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Una riflessione sul creato nella prospettiva ecclesiale, questione "avorio" PDF Stampa E-mail
Scritto da Federico Lombardi   
Mercoledì 23 Gennaio 2013 11:16

Una riflessione sul creato nella prospettiva ecclesiale, partendo dalla questione "avorio"


Risposta interlocutoria a National Geographic e ai suoi lettori

 

Caro Sig. Oliver Payne, cari amici degli elefanti!
Negli ultimi giorni io e la mia segretaria, Sig.ra Cristina Ravenda, abbiamo ricevuto numerosi messaggi email e siamo così stati da voi coinvolti nel movimento per la salvezza degli elefanti. Anche se alcuni dei messaggi ricevuti non erano particolarmente gentili né profondi, molti di essi sono corretti e anche interessanti, un vero invito alla consapevolezza e all’impegno per combattere un fenomeno grave e ingiustificabile.

In particolare, siamo rimasti toccati dalla testimonianza di una signora, che è stata per lungo tempo direttrice di un Parco nella repubblica del Congo e che esorta a fare quanto possiamo per rimediare al disastro. Perciò abbiamo ripreso in mano la questione che era stata posta tempo fa dal Sig. Payne e su cui avevamo fatto una ricerca di elementi e considerazioni in vista di una risposta. A dire il vero non avevamo trovato molti elementi per una risposta ampia ed esaustiva, e per questo avevamo rinunciato, essendo occupati da altre urgenze. Tuttavia ora, incoraggiati dai vostri email, mandiamo una risposta, che naturalmente non pensa di essere risolutiva dei problemi gravissimi della strage degli elefanti, ma di dimostrare attenzione alla gravità del problema e impegno a collaborare per quanto ci è possibile.


Anzitutto, la posizione della Chiesa cattolica e del suo insegnamento sulla violenza ingiustificata nei confronti degli animali è chiara e semplice nei suoi principi generali, che possono essere riassunti come segue. La creazione è affidata alle persone umane per essere coltivata e custodita come un dono prezioso ricevuto dal Creatore, e quindi non distrutta, né trattata con violenza e sfruttamento, ma trattata con grande responsabilità verso le creature stesse e verso le future generazioni umane che devono poter continuare a godere di beni essenziali e meravigliosi. Gli interventi dei Papi sulla responsabilità ambientale sono diventati sempre più frequenti negli anni recenti, in seguito all’aggravarsi delle crisi ambientali e al crescere della consapevolezza dell’impatto dell’uomo sull’ambiente. Ad esempio nel Documento “Caritas in veritate” (2009), il più importante fra i documenti recenti firmati personalmente dal Papa Benedetto XVI sull’insegnamento della Chiesa nel campo sociale ed economico, vi è appunto una parte significativa dedicata a questo argomento (Capitolo IV, n.48-52). Da ciò segue evidentemente una condanna morale generale delle azioni umane che portano danno all’ambiente, alla flora e alla fauna. Per quanto riguarda più specificamente gli animali, la posizione del pensiero cattolico è sempre stata che, anche se essi non hanno certamente lo stesso livello di dignità e quindi di diritti delle persone umane, sono esseri viventi e di perfezione assai più elevata dei vegetali, e soprattutto gli animali più evoluti sono capaci di relazioni e sensazioni, di godimento e di sofferenza, per cui meritano un trattamento rispettoso, non possono essere uccisi e fatti soffrire arbitrariamente.

A questo si riferisce esplicitamente anche il “Catechismo della Chiesa cattolica” (un testo molto importante che raccoglie le principali posizioni dottrinali della Chiesa cattolica) nella Sezione intitolata: “Il rispetto dell’integrità della creazione” (nn. 2415-2418). Ma anche un altro testo fondamentale, il “Compendio della dottrina sociale della Chiesa” tratta molto ampiamente (cfr l’intero Capitolo X: “Salvaguardare l’ambiente”), di tutti questi problemi, compresa la tutela delle specie viventi e della biodiversità. Come è chiaro, questi sono principi generali che vanno applicati alle diverse situazioni concrete dai membri della Chiesa che vivono nei diversi Paesi e si trovano confrontati con problemi diversi.

Voi sapete certamente che le specie animali a rischio di estinzione per la violenza e l’aggressività umana esercitata per diversi motivi – soprattutto per interessi economici, ma anche per comportamenti irrazionali - sono molte, nelle diverse parti del mondo. La Convenzione CITES, che conoscete meglio di noi, ne enumera alcune migliaia, oltre ad alcune decine di migliaia di specie vegetali. Le autorità ecclesiastiche che servono la Chiesa a livello universale non possono quindi moltiplicare dichiarazioni di carattere particolare per tutti i casi specifici, che riguardano spesso regioni diverse del mondo, ma devono affermare appunto i principi da cui nelle diverse regioni i vescovi o i fedeli nella loro responsabilità traggono le conseguenze più urgenti ed evidenti. In certi paesi, soprattutto in Africa, si tratterà degli elefanti, in altri delle balene o degli squali bianchi, in altri degli animali da pelliccia e così via.

Un altro principio che la Chiesa cattolica certamente sostiene è quello del rispetto della legalità, e della responsabilità dei governanti di fare buone leggi per contrastare i crimini e di impegnarsi per farle rispettare. Quindi essa vede sempre favorevolmente chi si impegna per norme efficaci per contrastare attività criminali e pratiche dannose e illecite, come bracconaggio, contrabbando, commercio illegale, ecc. Anche in questo campo però, è naturale che le autorità regionali o locali della Chiesa e i cattolici dei diversi Paesi prendano posizione sulle situazioni specifiche. Per questi motivi, ritengo che l’azione più importante e più urgente sia quella di sensibilizzare le comunità cristiane nei paesi interessati dai fenomeni più gravi, perché agiscano in collaborazione attiva con tutte le persone responsabili e gli altri membri della comunità civile in cui vivono, per affrontare con decisione questi problemi gravissimi. Questo va fatto, se possibile, in collaborazione fra i fedeli delle diverse confessioni, infatti si tratta di un grave problema su cui i cristiani possono e devono essere uniti, come in generale in tutte le problematiche sulla salvaguardia del creato, sulle quali esistono molti importanti dichiarazioni ecumeniche internazionali.

Un secondo aspetto su cui molti dei vostri messaggi insistono è quello del commercio dell’avorio e di che cosa può o deve fare il “Vaticano” per contrastare la domanda di avorio. Su questo tema mi pare che vari messaggi che abbiamo ricevuto non siano obbiettivi e che ci siano delle confusioni che vanno chiarite.

Io ho 70 anni e conosco abbastanza bene la Chiesa cattolica e le autorità che da Roma servono la Chiesa nel mondo. Non ho mai sentito o letto neppure una parola che incoraggiasse l’uso dell’avorio per gli oggetti devozionali. Tutti sappiamo che esistono oggetti in avorio anche di significato religioso, perlopiù antichi, perché l’avorio era considerato un materiale bello e pregevole, ma non vi è mai stato un incoraggiamento da parte della Chiesa ad usare l’avorio piuttosto che qualsiasi altro materiale. Non vi è mai stato nessun motivo per pensare che il valore di una devozione religiosa sia collegato alla preziosità del materiale delle immagini che utilizza. Tanto meno vi è alcuna organizzazione promossa o incoraggiata dalle autorità della Chiesa cattolica per commerciare o importare avorio. E nella Città del Vaticano - cioè nel piccolissimo Stato da cui è governata la Chiesa cattolica -, non vi è alcun negozio che venda oggetti in avorio ai fedeli o ai pellegrini. Nell’inchiesta “Ivory Worship” pubblicata su National Geographic si parla di alcuni casi specifici che hanno che fare con cattolici, e che per questo solo fatto vengono messi in relazione con il “Vaticano” (cioè le autorità della Chiesa che da Roma servono la comunità mondiale della Chiesa cattolica).

Ma un prete nelle Filippine che sembra avere delle responsabilità nel commercio illegale dell’avorio non coinvolge assolutamente le responsabilità del “Vaticano”, che non ne sa nulla e non ha nulla che fare con lui. La responsabilità di quello che fa un prete nelle Filippine è anzitutto sua, e le autorità civili delle Filippine possono e devono punirlo se fa traffici illeciti, e le autorità ecclesiastiche delle Filippine devono controllare se le devozioni che promuove sono accettabili o condannabili dal punto di vista della fede e della ragione.

Si parla anche del negozio Savelli vicino a Piazza San Pietro. Esso si trova a poche decine di metri dal mio ufficio, quindi so bene di che cosa si tratta. E’ un negozio dove si trovano moltissime cose, tra cui oggetti devozionali e souvenirs di diverso genere per turisti e pellegrini; fra questi espone anche alcuni pochissimi oggetti di avorio. Il negozio appartiene a privati e non a un’istituzione vaticana. Non è all’interno dello Stato della Città del Vaticano (e non gode neppure del cosiddetto regime “extraterritoriale”, come gli uffici vaticani che operano in territorio italiano), ma è totalmente soggetto alla giurisdizione italiana e ai controlli del Corpo Forestale italiano (competente per i controlli sull’attuazione della CITES). Insomma, il “Vaticano” non ha alcuna responsabilità e alcun controllo da esercitare sul negozio Savelli come sugli altri negozi che si trovano nel quartiere vicino alla Basilica di San Pietro. Se le autorità italiane riscontrano illegalità, fanno benissimo ad intervenire. Ma pensare che qui vi sia un importante centro di traffico di avorio da stroncare per salvare gli elefanti africani non ha alcun senso. Forse si potranno trovare casi di commercio illecito di avorio che viene utilizzato in qualche parte del mondo per immagini religiose cristiane, usate da cattolici. Se questi casi vengono identificati, vanno condannati chiaramente dalle autorità competenti – civili o religiose – ma non vi è nessun motivo per attribuire al “Vaticano” responsabilità che non ha.

A volte si è parlato anche di doni in avorio. Sono molti anni che seguo l’attività del Papa, a Roma e nei viaggi internazionali. Personalmente non ho mai visto un dono in avorio fatto dal Papa ai suoi visitatori (sono sempre in metallo, in ceramica, in mosaico, o libri o stampe, o medaglie…). L’articolo di NG ne ricorda uno che sarebbe stato fatto da Giovanni Paolo II oltre 25 anni fa al Presidente Reagan; se è vero è certo un’eccezione, come mi conferma la persona che da moltissimi anni organizza i viaggi dei Papi all’estero e che non ricorda neppure lei doni del Papa in avorio. Qualche volta, ma raramente, ho visto che è stato fatto al Papa un dono in avorio. Recentemente, nello scorso novembre, il Presidente della Costa d’Avorio, in visita in Vaticano, ha fatto al Papa un dono in avorio dell’artigianato caratteristico del Paese (era un gioco di scacchi e non un’immagine religiosa!) e mentre glielo consegnava, per evitare ogni possibile imbarazzo del Papa, gli ha detto esplicitamente che si trattava di avorio legale.

Si è parlato anche dell’adesione del “Vaticano” alle convenzioni internazionali contro il riciclaggio del denaro e per la prevenzione del terrorismo, per invitarlo ad aderire anche alla Convenzione CITES per la protezione di flora e fauna. In realtà si tratta di situazioni diverse, perché nello Stato della Città del Vaticano e al servizio della Santa Sede vi sono istituzioni con significative attività economiche e finanziarie, mentre - come ho detto prima - non c’è alcuna istituzione della Città del Vaticano o della Santa Sede che abbia a che fare con il commercio di specie vegetali o animali a rischio. Ciò che viene fatto da sacerdoti o istituzioni cattoliche nel mondo in questo campo è giuridicamente soggetto alle leggi e ai controlli dei paesi dove si trovano e una eventuale firma a una Convenzione da parte del “Vaticano” non avrebbe quindi nessun rilievo concreto in questo campo. Le sole Convenzioni internazionali a cui il “Vaticano” ha aderito finora per motivi di “incoraggiamento morale” della comunità internazionale, perché più urgentemente connesse con la sua missione di annuncio del Vangelo e di pace, sono quelle sul disarmo, sui diritti umani e la libertà religiosa. Partecipare a una Convenzione internazionale richiede infatti personale e impegno, per cui una realtà “piccola” come il Vaticano deve scegliere a quali può partecipare efficacemente.

Inoltre, faccio osservare che lo stesso articolo “Ivory Worship” attesta chiaramente che oggi il maggior sviluppo del commercio dell’avorio avviene verso i Paesi dell’Asia. Questo è confermato da molti altri articoli e testimonianze sull’argomento che ho potuto leggere. Come tutti sanno, a parte le Filippine, che sono l’unico Paese asiatico a maggioranza cattolica, negli altri Paesi (Cina, Giappone, Tailandia, ecc…) i cristiani - e ancor più i cattolici - sono una piccolissima minoranza. Il bracconaggio in Africa è fatto generalmente da bande di criminali e spesso da miliziani di gruppi ribelli che cercano di finanziarsi con il contrabbando dell’avorio. Fra gli usi dell’avorio sembra esservi in Asia anche quello di prodotti della medicina tradizionale e di molti diversi oggetti che non hanno nulla che fare con alcuna devozione religiosa, buddista, induista o cristiana o di altra tradizione.

Per tutti questi motivi non è possibile pensare che il “ Vaticano” abbia a disposizione strumenti potenti ed efficaci per contrastare la strage degli elefanti abbattendo il fiorire del commercio illecito dell’avorio. Ad ogni modo, siamo assolutamente convinti che la strage degli elefanti sia un fatto gravissimo, contro cui è giusto che si impegnino tutti quelli che possono fare qualcosa. Per parte nostra possiamo certamente fare una certa opera di informazione e responsabilizzazione attraverso alcuni organismi “vaticani”. Ciò che oggi noi ci impegniamo a fare sono soprattutto tre cose:

1. Richiamare l’attenzione su questo tema del Consiglio per la Giustizia e la Pace, che è il Dicastero vaticano incaricato di studiare i problemi connessi appunto con la giustizie e la pace, ma anche con l’ambiente; e che è in contatto con analoghe Commissioni nazionali “per la giustizia e la pace” delle comunità cattoliche nel mondo. Penso che la strage degli elefanti e il commercio illegale dell’avorio siano argomenti che rientrano effettivamente nella competenza di questo Dicastero.

2. Proporre alle Sezioni della Radio Vaticana che preparano i programmi per l’Africa (in inglese, francese, portoghese e swahili) di approfondire questo tema e di parlarne nei programmi radiofonici per incoraggiare le comunità ecclesiali a cui sono diretti a impegnarsi nella lotta contro il bracconaggio e il commercio illegale di avorio, e di proporre materiali informativi anche per le altre Sezioni della Radio Vaticana per sensibilizzare gli ascoltatori.

3. Far conoscere maggiormente i contributi di studio della Pontificia Accademia delle Scienze sui temi ambientali e della biodiversità. Sono infatti temi su cui l’Accademia Pontificia ritorna spesso in occasione delle sue iniziative e dei suoi lavori.

Non fermeremo con questo la strage degli elefanti, ma almeno avremo collaborato a cercare concretamente delle soluzioni per fermarla con le nostre possibilità informative e formative.



Federico Lombardi

 


Roma, 22.1.2013

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 23 Gennaio 2013 20:06
 
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