SANTA GIACINTA MARESCOTTI PDF Stampa E-mail
Scritto da Stefano Severoni   
Sabato 03 Febbraio 2018 11:03

SANTA GIACINTA MARESCOTTI

La Chiesa il 30 gennaio ricorda santa Giacinta Marescotti. Ella nacque con il nome di Clarice (da Clara = la luminosa) a Vignanello, sul versante orientale dei monti Cimini, il 6 marzo 1585, principessa Marescotti Orsini; in giovinezza si distinse per alterigia e vanità, ma con la sua prestanza di donna alta, bella. Ciò nonostante, entrò come terziaria nel monastero francescano di San Bernardo di Viterbo, assumendo il nuovo nome di Giacinta. Ella trascorse dieci anni insofferente e vanitosa, offrendo così un pessimo esempio alle consorelle. Dopo una malattia a trent’anni, modificò il suo stile di vita radicalmente. Il pessimo esempio così si tramutò in occasione di una malattia, la quale le fece rimettere in discussione il suo modo di vita. Il cattivo esempio divenne esempio di autentica santità: povertà, penitenza, profonda e sofferta umiltà, la contrassegnarono. Si dedicò all’assistenza degli infermi e allo stesso scopo fondò gli Oblati di Maria e la Confraternita dei Sacconi, che si diffuse in numerose cittadine dell’Italia centrale. Si racconta dei suoi digiuni e del cibo parco di cui si nutriva. Si cibava per lo più una sola volta al giorno, o la mattina o la sera con sole tre once di pane ben secco e duro, talvolta vi aggiungeva qualche erba bollita nell’acqua e senza condimento alcuno e in ciò obbligava pure la Madre Badessa, oltre a bere un sorso di vino, ma talmente annacquato, che perdeva il colore e il sapore. I giorni più solenni dell’anno soleva anche prepararli con astinenze più forti, mentre le principali Vigilie, la Settimana Santa e l’Avvento era solita mortificarli, consumando insalata d’assenzio o qualche erba di cattivo sapore e contraria al gusto; le solennità della Beatissima Vergine con novene di rigorose astinenze, per la conversione dei peccatori, per le feste di Pasqua e di Pentecoste, si preparava con un digiuno di quaranta giorni, consumando solo tre once di pane secco al giorno e un sorso d’acqua, così che, facendosi il computo delle sue astinenze, la sua esistenza fu un perpetuo digiuno composto da ben sette quadragesime l’anno. Così spesse volte, mentre si trovava a Messa, sospettando che qualche povero potesse chiedere l’elemosina, s’alzava da tavola e si privava della propria vivanda e la portava direttamente alla porta e non poteva non ripetere:

«Oh! Perché no posso io essere tutta pane e tutta veste per consolare tutti i poveri del mondo. Perché non posso uscire e andare per le strade e per le piazze predicando ai ricchi la carità dei poveri. Che povertà è la mia? Mentre non mi manca niente! Il bisogno di questi poverelli è la mia povertà e perché tanti comodi ricchi, che li potrebbero aiutare li lasciano morire di fame, quando buttano via quello, che fa loro bisogno? I poveri affamati esemplari di Cristo e i ricchi epuloni nauseati per l’abbondanza del cibo: oh sconcerto, oh inganno del mondo!».

Giacinta morì a Viterbo, il 30 gennaio1640, a 53 anni, sopportando con dolcezza e il sorriso sempre pronto gli atroci dolori della malattia, che la consumò, sfinita dalle penitenze, dal lavoro organizzativo e dalle preoccupazioni. Fu proclamata beata nel 1726, protettrice della città di Viterbo nel 1727 e poi canonizzata nel 1807.

BIBLIOGRAFIA

AA.VV., “Giacinta Marescotti”, in DEI, vol. V, Roma 1956, 338.

‒, Il cibo e la regola, Biblioteca Casanatense, Roma 1996, 177.

CATTABIANI A., Santi d’Italia. Vita, leggende, iconografia, feste, patronati, culto, vol. I, BUR Saggi, Milano 2004, 474-480.

MASANTE F., I santi dell’anno, Piero Gribaudi Editore, Milano 20078, 121-122.

 

 

 
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