LA CREAZIONE NUTRE LA SPERANZA DI ESSERE SALVATA PDF Stampa E-mail
Scritto da Marilena   
Lunedì 12 Marzo 2018 21:02


LA CREAZIONE NUTRE LA SPERANZA DI ESSERE SALVATA

Luigi Lorenzetti

Tratto da "il grido della creazione" edizioni Lindau (atti del Convegno Nazionale di Associazione Cattolici Vegetariani in Ancona)

La creazione (o, altrimenti detta, universo, terra, cosmo, natura), ha un futuro? Quale futuro può sperare? Il futuro è studiato da diverse discipline scientifiche, filosofiche e teologiche. Tra le diverse discipline che si occupano della creazione e del suo futuro, cosa ha da dire in proprio la teologia?

La teologia, quale riflessione sulla Parola di Dio (Vangelo, Messaggio Cristiano) distingue tra un futuro ultimo (escatologico) e un futuro intra-mondano. In base a questa distinzione, si può riformulare la domanda: il creato e tutte le sue creature, ha un futuro ultimo oltre la storia o, viceversa, si esaurisce e si conclude nella storia più o meno lunga?

In risposta, la teologia ripensa la storia della salvezza che, come ogni storia, ha tre fasi: il passato (la creazione) (I); il presente (la redenzione con l’evento Cristo) (II); il futuro (escatologia (III)).

Si tratta, pertanto, di mostrare come la storia della salvezza, nelle sue tre fasi, è salvezza non solo dell’umano ma anche e, non per semplice estensione, del non umano: animali, vegetali, minerali.

1. La storia della salvezza nelle tre fasi

a. Prima fase: la Creazione

La parola creatrice di Dio chiama le creature all’esistenza. Il teologo tedesco, Medard Kehl, commenta così: «Tutte le creature devono la loro esistenza alla parola creatrice di Dio. Egli le chiama all’esistenza (Gen 1 «Sia»); e queste sorgono, obbedendo («….e così fu»).

Attraverso il loro semplice esistere, le creature testimoniano di “rispondere” alla volontà di Dio. In questo senso, esistendo davanti a Dio, sono capaci di dare assenso sia al loro essere create sia al giudizio del Creatore: “E Dio vide che era cosa buona.” [1]

A questo punto la domanda è spontanea: la Parola creatrice di Dio è circoscritta nel tempo, più o meno lungo o è per sempre? La parola creatrice di Dio va oltre il tempo, è per sempre e riguarda la creazione e tutte le creature, umane e non umane: vegetali, animali e i minerali.[2]

 

b. Seconda fase: la Redenzione

La creazione, con il peccato delle origini (peccato originale), ha perso l’armonia originaria che regnava a ogni livello: religioso, umano e cosmico (la violenza è anche nel cosmo, nella natura).

La creazione, tuttavia, non è andata alla deriva, è raggiunta fin dall’inizio dalla promessa della redenzione che, nell’evento Cristo, crocifisso e risorto, coinvolge il creato e tutte le creature, umane e non umane.

I testi biblici, al riguardo, non lasciano dubbi. Nella Lettera ai Romani (8,18-27), l’apostolo Paolo descrive una visione di futuro unitaria e universale, tale cioè che comprende non solo l’umano ma, appunto, tutta la creazione: «[…]. La stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi».

Così, nella Lettera ai Colossesi (1,19-20), a partire dall’evento Cristo, crocifisso e risorto, che ricapitola la storia della salvezza nelle tre fasi (passato, presente e futuro), scrive: «È piaciuto infatti a Dio… che per mezzo di lui (l’evento Cristo) e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose […] sia quelle che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli ».[3]

Nel Crocifisso Risorto, la salvezza va verso il compimento dell’ultimo giorno, che riguarda la comunità umana - e questo è stato sempre ricordato - ma anche l’universo, e questo non è stato sempre detto, anzi è stato molto trascurato.

c. Terza fase : l’Escatologia

La creazione e la redenzione si collegano alla terza fase (escatologia, o discorso delle le realtà ultime): «E vidi un cielo nuovo e una terra nuova » (cf. Ap 21,1).

La domanda: La nuova creazione è nuova nel senso che sostituisce quella precedente? Quale rapporto c’è tra la creazione originaria e la creazione nuova: è un rapporto di continuità o, viceversa, di discontinuità?

La teologia comprende la nuova creazione nella continuità con quella originaria.[4] «Dio non fa perire il vecchio mondo per farne sorgere uno nuovo dalla sua rovina, ma persevera nella fedeltà al mondo da lui creato e lo conserva e gli dà compimento».[5]

La teologia, pertanto, sostiene una continuità che, d’altra parte, non è piatta e lineare, perché implica pur sempre l’intervento di Dio, ma è una continuità che si manifesterà in termini di pienezza o di compimento.[6] Detto chiaramente, è questa creazione, e non un’altra, che avrà compimento e pienezza alla fine del tempo.

Dopo questo excursus sulla storia della creazione, dove la novità consiste nel superare una visione riduttiva della creazione e nel ricuperare una visione integrale che comprende non solo l’umano ma anche e propriamente tutte le creature, è necessario porsi una questione.

2. Questione aperta

Che questo sia il disegno di Dio sul creato e su tutte le creature non c’è alcun dubbio. Tale disegno di salvezza è fondato sulla promessa di Dio: da lui il creato ha avuto inizio e da lui avrà compimento e pienezza.

Il dubbio sorge in riferimento all’essere umano, al quale il Creatore ha affidato il compito di «custodire» e «coltivare» il creato (Gen 2, 15). L’essere umano è stato creato libero e, quindi, responsabile delle sue azioni. Egli può esercitare male la libertà e, anziché «custodire e coltivare», può distruggere il creato e le sue creature.

La questione è attuale oggi più che mai. «Nessuna generazione della storia che ci ha preceduto ha mai potuto dire un no alla creazione come possiamo farlo noi oggi» (D. Sölle)».[7] Le possibilità tecniche, sviluppate nel XX secolo, possono portare a uno sfruttamento e a una distruzione sempre più estesi della terra e dei suoi abitanti, umani e non umani: piante, animali e minerali.

È pertinente, allora, la domanda: l’essere umano può condurre il creato al degrado e alla distruzione? Cosa risponde la fede cristiana? «La fede cristiana, non esita a rispondere che persino nel caso in cui gli esseri umani dovessero effettivamente distruggere la terra e la vita su essa, la creazione non ricadrebbe in tale modo nel nulla, e neppure la nostra terra». E aggiunge: «Qualunque sia il modo in cui finirà il mondo della nostra vita umano-terrena, ciò non potrà significare affatto […] una distruzione totale del senso della terra e della vita su di essa. Né Dio, né la bontà che Dio ha riconosciuto alla terra (dunque il suo essere amata fedelmente da lui) e allo stesso modo neppure la promessa che le è con ciò fatta di un compimento finale, sono alla fine con la fine della terra».[8] Ed è talmente sicuro che insiste: «Neppure la più grande colpa umana o il peggior peccato che possiamo compiere in questo pezzo di creazione, possono rendere inefficace la promessa di Dio che si va realizzando lungo la storia della salvezza, grazie a Dio».

Ma dove si fonda tale speranza (certezza)?

La speranza (certezza) cristiana di salvezza dell’umanità, del creato e di tutte creature si fonda sulla volontà di Dio che si è manifestata nell’evento Cristo, crocifisso risorto: «L’incarnazione coronata dalla risurrezione, ha posto la natura umana di Cristo alla testa non solo di tutta la famiglia umana, ma anche di tutto l’universo creato, interessato alla salvezza come è stato coinvolto nella colpa».[9]

3. Il presente storico nell’orizzonte del futuro ultimo

Si tratta, allora, di attendere il compimento del disegno di Dio nell’aldilà?

K. Marx ha sostenuto che la religione è «oppio dei popoli», in quanto i credenti, secondo lui, nel tendere all’aldilà, trascurano l’al di qua.

Ma non è così. Il futuro ultimo (pace, giustizia, libertà, riconciliazione) non è solo da attendere. L’orizzonte escatologico, anziché distogliere da questo mondo e renderci in qualche modo indifferenti ai problemi di questo mondo, è criterio di riferimento dell’operare umano nella storia.

Se la realtà ultima è la vita senza più la morte, gioia senza più sofferenza, pace e riconciliazione universale, allora l’impegno, al quale è chiamato l’essere umano, ha un orientamento: costruire un mondo il più vicino possibile a quello futuro.

La speranza ultima è tradita quando diviene pretesto per rinviare le domande di pace, di giustizia e di salvaguardia del creato che si pongono nell’al di qua.[10]

Il credente non è testimone credibile della speranza ultima, se si limita a dire a chi soffre di pazientare fino all’aldilà, dove ogni problema sarà risolto da un punto di vista sia esistenziale che intellettuale. «Le promesse escatologiche di Dio e le realtà future dell’uomo e del mondo - così i vescovi spagnoli - ci chiamano a vivere con serietà la vita e a prendere davanti al futuro decisioni responsabili e a redimere con buone opere il tempo che ci è stato dato».[11] Insomma, la speranza cristiana non evade ma responsabilizza a riguardo di questo mondo.

a. La speranza cristiana responsabilizza

Anche se il Regno di Dio in cui tutto sarà portato a compimento, è opera di Dio, non è affatto indifferente che l’essere umano, sia all’altezza del mandato del Creatore in Gen 1 e 2; e presentare a Dio, per il compimento che speriamo da lui, una terra bene amministrata oppure una terra sempre più sfruttata e devastata.

La speranza cristiana non rende indifferenti ed apatici nei confronti della sofferenza, umana e non umana, di questo mondo. Nessun problema di questo mondo, umano e non umano, può lasciare indifferente o estraneo il credente.

La speranza cristiana rafforza la capacità di percezione che rende sensibile verso ciò che contraddice le promesse di Dio, lo fa soffrire a causa di questa contraddizione in modo attivo contro la tentazione di rassegnarsi o di disperare; gli conferisce la capacità di resistere, che è indispensabile per contribuire, ostinatamente, e spesso contro ogni speranza, al superamento o almeno al contenimento e alla riduzione di ogni forma distruttiva della vita e dell’ambiente.

J. Moltmann, il teologo protestante che, più di ogni altro ha riflettuto sulla speranza, si domanda cosa significa vivere oggi nella forza della risurrezione. Egli sostiene che «La forza della risurrezione si profila nelle anticipazioni attraverso le quali noi già oggi intravediamo i lineamenti di quella nuova creazione del mondo che Cristo porterà a compimento quando verrà il suo giorno», e nelle consolazioni che proviamo nelle nostre sofferenze che ci consentono di resistere, di non lasciarci andare. E questo lo possiamo cogliere in tre dimensioni: “Vita contro la morte”: “La giustizia contro la violenza”; “Creazione contro la distruzione”»,[12] dove il secondo termine (morte, violenza, distruzione) rappresenta la realtà, mentre il primo (vita, giustizia, creazione) indica la speranza che apre al futuro.

Il secondo termine anziché alimentare la rassegnazione e il cinismo, insegna la pazienza della speranza e stimola iniziative di promozione della vita, della giustizia, della creazione». Sono le vie attraverso le quali passa il compimento della storia umana e cosmica. «Oggi c’è bisogno, vivendo tra non cristiani, di scoprire il rapporto tra ciò che è accaduto in Cristo e ciò che Dio compie nell’umanità, impegnando ogni giorno la vita degli uomini».[13]

b. L’orizzonte escatologico: criterio di giudizio e di valutazione delle decisioni nella storia

L’orizzonte escatologico, anziché distogliere da questo mondo, diviene criterio di quanto si compie in questo mondo. In che modo?

a) Dà consapevolezza di quanto contraddice o, viceversa, realizza le promesse di Dio sul creato e le sue creature. Occorre saper leggere e interpretare i fenomeni del nostro tempo. Ad es., il fenomeno ecologista, il fenomeno animalista. Questi ed altri fenomeni, da alcuni decenni, interessano l’opinione pubblica dentro e fuori la Chiesa.

b) Quali scelte o decisioni, tra le tante possibili o di quelle di fatto praticate sono quelle più vicine al disegno di Dio?

La risposta non è sempre a portata di mano. Non si può pretendere di trovare la risposta bell’e pronta nella sacra Scrittura che è il punto di riferimento centrale del credente. I problemi, infatti, sono nuovi rispetto al tempo biblico e, anche se sono uguali, si presentano in modo nuovo.

Se dalla sacra Scrittura non ci sono le riposte bell’e pronte, ci sono però criteri in base ai quali si può trovare la soluzione giusta o la più giusta per superare o almeno contenere e ridurre ogni forma distruttiva della vita e dell’ambiente.

Il criterio fondamentale che conduce a trovare la soluzione più giusta è l’amore al creato, che è inseparabile dall’amore al Creatore; l’amore si traduce in rispetto del creato; si traduce in compassione (con-patire) con la sofferenza del creato.

c) Il giudizio non rimane sospeso o nell’indifferenza tra un comportamento o l’altro, ma si fa approvazione/disapprovazione morale.

In applicazione si possono considerare diverse questioni antiche e nuove.

- Il cibo. La sacra Scrittura non dirime, in termini di proibito/comandato, l’alternativa tra alimentazione carnivora e vegetariana. Rimane allora sospeso il giudizio? È forse indifferente praticare la scelta vegetariana, «perché l’animale viva», e la scelta carnivora che implica l’uccisione dell’animale? La risposta non è destinata a rimanere nell’indifferenza, il giudizio non è sospeso. «Considero il vegetarismo - così Paolo de Benedetti - un passo avanti nel rapporto con il creato: non c’è dubbio: una forma spirituale degna della massima ammirazione».

È in ogni caso una scelta libera e consapevole destinata ad ottenere un ampio consenso. Si può dire che ha dalla sua motivazioni bibliche e razionali.

- Gli allevamenti intensivi degli animali. Nella sacra Scrittura non si dice nulla perché nemmeno esistevano, ma non per questo resta sospeso il giudizio, che è di netta disapprovazione morale.

- Costumi praticati dati per normali. Costumi praticati dati per normali ma che normali non sono: il maltrattamento degli animali; la detenzione negli zoo; lo sfruttamento nei circhi; la crudele e inutile pratica della vivi-sezione per la ricerca scientifica; la caccia per sport; l’allevamento per pelliccia, ecc.

Sono fenomeni che rappresentano una massa di dolore e di deprivazione. Non possono lasciare indifferenti o neutrali, chiamano in causa la libertà-responsabilità dell’essere umano e la pietas verso gli animali.

C’è più di un motivo nel rimproverare una certa debolezza etica dei credenti rispetto al maggior impegno che si riscontra nelle persone e associazioni laiche.

- Il sacrificio degli animali per il culto religioso. Come è possibile pensare che tali sacrifici siano voluti da Dio? Come si pensa di dare culto a Dio con simili sacrifici? È una domanda che ritorna in ogni dibattito pubblico.

Una risposta adeguata - avverte Paolo de Benedetti - presuppone la corretta interpretazione della sacra Scrittura. Precisamente, si tratta di comprendere quanto è dovuto alla cultura del tempo e, quindi, variabile; e quanto, invece, appartiene alla parola di Dio e, quindi, invariante in tutti i tempi. «Di fatto, dopo la distruzione del tempio, i sacrifici non hanno più avuto senso, in quanto si potevano effettuare in quel luogo sacro».

Che dire allora - si obietta - della pasqua cristiana accompagnata dalla tradizione che vuole che sulla tavola non manchi l’agnello? Si può dire che di religioso non ha proprio nulla.

4. Conclusione: la questione del futuro

A riguardo del futuro si sperimentano diversi stati d’animo (esaltazione del futuro, timore, rimozione). In un modo o nell’altro, questi diversi stati d’animo sono un’invocazione, nelle diverse manifestazioni, alla speranza. «Oggi in concreto la speranza nel progresso e la paura del futuro vivono l’una accanto all’altra. In ambedue i casi, la questione del futuro è così urgente, che è diventata la questione del senso della vita in questo mondo: ed è diventata anche un interrogativo posto alla fede cristiana in questi termini: in che misura la speranza cristiana promette speranza alla storia dell’umanità?»,[14] alla storia del creato e di tutte le creature?

Con il vivere il presente storico nella prospettiva del futuro ultimo (escatologico). A differenza della scienza del futuro (futurologia), che interpreta e predice il futuro a partire da fatti e fenomeni del presente, la teologia interpreta il presente storico nell’orizzonte del futuro ultimo (escatologico). Questo alzare la testa non porta ad evadere, come precedentemente, da questo mondo e dalle responsabilità verso il creato e le sue creature.

Il messaggio cristiano restituisce speranza al futuro e il futuro alla speranza. Senza speranza, la stessa responsabilità, anziché rispondere alle sfide e alle attese della storia, è tentata di ripiegare nella rassegnazione e anche nella disperazione, specie di fronte al male o ai mali del mondo con il loro spessore d’incomprensibilità e, a volte, di umana insuperabilità.

La differenza non è tra il realismo e l’utopismo, la differenza è tra il realismo rassegnato e il realismo non rassegnato e aperto alla speranza.

 

P. Luigi Lorenzetti: sacerdote dehoniano, laureato in teologia, con specializzazione in teologia morale, alla Pontificia Università S. Tommaso d'Aquino di Roma; insegnante di teologia morale presso lo Studio Teologico Sant’Antonio di Bologna; direttore della Rivista di Teologia Morale; autore di svariati articoli apparsi su Famiglia Cristiana e altre riviste.

 

 

 




[1] M. Kehl, “E Dio vide che era cosa buona”. Una teologia della creazione, Queriniana, Brescia (2009), 2009, 62. «L’Antico Testamento chiama questo assenso fondamentale delle creature al loro esistere lode di Dio; l’intera creazione ne è capace. Questa lode di Dio, questo grande sì a Dio e alle sue opere che le creature “dicono” con il loro esserci e con il loro essere-belle, supera - come lo stesso sì di Dio alla creazione - lo spazio e il tempo; essa riempie lo spazio dell’eternità, il cielo; essa è la grande melodia della liturgia cosmica che, secondo l’Apocalisse di Giovanni, viene celebrata nella Gerusalemme celeste e che sarà il centro dei nuovi cieli e della terra nuova».

 

[2] Ibid.

[3] Al riguardo, in Nota al versetto 19, la Bibbia di Gerusalemme, specifica: «Per Paolo, l’incarnazione coronata dalla risurrezione, ha posto la natura umana di Cristo alla testa non solo di tutta la famiglia umana, ma anche di tutto l’universo creato, interessato alla salvezza come è stato coinvolto nella colpa».

 

[4] Associazione teologica Italiana (ATI), Atti del xiv Congresso nazionale, Futuro del cosmo futuro dell’uomo, Edizioni Messaggero. Padova 1995.

 

[5] Apocalittica ed escatologia. Senso e fine della storia. Morcelliana, Brescia 1992, 9-10.

[6] Cf. A. Autiero, «Essere nel mondo. Ecologia del bisogno», in Corso di Morale, Il: Diakonia. Etica della persona, Queriniana 1990, 122. Cf. Gaudium et spes 33-39

 

[7] Citato in M. Kehl, “E Dio vide che era cosa buona”. Una teologia della creazione, 412.

[8] Ibid., 413-414: «Nella risurrezione dai morti di Gesù crocifisso, Dio ha già mantenuto, in via di principio, questa promessa per la sua creazione: in questo il primogenito di ogni creatura è diventato anche il primogenito di coloro che risorgono dai morti (Col 1, 15-20), Dio edifica per lui e con lui la nuova creazione già in mezzo al vecchio eone, rendendo partecipi gli esseri umani e le altre creature della vita indistruttibile del Risorto, in un modo conforme all’essere di ciascuno».

 

[9] Cf. nota 3

[10] Cf. M. Kehl, “E Dio vide che era cosa buona”. Una teologia della creazione, 415.

[11] Conferenza episcopale spagnola. La verità vi farà liberi (1990), n. 47.

 

[12] J. Moltmann, «Risurrezione. Il fondamento, la forza e il fine della nostra speranza», in Concilium (1999)5, 13 1-142. Un’analisi del pensiero di J.Moltmann, in particolare sulla risurrezione e il futuro di Cristo come cuore della speranza, è stata esposta da C. Zuccaro al convegno di studio dell’Atism centro: cf. R. Altobelli, «Il futuro cristiano», in Rivista di Teologia Morale (2000)127. 443-446.

 

[13] R. Bertalot, Verso una morale della responsabilità, EDB, Bologna 1972. 163-164.

[14] F.J. Nocke, Escatologia, trad. it., Queriniana, Brescia 1984, 9.

 
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