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In Pardiso ad attenderci PDF Stampa E-mail
Scritto da Marilena   
Sabato 01 Novembre 2014 06:19

In Paradiso ad attenderci


Anche gli animali, come tutti i Santi che oggi festeggiamo, sono in Paradiso ad attenderci.


"Il libro del teologo Paolo de Benedetti In Paradiso ad attenderci, ed. Sonda è una riflessione di Paolo del Benedetti in relazione al rapporto uomo-animale nella Bibbia.

 

Uomini e bestie tu salvi, Signore (Sal 36)
L’angelo che parlava con me uscì ed andò incontro ad un altro angelo che gli disse: “Corri, va a parlare a quel giovane e digli: Gerusalemme sarà priva di mura per la moltitudine di uomini e animali che dovrà accogliere. Io stesso, parola del Signore, le farò da muro di fuoco all’intorno e sarò una gloria in mezzo ad essa (Zc 3,7). Questo passo ripreso dal profeta Zaccaria, all’interno dell’Antico Testamento, sembra suggerirci che in Gerusalemme, "la città santa, la nuova Gerusalemme [...] pronta come una sposa adorna per il Suo Sposo" (Ap 21,2) non solo gli uomini potranno godere della Gloria di Dio insieme agli angeli ma anche gli animali saranno accolti in questo muro di fuoco.

La vita eterna di ogni creatura è la base del pensiero del teologo De Benedetti all’interno di questo vivace dialogo con Maurizio Scordino e su questo si appoggia l’articolato pensiero sulle tematiche del rispetto della vita animale, dei diritti delle creature, del compito dell’uomo, del culto e del sacrificio, dell’originaria vocazione all’alimentazione vegetariana e dei principali paradossi riguardanti il rapporto uomo-animale. La teologia cattolica non ha una posizione univoca sull’esistenza di una vita oltre la morte delle creature non umane: a volte la ammette come possibilità, a volte la tollera come pensiero, altre infine la nega con vigore.

Vero è che per imparare a rispettare l’animale nella sua dignità di creatura non sarebbe essenziale conoscere il destino ultimo della sua vita; il rispetto della creatura in quanto tale infatti prescinde infatti da questo: qual’ora essa avesse una vita che continua oltre la morte (come moltissimi passi della scrittura sembrano suggerire) non potremo arrogarci il diritto di svilirne la dignità, ma anche qual’ora la sua vita terminasse sulla Terra dovremo comunque rispettarla in quanto vita hic et nunc e forse a maggior ragione, visto che avrebbe solo questo tempo per poter vivere.

"Mia è la terra e quanto contiene"

Paolo De Benedetti, in questo testo, ha messo bene in luce la vocazione originaria dell’uomo che traspare nella Bibbia: il compito di coltivare e custodire, il compito di dominare a cui non bisogna attribuire il significato negativo di “tiranneggiare” ma un significato divino di Dominus: Gesù Cristo è l’esempio centrale di Dominus che non schiavizza ma serve, non opprime ma libera, non uccide ma dà vita: un dominio, quello nel senso originale, che porta alla salvezza e alla comunione. La terra e le creature, è bene ricordarlo, non sono proprietà indiscussa dell’uomo ma all’Uomo e alla Donna, è stata consegnata solo la custodia con il compito di rendere “fruttuoso” il suolo e “dominati” (nel senso poc’anzi chiarito) gli animali.

Il pensiero di Dio sulla creazione nella Bibbia

La Bibbia si apre con l’immagine della creazione, Dio che dà forma alla terra e dà vita a tutte le creature, ognuna secondo la  propria specie cioè con la propria particolarità, con la propria bellezza, con la propria soggettività. Dio forma i cieli, i mari, le stagioni, i vegetali, gli animali e per ultimo l’uomo con la sua vocazione. «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò, Dio li benedisse e disse loro “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela  e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra. E Dio disse: Ecco io vi do ogni erba verde che produce seme e che è su tutta la terra saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e in cui vi è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde" Dio vide quanto aveva fatto ed ecco era cosa molto buona» (Gen 1, 27-31).

Questo nella Bibbia appare come volontà primigenia di Dio: quello che accadde dopo, quello cioè che viviamo ora, è definito da De Benedetti come  una “rassegnazione di Dio” alla disobbedienza dell’uomo; una rassegnazione o forse un atto di amore, mai passivo però, ma attivo; infatti l’intera creazione, sospinta dai Figli di Dio, vive in una continua tensione per tornare a quell’Eden perduto ma ritrovabile tramite la Redenzione operata da Cristo (Lettera ai Romani 8,18-27). All’uomo è affidato il compito di custode, e del modo in cui ha esercitato questa vocazione dovrà certamente rendere conto al Suo Creatore.

Lo sguardo profetico
"La questione della sofferenza animale innocente rimane forse il massimo problema teologico che esista" dichiara il prof. De Benedetti.  Risulta difficile dargli torto: come comprendere infatti il perché l’animale si trovi a soffrire per conseguenze di atti che non sono propri ma per costrizioni che gli vengono imposte dall’uomo? Come comprendere -si chiede l’autore- perché Dio non imponga un limite a questa sofferenza? Non possiamo certo rispondere ad una domanda che l’umanità si pone da millenni (il limite al male), ma  come parte dell’umanità possiamo operarci per essere noi stessi una risposta, affinché il piano originario di Dio, quella bellissima vocazione all’Amore cioè ad essere come Lui ("Dio è Amore” 1Gv 4,8b) possa divenire di nuovo concreta.

Non siamo lasciati soli in questa ricerca, numerosi profeti e santi hanno già aperto la strada mostrandoci come camminare. Primo fra tutti è il profeta Isaia, spesso citato dal professore nell’intervista, a indicare che a queste sofferenze un limite - temporale o spirituale - c’è, e questo accade e accadrà  allorché l’essere umano sceglie e sceglierà di acconsentire alla vocazione primigenia affidatagli dalla Trinità: essere a immagine e somiglianza di Dio (cfr "facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza" Gen 1,26)

"Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse
un virgulto germoglierà dalle sue radici
su di lui si poserà lo spirito del Signore
spirito di sapienza e di intelligenza
di consiglio e di fortezza
di conoscenza e del timor del Signore
[...] prenderà eque decisioni per gli oppressi del paese
[...] fascia dei lombi sarà la giustizia e cintura dei fianchi la fedeltà.
Il lupo dimorerà insieme con l’agnello
la pantera si sdraierà accanto al capretto
il vitello e il leoncello pascoleranno insieme
si sdraieranno insieme i loro piccoli
il leone si ciberà di paglia come il bue
[...]la saggezza del Signore riempirà il paese,
come le acque ricoprono il mare". (Is 11,1-10)

E’ questo lo sguardo profetico, la speranza che il principio (alfa) e la fine (omega) coincideranno. «È piaciuto infatti a Dio [...] che per mezzo di lui (Cristo) e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose [...] sia quelle che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli (Col 1,19-20). Non è un'utopia, non è una visione immaginaria; già qui nella storia diviene concreta in molti santi che, accogliendo Dio, rendevano "Eden" ciò che gli stava attorno. Paolo de Benedetti cita San Francesco d’Assisi, è difficile asserire che in lui non sia concretizzata - almeno in parte- la visione di Isaia.

Ortodossia e ortoprassi
Compreso il posto delle creature nel disegno del Creatore è necessario poi porsi la domanda di come l’ortodossia (la retta dottrina) possa diventare ortoprassi (modo corretto di adeguare la propria vita ad essa). Per questo Paolo De Benedetti viene interrogato su questioni pratiche, quali gli allevamenti intensivi, il carnivorismo, le diverse forme di sfruttamento nelle loro innumerevoli realtà, il tema del sacrificio etc.

Se Ormai nella teologia cristiana è completamente superata la nozione del sacrificio animale, privato di ogni valore espiatorio: in realtà già nell’Antico Testamento alcuni profeti denunciarono spesso l’inutilità del sacrificio, mettendo persino in discussione il comando di mangiare l’agnello, presente nell’Esodo: a tal proposito leggiamo "In verità io non parlai né diedi comando sull’olocausto e sul sacrificio ai vostri padri quando uscirono dall’Egitto. Ma questo comandai loro: Ascoltate la mia voce" (Ger 7,22), d’altro canto però non è ancora stata acquista la consapevolezza del rispetto della vita animale in toto, fatte salve rare eccezioni.

Se è vero che, come ci ricorda De Benedetti in accordo con il Catechismo della Chiesa Cattolica, mangiare carne non è considerato peccato nella tradizione cattolica (nonostante numerosi Padri della Chiesa facciano dell’astinenza dalle carni un vero e proprio sine qua non per poter essere cristiani) è anche vero che non è possibile porre sullo stesso piano un alimentazione basata sulla violenza, a cui Dio non aveva pensato in origine, rispetto ad una basata sulla mitezza; come ci ricorda il Beato Tito Brasdma, carmelitano, il modo di relazionarci con gli animali è “segno” della purezza del nostro cuore (di opinione simile è anche il filosofo Immanuel Kant): "L’amore per gli animali, la protezione degli animali minacciati, la cura per gli animali che soffrono, suscita nell’uomo mirabili condizioni di amore e cura dei propri simili" (Tito Brasdma a Nimega,1936).

Abbandoniamo quindi la menzogna che occuparsi degli animali allontanerebbe dai problemi dell’uomo come ritiene la comune visione contemporanea, e asseriamo invece esattamente il contrario; l’interrogarsi seriamente sulla prassi che il cristiano, ma anche il credente in altre fedi o persino il non credente, debba avere nei confronti dell’altra creatura non è affatto un problema secondario.

Come poter chiedere pietà per noi al Creatore quando non mostriamo pietà per le sue creature? Come poter desiderare un mondo di giustizia quando deteniamo illecitamente prigionieri animali per soddisfare un gusto estetico (si veda l’uso di pellicce), per una sperimentazione che ha già dimostrato scientificamente l’inutilità per la medicina umana, quando preferiamo il nostro "divertimento" alla loro libertà (si vedano gli zoo) e alla loro dignità (ad esempio i circhi)?

E’ evidente che l’applicazione pratica di quanto affermiamo con la fede non può non andare ad incidere sulla vita quotidiana di ognuno di noi, nella scelta di ogni giorno verso il bene o verso il male, nel decidere se procurare una sofferenza o decidere di alleviarla. "Chi è il nostro prossimo?" chiesero un giorno al Maestro, Lui non diede una definizione ma invitò, ed invita, a farci noi prossimi di chi incontriamo nella nostra vita. “Il nostro prossimo è tutto ciò che vive” rispose secoli dopo il Mahatma Gandhi (voce non cattolica, ma, su questo punto, decisamente condivisibile).

Per una teologia degli animali

"La zoologia è una branca della teologia. Per fare della teologia non basta riflettere, indagare e pregare (teologo è uno che prega), bisogna anche passare dalla stalla. Un discorso su Dio in cui mancassero gli animali sarebbe incompleto, monco, zoppicante" (A. Pronzato, La novena di Natale davanti al Presepe, Milano, Gribaudi, 2001, 39).

Un indiscusso merito del prof. De  Benedetti è quello di aver fatto della "questione animale" una "questione teologica", che interroga l’uomo nella sua dimensione più profonda – quella spirituale. Per quanto possa apparire paradossale nonostante le Sacre Scritture si aprano con il racconto della creazione, indicando all’uomo fra le sue prime vocazioni quella di essere custode e dominus dell’animale, con l’esplicito comando di una nutrizione vegetariana, nella realtà odierna manca un’ attenzione reale e generalizzata – anche a livello ecclesiale - su ciò che essere dominus comporta. "La coppia prototipo, prima del peccato, si vede affidate quattro consegne: essere fecondi, moltiplicarsi, riempire la terra, sottometterla, allorché Dio le assegna un regime vegetariano"(Gn 1,28-29) (Bibbia e morale, radici bibliche dell’agire cristiano, Pontificia Commissione Biblica).

Se il Creatore diede all’uomo talenti per operare nella sua vocazione (si veda il Siracide al capitolo 17), l’uomo pare averli seppelliti come il servo malvagio della parabola di Gesù; così facendo non solo ha tradito la sua vocazione primaria ma anche usurpato quei talenti utilizzandoli per scopi diversi (ed a volte opposti) da quelli per cui erano stati donati. Il corretto uso di questi talenti deve necessariamente divenire una tematica centrale all’interno del dialogo ecclesiale e teologico.

Per quanto questo appaia ancora un terreno complicato e "poco calpestato" con questo libro Paolo de Benedetti e Maurizio Scordino offrono l’opportunità di porsi qualche domanda in più in merito a questi temi e questo non può che essere un interessante opportunità per intessere un proficuo dialogo e un’incessante preghiera sulla scia del Venga il tuo Regno che il Signore ci ha insegnato nel Padre Nostro".

 

Dalla postfazione al libro a cura di Marilena Bogazzi.

 

 

 

Ultimo aggiornamento Sabato 01 Novembre 2014 07:46
 
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