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Guglielmo e i certosini PDF Stampa E-mail
Scritto da Voce VEGETARIANESIMO dal Dizionario degli Istituti di perfezione, Edizioni Paoline, diretto da Guerr   
Mercoledì 22 Giugno 2016 20:53

Guglielmo e i  certosini


La tradizione riferisce che dal momento in cui i Pauperes Christi si insediarono a N.d. de Casalibus nel 1084, nelle montagne della Chartreuse, essi rinunciarono all’uso della carne, anche se l’alternativa per i poveri di quel tempo, cioè il pesce (quando i fratelli laici o i servi riuscivano a prenderlo) solo ai malati, per i quali poteva essere anche comprato (cfr. Consuetudines Cartusiae di Guigo I, ca 1127:33, 5; 38,3:; 41,5). Verso il 1162 la restrizione che il pesce poteva essere comprato solo per i malati era già indebolita. Gli Statuta Jancelini 54,23 (del 1222) attestano che persino i lebbrosi, che potevano essere membri dell’Ordine, erano tenuti a non mangiare carne. Nel 1254 il capitolo generale confermò solennemente la proibizione. Quest’uso certosino, però, era soggetto a molte critiche da parte di coloro che in esso vedevano un pericolo per la salute  o lo ritenevano un diretto rimprovero per altri Ordini dagli usi meno severi quasi certamente per rispondere a una ricerca di Boson, l’anziano priore della Grande Charteuse, Guglielmo di Yporegia (d’Ivrea d’Elbura) compilò verso il 1310 un trattato che godette di una grande diffusione in seno all’Ordine certosino , il De origine et veritate de perfectae religionis, nel quale egli respingeva le accuse mosse all’Ordine di uccidere i propri malati.

 

Nella sua generale difesa dei Certosini, Guglielmo tratta dettagliatamente la questione della rinuncia alla carne, discutendo i tre seguenti punti:

1) si è obbligati a mangiare carne quando si è sani?
2) si è obbligati a mangiare carne quando si è malati?
3) se non c’è alcun precetto divino o legge naturale che imponga di mangiare carne, c’è forse qualche precetto umano che stabilisce di mangiar carne qualche volta?

Guglielmo stabilisce con San Paolo che la carne, come tutti gli altri cibi donati da Dio, può essere mangiata in tutta legalità se non c’è voto contrario, anche se curiosamente egli sostiene che, prima del diluvio universale non si mangiava carne e solo dopo si sarebbe cominciato a usarla, non per debolezza fisica quanto piuttosto per l’abbassamento del livello morale dell’uomo.

A sostegno della  propria tesi, Guglielmo riporta alcuni esempi biblici: Geremia loda caldamente i Recabiti per la loro astinenza dal vino (una prova però poco adatta, dato che i certosini bevono vino!); un corvo, simbolo del demonio, porta della carne ad Elia, ma un angelo gli porta pane e acqua; Giovanni Battista si nutre di miele e di insetti (altra prova poco adatta, in quanto gli insetti non sono di plastica, N.di Renato); e i miracoli di Gesù riguardano il pane, i pesci e il vino, ma non la carne (altra prova poco adatta, in quanto anche il pesce non è plastica N.di Renato). Se ciò che non è esplicitamente condannato è permesso – questa è la base del ragionamento – l’astinenza delle carni è del tutto lecita, e anche l’astinenza dalla consumazione dell’agnello pasquale non è più necessaria, dato che non lo si mangia in forma cerimoniale. I Padri del deserto praticarono tale astinenza e l’Ordine certosino ha ricevuto numerose approvazioni pontificie in questo senso, anche se Guglielmo può invocare solo Ugo di Lincoln come santo certosino. A livello pratico, Guglielmo nota che anche i dottori vietano ai loro pazienti di mangiar carne quando hanno la febbre e i Certosini usano semplici cure come decotto d’orzo, erbe, brodo, un paio di uova e pesci piccoli, ma la medicina migliore di tutti è la Passione di Cristo, i sacramenti e l’astinenza, che domano il corpo. La Chiesa non ha detto che una forma di trattamento è migliore di un’altra e i Certosini sono famosi per la loro longevità. Inoltre essi si riprendevano dalle malattie molto più rapidamente dei Benedettini, che permettevano ai loro malati di mangiare carne. Quasi nello stesso periodo apparve il Tractatus magistri Arnoldi de Nova villa contra illos qui dicunt Cartusienses peccare non ministrando carnes infirmis suis.Essendo dottore, l’autore parlava con una certa autorità. Nel 1327, il capitolo generale dell’Ordine, rnnovando l’antichissima consuetudine dell’astinenza dalle carni, condannò coloro che non la osservavano (); l’anno successivo precisò che la condanna sarebbe stata la deposizione dalle cariche per quei priori e vicari di monache che avessero tollerato tale abuso; e analoghe misure vennero disposte nel 1336, mentre nel 1365 si vietò alle monache certosine di mangiar carne, sapendo però che esse seguivano già questi precetti dal momento della loro incorporazione nell’ordine.

Nel 1368 papa Urbano V espresse il desiderio che i Certosini seguissero la regola di San Benedetto anche per quanto riguarda l’uso della carne concessa ai malati, ma loro a priori protestarono e Giovanni, priore della Certosa di Villeneuve-lès Avignon convinse il papa che una tale deroga avrebbe portato i monaci più in infermeria che in chiesa. E quando, in occasione del funerale della fondatrice della certosa di Aggsbach, nel 1385, fu servita la carne, il priore venne dimesso. E allorchè, tempo dopo, aprve che nelle certose venissero allevati pollame e maiali, l’Ordine intervenne e, nel 1445, il priore della Certosa di Port Sainte Marie in Aquitania venne ammonito a non tollerare tale abuso e ugualmente venne detto al priore di Porta Coeli presso Valencia (Spagna) nel 1452. (In tempi moderni però, le certose si sono mostrate di vedute più larghe e hanno promosso l’allevamento delle galline su larga scala per la produzione di uova).

Nei primi anni di questo secolo (il XX, nota di Renato) il famoso Giovanni Gersone, cancelliere dell’Università di Parigi, scrisse il piccolo trattato De non usu carnium apud carthusienses per il suo amico Giovanni de Gonnans della Certosa di Lugny, trattato che ispirò Dionigi Certosino nel suo De praeconio sive laude ordinis cartusiensis.

Nel 1461 il capitolo generale obbligò tre certosini  di Las Cuevas (Siviglia, Spagna), che avevano ottenuto dal Papa il permesso di mangiar carne, a passare a un altro ordine (ottenendone la relativa facoltà da Papa Pio II). Nel 1483 un fratello converso della certosa di Padula (Salerno) venne condannato al carcere perché aveva servito della carne a un monaco,  e, nel 1503 un monaco di Val de Cristo (nei pressi di Segobre, Spagna) venne incoraggiato a passare ad un altro ordine se proprio riteneva necessario per la sua salute il mangiare carne.

Il problema però di offrire cibi adatti ai domestici e ai distinti visitatori delle certose persisteva e  si sa che un certo numero di certose l’avevano risolto attrezzando una speciale cucina per la preparazione dei pasti. Lo stesso capitolo generale ordinò alla certosa di El Paular (Segovia, Spagna) di provvedersi di una tale cucina.

A giudicare comunque dagli interventi del capitolo generale negli anni 1540-61, sembra che la carne venisse occasionalmente mangiata nelle certose del Sacro Romano Impero nel corso dei conflitti religiosi. Di fatto il priore di Lechnitz (Ungheria) venne ammonito perché non permettesse ad alcuna persona dell’Ordine di mangiar carne nella sua certosa. Proibizione che  fu ripetuta più volte in riferimento ad altre certose (ad es. nel 1557 per le certose della Slovenia e della Germania inferiore). La Nova Collectio  degli statuti dell’Ordine, redatta nel 1571 e leggermente modificata prima della promulgazione e pubblicazione nel 1582, specificava che non solo era proibita la carne ma anche tutti i prodotti da essa derivati. Questa raccolta venne leggermente emendata da Innocenzo Le Masson nel 1681 e ne 1688, ma in queste revisioni e la successiva codificazione degli statuti nel 1926 e ancora quella dopo il concilio Vaticano II nulla hanno modificato riguardo l’uso della carne. Il commentario della certosa di Villeneuve-lès-Avignon, datato nell’ultima parte del secolo XVIII, dichiarava che il consumo di uccelli acquatici, lontre, castori e altri anfibi era lecito; la pratica attuale, in accordo con l’indulto papale, è di permettere uccelli acquatici e tartarughe d’acqua. All’inizio del sec. XIX, quando le certose spagnole non erano sotto la giurisdizione del capitolo generale dell’ordine, il priore della certosa di Montalegre (Barcellona) otenne il permesso di servire la carne al re, in occasione delle visite regali.

Nel 1874, per togliere ogni dubbio circa l’uso delle folaghe, il capitolo generale dell’Ordine rese noto il rescritto della S. C.sulla disciplina regolare (datato 4.3.1874) che dichiarava lecito ai Certosini, in quei giorni, in cui ai fedeli non era proibito da un precetto universale o da uno diocesano, mangiar carne. Ma quando in alcuni luoghi, per consuetudine si tollerava che i fedeli si cibassero delle folaghe anche in altri giorni, allora ai Certosini si raccomandava di astenersene e comunque di non mangiare mai insieme ai pesci in tempo di digiuno.


Voce "Vegetarianesimo", Dizionario degli Istituti di perfezione, Edizioni Paoline, diretto da Guerrino Pelliccia e da Giancarlo Rocca. Edizioni Paoline.

Ultimo aggiornamento Martedì 21 Giugno 2016 21:48
 
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