Bouffartigue-M. Patillon, Introduzione, in Phorphire, De l’abstinence, Parigi 1977, p. LXVI.
[8] Cit. in I Pitagorici, A. Maddalena (ed.), Bari 1954, p. 77.
[9] Cfr. F. Mugnier, «Abstinence», in Dictionnaire de Spiritualité I, col. 116.
[10] Cfr. A. Rostagni, Il verbo cit., p. 234.
[11] Cfr. A. Rostagni, Il verbo cit., p. 193.
[12] Cfr. Seneca, Lettere, 108.
[13] Cfr. Musonio Rufo, Frammenti, XVIIIa.
[14] Plotino fu discepolo di Ammonio Sacca, da alcuni ritenuto originario dell’India (cfr. G. Reale, Storia della filosofia antica IV, Milano 1989, p. 461-462), maestro, tra l’altro, del cristiano Origene. Potrebbe essere interessante indagare l’eventuale influenza delle tradizioni indiane, ripetutamente citate dai greci, sull’ascetismo dei loro filosofi, ma si tratta di un campo ancora inesplorato. Tra l’altro l’apparizione del vegetarianesimo in Grecia si situa all’epoca dei mitici saggi taumaturghi (grosso modo intorno al VI secolo a. C.) molti dei quali non erano greci. Ad una prima analisi appare che «fondamentalmente questa saggezza [quella del vegetarianesimo] è concepita come giunta da altrove» (J.Bouffartigue, intr. a Porphyre, De l'abstinence cit., p. lxiv).
[15] M.Viller, «Abstinence», in Dictionnaire de Spiritualité I, c. 116; Cfr. J. Bouffartigue, Intr. a Porphyre, De l'abstinence cit., p. viii.
[16] Cfr. Ambrogio, Lettera XIV extra collezione, 19-20.
[17] Cfr. Girolamo, Contro Gioviniano, II, 5-7.14.
[18] Cfr. Girolamo, Contro Gioviniano, II, 14.
[19] Cfr. M. Detienne, «La cuisine de Pytagore», Arch. Sociol. Des Rel. 29 (1970) 141-162.
[20] Le fonti sembrano contraddire la convinzione che la motivazione principale del vegetarianesimo orfico e pitagorico, e dell’antichità classica in genere, fosse la credenza che negli animali potessero reincarnarsi anime umane. Sabatucci, specialista di tradizioni classiche, esclude categoricamente che questa fosse la ragione principale, ritenendo invece che la pratica vegetariana: «Ha da essere considerata per la sua capacità di conferire purezza - ed è così che le fonti ce l’attestano -» (C. Sabbatucci, Saggio sul misticismo greco, Roma 1965, p. 69-83).
[21] Cfr. Porfirio, L’astinenza II, 30-32.
[22] Cfr. C. Greppi, L’origine del metodo psicofisico esicasta. Analisi di un antico testo indiano: l’Amrtakunda, Torino 2011.
[23] Cfr. A. Bloom, «Hésychasme: yoga chrétien?», Cahiers du sud 28 (1953) 177-195; J.M. Dechanet, Yogin du Christ. La voie du silence, Bruges 1956; M. Eliade, Yoga immortalità e libertà, Milano 1982, pp. 71-74; R. Gnoli, «Hesychasm and yoga», E&W 4/3 (1953) 98-100; O. Lacombe, «Sur le yoga indien», Etudes Carmelitaines 10 (1937) 170 ss.; Y. Leloup, Cos’è l’esicasmo, Torino 1993; J. Meyendorff, S. Gregorio Palamas e la mistica ortodossa, Torino 1976; J. Monchanin, «Yoga et hésychasme», Axes 4 (1969) 13-21; C. Nardi, «Dante esicasta?», Vivens Homo, III/2 (1992) 357-383; Id., «Respirare Dio, respirare Cristo», Rivista di ascetica e mistica 3/4 (1992) 304-316; F. Poli, Yoga ed esicasmo, Bologna 1981; T. Spidlìk, La preghiera esicastica, in La preghiera, E. Ancilli (ed.), Roma 1990, Vol.I.; G. Vannucci, Yoga cristiano, Firenze 1978; Kallistos Ware, La potenza del nome, Cinisello Balsamo 1993; A. Zigmund-Cerbu, «Lumières nouvelles sur le yoga et l’hésychasme», Contacts 26 (1974) 272-289.
[24] T.Špidlík, L’arte di purificare il cuore, Roma 2010, p. 66.
[25] Queste suggestioni sono sopravvissute fino ai tempi odierni tanto da spingere il Magistero ad esprimersi in modo significativo a questo riguardo. Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et Ratio afferma: «Il mio pensiero va spontaneamente alle terre d’Oriente, così ricche di tradizioni religiose e filosofiche molto antiche. Tra esse, l’India occupa un posto particolare. Un grande slancio spirituale porta il pensiero indiano alla ricerca di un’esperienza che, liberando lo spirito dai condizionamenti del tempo e dello spazio, abbia valore di assoluto […] Spetta ai cristiani di oggi, innanzitutto a quelli dell’India, il compito di estrarre da questo ricco patrimonio gli elementi compatibili con la loro fede così che ne derivi un arricchimento del pensiero cristiano» (Fides et Ratio, paragrafo 72).
[26] Raccontare gli esempi di vita ascetica e spirituale dei popoli ‘barbari’ fu un genere letterario di grande fortuna in epoca ellenistica: Filostrato racconta con entusiasmo dei brahamini dell’India e dei gimnosofisti delle rive del Nilo (cfr. J.Bouffartigue, intr. a Porphyre, De l'abstinence cit., p. xxxii); Aristobulo invece racconta di aver assistito ad una lezione di autocontrollo psicofisico impartita ad Alessandro Magno da due brahamini (Strabone 15, 1, 61); Zenone lo stoico affermò che avrebbe preferito vedere un solo indiano avvolto dalle fiamme, che studiare tutte le dimostrazioni sul dolore (Cit. in Stoici antichi. Tutti i frammenti, R. Radice [ed.], Milano 1999, fr. [A] 241). J. Festugière ha cercato di dare un quadro completo di questo genere di letteratura prodotta in ambito classico (cfr. J. Festugière, «Sur le De vita pythagorica de Jamblique», REG 50 (1937) 470-494).
[27] G. Desantis, intr. a pseudo-Palladio, Le genti dell’India e i brahmani, Roma 1992, p. 8.
[28] Nel Medioevo, periodo di grande interesse per i mondi esotici, ebbe un notevole successo il libretto di Palladio (cfr. G. Desantis, intr. a Palladio, Le genti cit., p. 41). La versione latina che circolò durante quel periodo fu curiosamente attribuita a sant’Ambrogio, mentre sembra che sia stata opera di Rufino o addirittura di san Giovanni Cassiano, il monaco che introdusse l’esicasmo in occidente (cfr. Ibidem, p. 37).
[29] Cfr. Girolamo, Lettera CVII, A Leta, 7; Id. Contro Gioviniano, II, 14.
[30] Cfr. Clemente alessandrino, Stromati, III, 7, 2. Le informazioni di Clemente potrebbero provenire dal suo maestro Panteno che è stato in India per un certo tempo (Cfr. Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica 5, 10, 1).
[31] Cfr. Ippolito, Confutazione di tutte le eresie, 1, 24, 1. Ippolito ebbe una particolare attenzione per la filosofia dell’India cui dedicò un capitolo dei suoi Philosophumena (cfr. J. Filliozat, «La doctrine des brahamanes d’après saint Hippolyte», Revue de l’histoire des religions, 130 [1945] 59- 91).
[32] Cfr. B. Breloer-F. Bömer, Fontes historiae religionum Indicarum, Bonn 1989, pp. 105 ss., che riporta tutti i riferimenti, nella letteratura patristica, alle tradizioni religiose dell’India.
[33] Cfr. Palladio , L’India e i Brahmini I, 11-12. 45; II, 7 . 10. 16. 24. 37. 38. 43-51. Il testo non è attribuito unanimemente a Palladio, ma vi si è comunque riconosciuto il suo intervento. Si tratta di materiale che Palladio ha avuto a disposizione ed ha riadattato per il pubblico cristiano. Dai critici è ritenuta una descrizione realistica delle dottrine brahmaniche, pur se filtrate da un interpretatio prima greca e poi cristiana.
[34] Secondo la tradizione indiana la storia dell’umanità si suddivide in quattro ere dette yuga. La prima di queste, nella quale l’uomo viveva in armonia con Dio ed era dotato di notevole vigore spirituale, è detta satya yuga, l’era della verità. A questa sono succedute varie ere sempre più decadenti fino a quella attuale, il kali yuga, l’era dell’oscurità, in cui il mondo diventa più spesso, più contaminato, e certe esperienze spirituali sono quindi irraggiungibili. Il livello spirituale, psichico e fisico dell’uomo è sempre più degenerato col succedersi di questi yuga (cfr. M. Eliade, Immagini e simboli, Milano 1987, p. 60-64).
[35] Palladio, L’India e i Brahmini, II, 24.
[36] Cfr. Palladio, L’India e i Brahmini, II, 45.
[37] Palladio, L’India e i Brahmini, II, 45.
[38] Cirillo di Gerusalemme, Catechesi, 27.
[39] In molti autori spirituali si nota l’esigenza di distinguere le proprie motivazioni, per l’astensione da alcuni cibi, da quelle di altri gruppi ritenuti fanatici o superstiziosi. Nei primi secoli ci fu il problema del confronto con le comunità giudaiche o giudeo-cristiane che talvolta vietavano ai propri discepoli di mangiare la carne, ma con motivazioni ritenute superstiziose o troppo giudaizzanti dai Padri antichi (cfr. L. Marchal, Judéochrétiens cit., c. 1702). In seguito ci fu il problema del confronto con i gruppi pseudo-gnostici, spesso ispirati a idee dualiste, che vedevano il mondo e il corpo stesso come un fatto negativo. Anche gli Encratiti furono causa di prese di posizione per il loro eccessivo rigorismo. Il fatto che gruppi considerati fuori strada praticassero l’astensione dalla carne non fu ritenuto motivo sufficiente per rifiutare questa disciplina, semplicemente si rimarcavano le differenze di motivazione, continuando però a sostenere la validità della dieta vegetariana. (cfr.“Noi non diciamo per nulla queste cose [contro gli astinenti eretici] per rilassare i freni dell’astinenza cristiana” Origene, Homilia in Leviticum X, 2). Piuttosto è ricorrente l’accusa di “eretico” a chi sosteneva che astenersi dalla carne non fosse una virtù (cfr. Girolamo, Adversus Jovinianum II, Bonaventura da Bagnoregio, Apologia pauperum V, 1; Abbè Migne, Dictionnaire cit., c.184).
[40] Cirillo di Gerusalemme, Catechesis IV de decem dogmatibus 27.
[41] Giuliano Pomerio, De vita contemplativa XXIII,1.
[42] Girolamo, Epitaphium sanctae Paulae XVII,3.
[43] Cfr. AJ II, 6.
[44] AJ II, 6.
[45] AJ II, 11.
[46] Bonaventura da bagnoregio, Apologia pauperum V,1.
[47] S.T. II-II, q. 146, a.2.
[48] S.T. II-II, q. 149, a.3.
[49] GREGORIO DI NISSA, De hominis opificio 16ab.
[50] GREGORIO DI NISSA, In Christi ressurectionem 3.
[51] Cfr. “Il Verbo si è fatto carne, per spiritualizzare la nostra carne...affinché tutta la pasta sia santificata con lui, poiché le primizie erano state santificate in lui ” (GREGORIO DI NISSA, Contra Eunomium 4).
[52] Cfr. Ambrogio, Lettera XIV extra collezione, 26; Id., Esamerone, VII, 28.
[53] Clemente Alessandrino, Il Pedagogo, II, 1.
[54] Cioè - secondo Climaco - i cibi animali che sono sempre eccitanti (cfr. Clim. XIV, 95).
[55] Clim. XIV, 95.
[56] Inst VI, 23.
[57] “Perché essendo tali cibi più affini al corpo umano, piacciono di più e danno maggiore nutrimento al nostro corpo: e quindi è più facile che ne derivi il superfluo il quale, trasformato in seme, costituisce con il suo nutrimento il massimo incentivo alla lussuria” (S.T. II-II, q. 147, a. 1).
[58] Giovanni Carpazio, Cento capitoli di ammonizione, 39. L'astinenza dal pesce, pur essendo meno diffusa di quella dalla carne, aveva comunque un gran numero di sostenitori. Questo è riscontrabile anche in occidente, ma il fenomeno è sottovalutato e poco studiato.
[59] Evagrio monaco, Sommario di vita monastica.
[60] Esichio presbitero, A Teodulo, 165.
[61] Cfr. Diadoco di Foticea, Definizioni. Discorso ascetico, 43-44.
[62] Marco l’asceta, Lettera al monaco Nicola.
[63] All'epoca dell'edizione del Migne questo testo era ritenuto opera di san Basilio Magno. La critica successiva ha invece stabilito con certezza che si tratta di san Basilio di Ancira.
[64] Evagrio Monaco, Sul discernimento delle passioni e dei pensieri, 1.
[65] L'esicasmo col suo metodo psicofisico evidentemente presuppone una sorta di fisiologia mistica. L’argomento è eccellentemente sviluppato in: L. Rossi, I filosofi greci padri dell’esicasmo, Torino 2000.
[66] Cfr. Niceta Stetatos, Prima centuria. Capitoli pratici, 74.
[67] Cassiano il Romano, Al Vescovo Castore. La continenza del ventre.
[68] Marco l'asceta, Lettera al monaco Nicola.
[69] Con il controllo rigoroso dell’alimentazione il monaco aveva l’obbiettivo di “seccare” il corpo, come si dice esplicitamente di Schenute: «non mangiava ma solo beveva e il suo cibo era soltanto pane e sale. Con questo il suo corpo si seccò» (Besa, Vita dell’Archimandrita Shenute, 10).
[70] Nilo asceta, Discorso ascetico, 57-59.
[71] Cfr. Marco l'asceta, Lettera al monaco Nicola.
[72] Girolamo, Epistula XXII ad Eustochium 8.
[73] Girolamo, Epistula XXII ad Eustochium 8. La stessa interpretazione della Lettera a Timoteo riguardo al vino viene ripresa da san Bernardo di Chiaravalle (cfr. Sermones super Cantica Canticorum 30, v, 12).
[74] Girolamo, Epistula XXII ad Eustochium 9.
[75] Agostino, Epistula LV ad inquisitiones Ianuarii, 20, 36.
[76] Cfr. Giovanni Cassiano, Istituzioni cenobitiche, V, 5-6.
[77] Cfr. Giovanni Cassiano, Istituzioni cenobitiche, VI, 23.
[78] Cfr. Antonio 22, Detti serie alfabetica 22.
[79] «Perché essendo tali cibi più affini al corpo umano, piacciono di più e danno maggiore nutrimento al nostro corpo: e quindi è più facile che ne derivi il superfluo il quale, trasformato in seme, costituisce con il suo nutrimento il massimo incentivo alla lussuria» (Tommaso d’Aquino, Summa teologica II-II, q. 147, a. 1).
[80] Cfr. Clemente Alessandrino, Il pedagogo, II, 2.
[81] Cfr. Origene, Omelia sul Levitico, X, 2.
[82] Cfr. Atanasio, Discorso alla vergini, 32.
[83] Cfr. Basilio di Ancira, La verginità, 8.
[84] Girolamo, Lettera LXXIX a Salvina, 7.
[85] Clemente Alessandrino, Paedagogus II,1.
[86] S.T. II-II, q. 15, a.3.
[87] Clemente Alessandrino, Paedagogus II,1.
[88] T. Ortolan, Abstinence, DTC I, c.273.
[89] Rd 16.
[90] Letteralmente £mart…a significa non colpire, mancare il bersaglio, sbagliare strada (cfr. G. Stählin, ¡mart£nw, GLNT I, c. 791-793).
[91] S.T., II-II, q. 147, a. 3; cfr. II-II, q.147, a.1.
[92] Bernardo di Chiaravalle, Sermones super Cantica Canticorum VI, 6.
[93] Doroteo di Gaza, Vita Dositei 3.
[94] Massimo il Confessore, Sulla carità. III Centuria, 20.
[95] Cfr. Talassio libico e africano, A Paolo presbitero. Terza centuria, 54-56.
[96] Il nous nella letteratura patristica è il “luogo di Dio”, è la parte divina nell’uomo capace in sé di ‘vedere’ (Cfr. pseudo-Macario, Omelia XXV, 10), è una cosa simile a Dio e divina (Cfr. Gregorio di Nazianzo, Discorsi teologici, 17). Il termine intelletto, con cui lo si traduce abitualmente, ne falsa il significato. Difatti non va confuso con la mente razionale, si tratta piuttosto dell’organo della contemplazione (Cfr. T. Špidlík, La spiritualità cit., p. 286-288; J. Behm, «nous», Grande lessico del Nuovo Testamento I, c. 1060-1063) e non della “mente discorsiva”, denominata dianoia nella letteratura spirituale (Cfr. «intelletto» e «mente» in Glossario di Filocalia I, B. Artioli-F. Lovato (ed.), Torino 1982, p. 37). Per giungere alla theoria -la visione- occorre necessariamente purificare il nous, renderlo luminoso, spogliandolo delle cattive passioni e di ogni immaginazione, per liberarsi dalla idolatria dei concetti (Cfr. Gregorio di Nissa, La vita di Mosè). Al raggiungimento della purezza e limpidità del nous -secondo i Padri- contribuisce anche la dieta priva di carne, vino e altri alimenti nocivi.
[97] Cfr. Gregorio Sinaita, Come salmeggiare.
[98] Pietro Damasceno, Spiegazione bellissima e necessaria delle sette azioni corporali.
[99] Esichio presbitero, A Teodulo, 165.
[100] Callisto e Ignazio Xanthoupoli, Metodo e canone rigoroso, 30.
[101] Filoteo Sinaita, Quaranta capitoli di sobrietà, 3.
[102] Evagrio Monaco, Sul discernimento dei pensieri, 43.
[103] Cfr. Clemente Alessandrino, Il pedagogo, II, 1.
[104] Cfr. Ambrogio, Lettera XIV extra collezione, 28-29.
[105] Filosseno di Mabbug, Omelie XI, 473-474.
[106] Cfr. Basilio Magno, Regole ampie, 16.
[107] G. Climaco, La scala del paradiso, XIV, 95. Tanti sono i benefici dell’astinenza per Climaco: «Estinzione degli incentivi, eliminazione dei logismoi liberazione dai sogni, purezza della preghiera, schiarimento dell’anima, controllo della mente, apertura degli occhi...salute del corpo, impassibilità, remissione dei peccati, porta e beatitudine di paradiso» (Ibid.)
[108] T Špidlík, La Spiritualità dell'Oriente Cristiano, Roma 1994, p. 199. Come specificato all’inizio secondo Špidlík: «Presso gli autori spirituali il termine digiuno può comprendere tutte le forme di restrizione alimentare di carattere ascetico» (Ibid.).
[109] Nilo asceta, Discorso ascetico, 71.
[110] Cfr. Basilio di Ancira, La verginità, passim.
[111] Cfr. Ambrogio, Esamerone, VII, 28.
[112] Girolamo, Lettera XXII ad Eustochio, 10. Cfr. G. Climaco, La scala del paradiso, XIV, 95; Giuliano Pomerio, La vita contemplativa, II, xxii, 2.
[113] Cfr. G.M. Colombas, Paradis et vie angélique, Parigi 1961, p. 167 ss.
[114] R. Guardini, Volontà e verità, Brescia 1978, p.62
[115] P.R. Regamey, Carismi, DIP II, c.304.

Ultimo aggiornamento Sabato 15 Dicembre 2012 15:49
 
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