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Il Papa PDF Stampa E-mail
Scritto da Stefano Severoni   
Giovedì 21 Marzo 2013 11:23

Il Papa


1. Il romano pontefice
Papa è il titolo con cui è chiamato il vescovo di Roma, vicario di Cristo, successore di Pietro, capo visibile della Chiesa [1]. Il vocabolo deriva dal greco páppas, che significa “padre”, donde il latino papa. In Oriente, ad indicarne l’autorità spirituale, erano in tal modo denominati altresì i vescovi ed altre persone autorevoli. A Roma, il titolo comparve nel IV sec., su di un’epigrafe (sub Liberio papa). La lista ufficiale dei pontefici comincia con il nome dell’apostolo Pietro e conta, sino a papa Benedetto XVI (2005-2013), 265 titolari (Benedetto IX è stato papa in tre pontificati, nell’XI sec.). La dottrina cattolica radica il papato sull’elezione di Pietro da parte di Gesù Cristo, quale primo tra i dodici apostoli [2]. I testi sui quali si sofferma in particolar modo la tradizione apostolica sono quelli di Mt 16,16-19; Lc 22,31-32; Gv 21,15-17. Pietro è l’apostolo che confessa Cristo e riceve da lui l’appellativo di Kephas, Pétros in greco.


Il legame tra la sede romana ed il ministero petrino è attestato assai presto nella storia della Chiesa, in particolare in s. Ignazio d’Antiochia (m. 107), nella Lettera di Clemente ai Corinti, in s. Ireneo da Lione (m. 202). La Chiesa di Roma, nell’ordinamento ecclesiastico, è altresì la prima sedes, seguita da Alessandria, Antiochia, Gerusalemme e quindi Costantinopoli. In seguito, fattori di ordine storico condussero la sede di Roma ed il suo vescovo a svolgere un ruolo di preminenza pure nella storia civile dell’Occidente, quale garante della libertà della Chiesa e nella Chiesa. Nei secc. V-VI, un ruolo di rilievo ebbero i papi s. Leone Magno (440-461) e s. Gregorio Magno (590-604). Poi, nel medioevo e nel rinascimento, il papato ebbe i suoi momenti di assai esiguo splendore. Si ricorda, ad esempio, lo scisma d’Occidente (1378-1417). Tuttavia, anche in questi frangenti ci furono figure forti e sante di pontefici, che furono certamente all’altezza del loro compito. È il caso di papa s. Gregorio VII (1073-1085) e di papa Innocenzo III (1198-1216). Il pontefice giunse altresì a svolgere poteri sovrani su di un territorio con gli stati pontifici. Dopo il Patti Lateranensi del 1929, egli è sovrano della Città del Vaticano. Tale funzione è intesa come una provvidenziale condizione di libertà per l’esercizio della loro particolare missione nella Chiesa universale [3]. Nella bimillenaria storia della Chiesa, l’autorità del vescovo di Roma non fu sempre pacificamente accettata; anzi fu posta in questione nei rapporti con la Chiesa d’Oriente, in una crisi ch’ebbe il suo punto culminante nel 1054 (scisma d’Occidente), dal conciliarismo, dal gallicanesimo (in Francia), dalla Riforma protestante, dal gallicanesimo (in Inghilterra), dal febronianesimo (in Germania), ecc. Tuttavia la dottrina sul papato s’espresse in forme sempre più chiare sino alla dichiarazione dogmatica del Concilio Vaticano I (1869-1870), espressa nella cost. Pastor aeternus (1870). Al pontefice la Chiesa cattolica riconosce un ufficio che non è di semplice ispezione o direzione; piuttosto un potere pieno e supremo di giurisdizione sull’intera Chiesa, non solo sulle questioni di fede e di morale, ma altresì in tutto quanto concerne la disciplina ed il governo della Chiesa diffusa nel mondo intero. Il dogma del Concilio Vaticano I sul primato del sommo pontefice include altresì quello del suo infallibile magistero. Il Concilio Vaticano II ha confermato la dottrina precedente. Insegnando l’istituzione divina del collegio episcopale, ha posto in risalto il posto di capo che il questi occupa all’interno del collegio; che anzi il collegio episcopale include sempre in se stesso, quale suo capo, il vescovo di Roma, analogamente a come il collegio apostolico comprendeva in sé, quale primo, l’apostolo Pietro [4]. L’uso di modificare il nome all’atto di salire al trono pontificio risale a papa Giovanni II (533-535): all’atto dell’elezione sostituì il nome di battesimo Mercurio.

Nel Codice di Diritto Canonico (CIC) del 25.01.1983 la normativa riguardo il papa è trattata nel libro II. Il popolo di Dio. Parte II. La costituzione gerarchica della Chiesa. Sezione I. La suprema autorità della Chiesa. Capitolo I. Il Romano Pontefice e il Collegio dei vescovi. I cann. di questo capitolo erano inseriti nel progetto di Legge Fondamentale della Chiesa, e sono riportati dal Codice soltanto quando si è deciso di promulgare la LEF. In buona parte i testi dei cann. sono ripresi, talora alla lettera, al cap. II della cost. conciliare Lumen gentium e dalla Nota esplicativa previa. I cann. 331-335 sono espressamente dedicati al romano pontefice.

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica la trattazione si trova nella Parte prima. La professione della fede. Sezione seconda. La professione della fede cristiana. Capitolo terzo. Credo nello Spirito Santo. Paragrafo 4. I fedeli – Gerarchia, laici, vita consacrata. I. La costituzione gerarchica della Chiesa (nn. 871-896). Anche qui si riprende il Concilio Vaticano II, con la Lumen gentium, Christus Dominus; Presbyterorum ordinis; Dei Verbum ed il CIC.

2. L’elezione
La successione dei pontefici è stata nella storia regolata da discipline diverse: nel III sec., il vescovo di Roma - al pari degli altri vescovi - era eletto per designazione del clero e del popolo, e quindi ratificato dai vescovi della provincia; il sistema consentiva ingerenze politiche, specialmente da parte degli imperatori, i quali ovviamente tentavano d’imporre i propri candidati. L’imperatore Giustiniano (482-565) sottopose l’elezione del papa all’approvazione imperiale. Tale uso rimase sino al 731 con papa Gregorio III (731-741); poi il diritto d’elezione del pontefice fu sempre esercitato dal clero e dal popolo di Roma, ma pur sempre sotto la pressione ed il controllo del potere politico imperiale e delle varie casate gentilizie romane [5]. Fu con la bolla In nomine Domini (1059) di papa Niccolò II (1059-1061) che l’elezione fu sottratta dal clero e dal popolo di Roma per essere riservata ai cardinali, vescovi e presbiteri. Poi, nel 1179, con papa Alessandro III (1159-1181), a tutti i cardinali, con la norma che l’eletto raccogliesse i due terzi dei voti. Da allora l’elezione avviene in un luogo isolato dall’esterno. La disciplina dell’elezione papale fu ulteriormente definita da papa Gregorio X (1271-1276). Egli fece decretare dal Concilio di Lione (1274), che l’elezione del vescovo di Roma si dovesse effettuare entro dieci giorni, e che nessun estraneo potesse nel frattempo comunicare con i cardinali elettori. Nacque così il conclave (dal lat. cum clave = chiuso a chiave); ciò che si svolge è segreto; è proibito agli elettori rivelarlo pure dopo la sua conclusione. Quanto stabilito è alla base del sistema vigente, con le modificazioni apportate dalla cost. Aeterni Patris (1621) di papa Gregorio XV (1621-1623), da papa Pio X (1903-1914) con la Vacante Sede Apostolica (1904), da papa Paolo VI (1963-1978) con la cost. apost. Romano pontifici eligendo (01.10.1985). Le attuali regole delle votazioni e del generale svolgimento del conclave sono contenute nella cost. apost. Universi Domini Gregis, pubblicata nel 1996 dal beato papa Giovanni Paolo II, ed aggiornata da papa Benedetto XVI (2005-2013) con il motu proprio dell’11 giugno 2007, e con quello più recente del 22 febbraio 2013. Può essere eletto ogni battezzato. Ora per eleggere il pontefice è necessaria una maggioranza qualificata di due terzi dei cardinali elettori. Pertanto non è valida più l’ipotesi della maggioranza semplice della metà più uno degli elettori. Dopo la trentatreesima o trentaquattresima votazione si passa direttamente ed obbligatoriamente al ballottaggio fra i due cardinali che avranno ricevuto il maggior numero di voti nell’ultimo scrutinio. Anche in questo caso, comunque, è necessaria una maggioranza dei due terzi. Inoltre, i due cardinali rimasti in lizza non possono partecipare attivamente al voto. Se per un candidato i voti raggiungono i due terzi dei votanti, l’elezione del pontefice è canonicamente valida.

3. “Vescovo della Chiesa di Roma”. I titoli del romano pontefice
Nel CIC il titolo che si utilizza all’inizio della trattazione del romano pontefice è «vescovo della Chiesa di Roma» [6], già presente nella cost. dogm. Lumen gentium, n. 22 («vescovo di Roma»). È questo il titolo originario del romano pontefice, non solamente in senso storico, ma pure dal punto di vista teologico-canonico. Il ministero del papa è anzitutto un servizio, che egli svolge nei confronti della diocesi a cui appartiene, sulla quale ha una sua responsabilità episcopale immediata e diretta [7]. Il romano pontefice è anche, a titolo personale, supremo pastore del corpo delle Chiese, in quanto successore di Pietro, radicato localmente nella Chiesa di Roma.

Il can. 331 elenca altri titoli del vescovo di Roma:
- capo del collegio dei vescovi: sta ad indicare il munus (= ministero) del romano pontefice in seno al collegio dei vescovi. Il titolo ricorre nei cann. 331 e 336;
- vicario di Cristo: è usato soltanto nel can. 331. Sino al XI sec. tale titolo era applicato, in Occidente, ai re, ai vescovi, ed anche ai presbiteri, con significato ministeriale o iconico. A partire da quest’epoca, i papi reclamarono il titolo in senso giuridico per affermare la propria potestà. Con papa Innocenzo III (1198-1216) esso divenne il vero e proprio titolo del papa, al posto del precedente “vicario di Pietro”, ritenuto insufficiente. L’uso del titolo ha portato a riconoscere nel romano pontefice un monarca assoluto in rapporto ai vescovi. Il Concilio Vaticano II ha relativizzato il titolo di vicario di Cristo, estendendolo ai vescovi, chiamandoli «vicari e ambasciatori di Cristo» [8], e precisando che «essi non devono essere considerati vicari dei romani pontefici» [9].
- pastore della Chiesa universale o pastore supremo: è titolo biblico (cfr. Ger 3,15; 23,4; Gv 10,11; 21,15-17; 1Pt 5,2) ed indica la natura pastorale del ministero del romano pontefice. Nel Codice, il titolo “pastore supremo” compare tre volte: cann. 333 § 2; 353 § 1; 749 § 1;
- romano pontefice: è d’uso molto frequente (nel Codice ricorre 91 volte). Esso unisce due titoli: “vescovo della Chiesa che è in Roma” e “pontefice della Chiesa universale”.
- sommo pontefice: (nel Codice ricorre 20 volte). Da non confondere con pontefice massimo, titolo pagano. Dal IV al IX sec., il titolo “sommo pontefice” designava tutti i vescovi; poi fu riservato esclusivamente al papa. Tale espressione è difficilmente comprensibile ai non cattolici.

Altri titoli del vescovo di Roma sono:
- papa (= pater, padre): se oggi con il termine papa s’indica il sommo pontefice che, quale successore di Pietro nel governo universale della Chiesa, è di essa insieme il pastore ed il padre, non sempre papa fu appellativo esclusivo dei sommi pontefici; inizialmente, erano denominati così anche i semplici presbiteri. Il primo pontefice a chiamarsi “papa” fu s. Siricio (384-399), 38° nella storia della Chiesa cattolica. Qualche decennio dopo E. Felice Magno (m. 521) riservò il titolo di papa quasi esclusivamente al vescovo di Roma. Infine, nel 1076, papa s. Gregorio VII estese il titolo stesso a tutti i suoi predecessori, iniziando dal primo, Pietro. In effetti, non lo stesso apostolo, ma il suo primato rivive, per divina disposizione, in ognuno dei suoi successori; pertanto, ben a ragione s. Ambrogio (m. 397) poté scrivere: «Ubi Petrus, ibi Ecclesia» (= Dov’è Pietro, lì è la Chiesa) [10] per significare che nel romano pontefice si sintetizza la Chiesa, e questa ha in lui il garante, il maestro e l’araldo della divina parola. Nel Codice, non è mai usato il titolo papa, mentre si trova l’aggettivo papale [11]
- vicario di Pietro: titolo molto antico, utilizzato lungo tutto il primo millennio. A partire da papa s. Leone Magno esso esprime il nucleo essenziale dell’autocomprensione che i pontefici hanno avuto di se stessi durante il primo millennio. Il titolo fu esplicitamente rifiutato da papa Innocenzo III, in quanto reputato insufficiente ad esprimere l’idea che il pontefice è “vicario di Cristo” e capo della Chiesa. Il nuovo titolo (vicario di Cristo) ha portato ad affermare che nella Chiesa ogni autorità e potere fluiscono dal romano pontefice, che rappresenta Cristo, e ha contribuito a collocare il ministero del papa al di sopra della Chiesa, anziché in essa. Da papa Innocenzo III, la basilica vaticana è chiamata «mater cunctarum decor et decus ecclesiarum» (= madre dei culti decoro delle chiese). 

4. L’ufficio e la potestà del vescovo della Chiesa di Roma
Nel vescovo della Chiesa di Roma permane l’ufficio concesso singolarmente all’apostolo Pietro. In forza del suo ufficio, il romano pontefice ha potestà non soltanto sulla Chiesa universale, ma pure potestà ordinaria su tutte le Chiese particolari ed i loro raggruppamenti, affidate alla cura dei vescovi [12], fatta salva la loro giusta autonomia [13]. L’esercizio del potere ordinario del romano pontefice è legato alla costituzione stessa della Chiesa, la quale a sua volta fa del vescovo diocesano il titolare di un potere «proprio, ordinario e immediato» per la cura pastorale della diocesi che gli è affidata [14]. 

Secondo il can. 331 – che riprende quanto espresso nella cost. apost. Pastor aeternus, cap. 3, ed il can. 218 del Codice del 1917 - la potestà del romano pontefice è:
- ordinaria: è annessa direttamente al suo ufficio [15];
- suprema: significa che nella Chiesa non vi è potere sulla terra superiore a quello del papa. Lungo i secoli tale attributo ha rivestito grande importanza nel confronto con le autorità civili, nel fondare il diritto di ogni fedele di appellarsi a Roma, nel ribadire l’autorità del pontefice nel confronto con gli altri soggetti ecclesiali. Il romano pontefice non è limitato dal concilio né dall’autorità civile, non è giudicato da nessuno [16]. Non si dà appello né ricorso contro le sue sentenze o i suoi decreti [17]. La potestà del papa è suprema, ma trae origine ed è sottomessa alla volontà di Dio [18]; è sottomessa al diritto divino ed è vincolata alle disposizioni che Cristo ha stabilito per la Chiesa, cosicché egli non ne può modificare la costituzione [19]. 
- piena: non manca di nessun elemento di potere ed è indivisibile. Si estende alle tre funzioni (insegnare, santificare, governare), ed ai tre aspetti della potestà di governo [20]: legislativa, esecutiva, giudiziaria). Si manifesta nelle causae maiores (= cause maggiori) riservate al romano pontefice per diritto divino o ecclesiastico. Tali cause riguardano: a) l’unità della fede; b) l’unità di culto; c) l’unità di governo (potestà legislativa; potestà esecutiva; potestà giudiziaria). La pienezza della potestà del papa non và intesa in senso esclusivo, e non pregiudica la presenza di altri soggetti potestativi nella Chiesa;
- immediata: può essere esercitata su tutte le Chiese e su tutti i fedeli, senza interposta persona [21];
- universale: su tutta la Chiesa e per tutte le materie di fede, costumi e disciplina, con riferimento al solo ambito ecclesiastico;
- veramente episcopale [22]: non si trova nella Lumen gentium, né nel CIC 1983. L’aggettivo “episcopale” descrive la potestà primaziale, e nella cost. Pastor aeternus significa «potestà di giurisdizione pastorale del romano pontefice”. Già il Concilio Vaticano II affermava che: «il potere del sommo pontefice non reca assolutamente pregiudizio al potere di giurisdizione episcopale ordinaria ed immediata, in virtù della quale i vescovi, stabiliti dallo Spirito Santo (cfr. At 20,28) come successori degli apostoli, in qualità di veri pastori pascono e governano ciascuno il gregge a lui affidato. Anzi, tale potere è affermato, rafforzato e rivendicato dal pastore supremo e universale, come dice san Gregorio Magno: “Il mio onore è l’onore della Chiesa universale. Mio onore è il solido vigore dei miei fratelli. Allora io mi sento veramente onorato, quando a ognuno di essi non è negato l’onore dovuto» [23].

L’affermazione conclusiva del can. 331 (il romano pontefice può sempre esercitare liberamente il potere primaziale) è una conseguenza di quanto asserito negli attributi della potestà del papa, e sta ad indicare che il romano pontefice, nell’esercizio del suo potere, non dipende dai vescovi, sia come singoli, sia nel loro insieme. Evidentemente si tratta di libertà, non di arbitrarietà [24]. La potestà del romano pontefice è formalmente diversa da quella del collegio dei vescovi [25].

5. La perdita dell’ufficio primaziale
L’ufficio e la potestà del romano pontefice cessano per:
- morte
- pazzia certa e perpetua
- notoria apostasìa, eresìa o scisma
- rinuncia: «per la validità si richiede che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede che qualcuno la accetti» [26]. Con la rinuncia, il papa cessa nell’esercizio delle funzioni del suo ufficio; la sede apostolica risulta vacante, e si dà inizio alla preparazione per l’elezione del nuovo pontefice [27].
Sebbene il Codice non menzioni la morte, è evidente che con essa si abbia la perdita dell’ufficio primaziale. Con la morte si determina la sede vacante. Dunque, ad eleggere un pontefice mentre è vivo il predecessore, si può giungere per più vie:
- per rinuncia dello stesso papa, come nel caso di un pontefice colpito da gravissima malattia, ma non più in grado di comunicare neanche per lettera con i suoi fedeli [28];
- perché la sede è «totalmente impedita» [29].

6. L’esercizio del potere da parte del romano pontefice
La cost. conciliare Lumen gentium afferma che il collegio dei vescovi non può esistere senza il papa, né può agire contro di lui, né senza di lui [30]; la potestà del pontefice permane integra su tutti, sia pastori che fedeli. In forza del suo ufficio di vicario di Cristo e di pastore di tutta la Chiesa, il papa ha su questa una potestà piena, suprema ed universale, che può liberamente esercitare [31].

Sebbene la libertà che il diritto riconosce al romano pontefice nell’esercizio del suo potere rimane un elemento costitutivo del suo ministero pastorale, tuttavia tale libertà riguarda soprattutto l’esercizio del potere [32]. Su questo piano il papa ha vera discrezionalità. L’esercizio del potere ordinario da parte del pontefice è un tutt’uno con la costituzione stessa della Chiesa, che fa del vescovo diocesano il titolare in proprio della cura pastorale della diocesi che gli è affidata. Il primato del papa «rafforza e garantisce» il potere proprio ed immediato che i vescovi hanno sulle Chiese particolari [33]. Inoltre il romano pontefice è sempre congiunto nella comunione con gli altri vescovi ed anzi di tutta la Chiesa, nell’adempimento del suo ufficio di supremo pastore della Chiesa [34]. Il canone esprime un obbligo più morale che giuridico; ma da ciò non ne consegue che si possa separare il papa dalla Chiesa, o che sia priva di dignità la testimonianza di fede offerta dai vescovi alla Chiesa. Si debbono considerare il dato biblico ed il modo storico dell’operare del pontefice con gli altri vescovi.  

Dal Concilio Vaticano II in avanti i sommi pontefici hanno insistito sulla necessità di dare al governo della Chiesa universale lo stile partecipativo e corresponsabilità, stile che di fatto si attua nei sinodi dei vescovi presso il papa [35], nei sinodi continentali e regionali, nei concili particolari36, nelle conferenze episcopali [37]. Le visita ad limina dei vescovi ed i viaggi apostolici del papa, sono espressione d’unione dei membri del collegio dei vescovi con il romano pontefice.

7. Il collegio dei vescovi

La struttura fondamentale del collegio degli apostoli perdura nel collegio dei vescovi. L’ufficio conferito da Gesù a Pietro, il primo degli apostoli, continua nei suoi successori; allo stesso modo l’ufficio apostolico di pascere la Chiesa perdura nell’ordine dei vescovi, i quali lo esercitano senza interruzione.

Il Concilio Vaticano II ha confermato la dottrina del primato del romano pontefice e del suo infallibile magistero [38], e l’ha ulteriormente precisata chiarendo la natura collegiale della gerarchia ecclesiastica, il cui primato e l’episcopato sono direttamente correlati fra loro [39]. La nozione di collegio riferita ai vescovi insieme al romano pontefice non dev’essere intesa nel senso di un gruppo di uguali, i quali hanno demandato la loro potestà al loro preside, ma piuttosto di un gruppo stabile, la cui struttura dev’essere dedotta dalla divina rivelazione.

La collegialità trova il suo fondamento nella consacrazione episcopale e nella comunione gerarchica. Si diviene membri del collegio dei vescovi in forza della consacrazione sacramentale, ed attraverso la comunione gerarchica con il capo e con i membri del collegio stesso [40]. Solamente un vescovo legittimamente consacrato è in comunione gerarchica, e quindi può essere assunto nell’ufficio con la missione canonica [41]. Sia il romano pontefice personalmente, sia il collegio dei vescovi con il papa, rappresentano la Chiesa universale e hanno su di essa «piena e suprema autorità» [42]; la potestà:
- è piena, nel senso che comprende tutti gli aspetti della potestà
- è suprema, in quanto è limitata solo al diritto divino. 

8. Esercizio della potestà collegiale
La potestà collegiale in senso stretto è esercitata in modo solenne sulla Chiesa universale nel concilio ecumenico [43]. Mentre il collegio dei vescovi è di diritto divino, il concilio ecumenico è di diritto ecclesiastico ed è regolato da norme positive. Il concilio ecumenico può essere definito la legittima riunione di tutti i vescovi e di altri, convocata dal romano pontefice, al fine di deliberare su questioni dottrinali, disciplinari, e pastorali riguardanti la Chiesa. Hanno il diritto ed il dovere di partecipare al concilio ecumenico con voto deliberativo tutti e soli i vescovi membri del collegio, ossia quelli legittimamente consacrati, in comunione fra loro e con il vescovo di Roma [44]. Alcuni altri che non sono vescovi, possono essere chiamati ad essere presenti personalmente al concilio ecumenico dall’autorità suprema, alla quale spetta determinare il loro ruolo nel concilio [45]. 

I diritti del romano pontefice riguardo il concilio ecumenico sono accuratamente definiti nei cann. 338; 340; 341. È al romano pontefice che spetta convocare il concilio ecumenico, dirigerlo e confermarlo; inoltre a lui compete approvare gli argomenti da trattare, sciogliere il concilio, trasferire eventualmente la sede, sospendere temporaneamente i lavori, far continuare un concilio interrotto, promulgare i decreti rendendoli vincolanti. La potestà collegiale è esercitata pure attraverso l’azione congiunta dei vescovi sparsi nel mondo, purché indetta o liberamente recepita dal romano pontefice, in modo che si realizzi un vero atto collegiale [46]. In questa fattispecie, l’intervento del papa è essenziale [47]. L’azione collegiale così intesa potrebbe realizzarsi sotto forma di un’inchiesta riguardo le opinioni dei vescovi in seno ai sinodi provinciali, alle conferenze episcopali, ecc. [48]. 

9. Il papa nel dialogo ecumenico

Nel dialogo ecumenico la questione del papato occupa un ruolo di rilievo. Le comunità protestanti e la comunione anglicana hanno in passato vivacemente respinto il ministero papale. Ai nostri giorni il tema è esplicitamente affrontato nei dialoghi bilaterali, in cui si trova la disponibilità a riconoscere il ruolo particolare del vescovo di Roma nella comunione ecclesiale. Nel dialogo con le Chiese ortodosse il tema non è stato ancora direttamente affrontato; in ogni modo notevoli problematiche derivano dalla diversa prospettiva ecclesiologica [49].

 

 

Scritto da Stefano Severoni

 

[1] Cfr. M. SEMERARO, “Papa/papato”, in Dizionario Teologico Enciclopedico, Casale Monferrato (Al) 20044, 753.
[2] Cfr. Ib.
[3] Cfr. Ib., 754.
[4] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Lumen gentium, Cost. dogm., Città del Vaticano 21.11.1964, nn. 20-22; M. SEMERARO, “Papa/papato”, in Dizionario Teologico Enciclopedico, 755.
[5] Cfr. AA. VV., “Papa”, DEI, vol. IX, Roma 1958, 7.
[6] CIC, can. 331.
[7] Cfr. CIC, can. 381 § 1.
[8] Lumen gentium, n. 27.
[9] Ib., 27b.
[10] AMBROGIO, Enarrationes in 1 2 psalmos davidicos, 40, 30 PL 14, 1?082.
[11] Cfr. cann. 369; 667 § 3.
[12] Cfr. CIC, can. 333 § 2.
[13] Cfr. Lumen gentium, n. 23d.
[14] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Christus Dominus. Decreto, Città del Vaticano 20.10.1965, n. 8; CIC, cann. 333 § 1; 381 § 1.
[15] Cfr. CIC, cann. 131 §1; 141 § 1.
[16] Cfr. CIC, can. 1?404.
[17] Cfr. CIC, cann. 333 § 3; 1?372; 1?405 § 2; 1?732.
[18] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Dei Verbum. Cost. dogm., Città del Vaticano 28.10.1965, n. 10.
[19] Cfr. DS 3?114.
[20] Cfr. CIC, can. 135 § 1.
[21] Cfr. CIC, can. 333 § 1.
[22] Cfr. CONCILIO VATICANO I, Pastor aeternus. Cost., Roma 18.07.1870, cap. 3; DS 3?060; CIC 1917, can. 218 § 2.
[23] DS 3?061.
[24] Cfr. CIC, can. 333 § 2.
[25] Cfr. CIC, can. 336.
[26] CIC, can. 332 § 2.
[27] Cfr. CIC, can. 332 § 2.
[28] Cfr. CIC, can. 412.
[29] CIC, can. 335.
[30] Cfr. Lumen gentium, n. 22b.
[31] Cfr. Ib., 22b; can. 331, ultimo frammento.
[32] Cfr. CIC, can. 333 § 2.
[33] Cfr. CIC, can. 333 § 1.
[34] Cfr. CIC, can. 333 § 2.
[35] Cfr. CIC, can. 432.
[36] Cfr. CIC, cann. 346 § 3; 349.
[37] Cfr. CIC, can. 447.
[38] Cfr. Lumen gentium, n. 18.
[39] Cfr. Ib., 22.
[40] Cfr. CIC, can. 336.
[41] Cfr. Lumen gentium, n. 24c.
[42] CIC, cann. 331; 333 § 1; 336.
[43] Cfr. CIC, can. 337 § 1.
[44] Cfr. Christus Dominus, n. 4.
[45] Cfr. CIC, can. 339 § 2.
[46] Cfr. CIC, can. 337 § 2.
[47] Cfr. CIC, can. 337 § 3.
[48] Cfr. Lumen gentium, n. 22.
[49] Cfr. M. SEMERARO, “Papa/papato”, in Dizionario Teologico Enciclopedico, 755.

 

Bibliografia

1. Documenti del Magistero
Catechismo della Chiesa Cattolica, Città del Vaticano 1992, nn. .871-896.
Codice di Diritto Canonico e leggi complementari, Città del Vaticano 2004, 275-302.
CONCILIO VATICANO II, Lumen gentium. Cost. dogm, Città del Vaticano 21.11.1964, nn. 18-29.
Christus Dominus. Decreto, Città del Vaticano 28.10.1965.
Presbyterorum ordinis. Decreto, Città del Vaticano 07.12.1965.

2. Dizionari - Enciclopedie
AA. VV., DEI, vol. IX, Roma 1958, 6-8.
Enciclopedia Universale Garzanti, Milano 20037, 1?124-1?125.
M. SEMERARO, “Papa/papato”, in Dizionario Teologico Enciclopedico, Casale Monferrato (Al) 20044, 753-755.

3. Studi
A. MONTAN, Introduzione al diritto canonico, Roma 2003-2004, 112-118.

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 22 Marzo 2013 17:08
 
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