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Venerdì 29 Gennaio 2010 14:51

Una breve sintesi del vegetarianesimo nel cristianesimo

 

 

 

Amiamo così tanto il creato che lo rispettiamo.
Amiamo così tanto la vita da non toglierla a nessuno.
Questo è il motto dell'associazione Cattolici vegetariani.
L'uomo, infatti, non è il padrone assoluto della creazione.


Ha il diritto di usarla, non di abusarne. Deve esserel'amministratore, gestirla con responsabilità( Dichiarazione su Le respect de la creation formulata dalla commissione sociale dei vescovi francesi, gennaio 2000.)
" Ed ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è frutto che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra io do in cibo ogni erba verde. Genesi 1,29.

 


In questo stato beato di origine del mondo, l'uomo è in armonia con tutto il creato.


Dio non permette all'uomo di uccidere gli animali, ma solo di cibarsi di frutta e cereali, mentre gli animali si ciberanno di erba. Quando Isaia parla di un mondo in cui il lupo e l'agnello, il lattante e l'aspide vivono di nuovo con armonia si riferisce al reintegro dello stato originario che fu rotto dal peccato dell'uomo, punito con il diluvio.
Dopo la caduta, il mondo è stato regolato dalla legge del più forte. Dopo il diluvio il mondo rimane ferito, confondere tale mondo come quello voluto da Dio è la tentazione suprema del peccato.
Nella Bibbia, testo sacro per gli Ebrei e per i Cristiani, si legge ne La Genesi un chiaro e perentorio comando: ” Non mangerai carne con la sua vita dentro, con il suo sangue….E sicuramente il sangue della tua vita richiederò: lo richiederò per mano di ogni bestia” (9:4). Il divieto posto agli uomini di non cibarsi della carne delle altre creature che popolano il Creato, perché ci sia rispetto per la vita e della vita, si trova anche nelle parole del profeta Isaia precisamente nei versetti 66:3,4.
Si legge infatti che ” Colui che uccide un bue pecca come chi uccide un uomo, chi sacrifica un agnello è un assassino. Ho parlato ma non MI hanno dato ascolto, hanno fatto ciò che è male ai Miei occhi e hanno preferito ciò che mi dispiace".


E infatti, il popolo d’Israele si mantenne vegetariano per dieci generazioni, da Adamo a Noè. Dopo che il diluvio universale ebbe distrutto tutta la vegetazione, Dio diede al suo popolo il permesso temporaneo di mangiare carne. Poi, per ristabilire l’alimentazione vegetariana, quando gli israeliti lasciarono l’Egitto, Dio fece cadere su di loro la manna, un alimento vegetale adatto a nutrirli durante il loro duro viaggio. Ma poiché gli israeliti continuavano a chiedere con insistenza la carne, Dio gliela diede, insieme però ad una peste fatale che colpì tutti coloro che ne mangiarono.


In Gen.2,18 troviamo: “Non è bene che l’uomo sia solo, gli voglio fare un aiuto che gli sia SIMILE. Allora il Signore Iddio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e le condusse all’uomo per vedere come le avrebbe chiamate.” In questo contesto viene usata la parola BARA’, cioè creazione diretta sia per l’uomo che per gli animali, e la parola NEFESCH per indicare l’unico spirito infuso sia negli uomini che negli animali.
Poi dopo il Diluvio Dio dice a Noè: “…Il timore ed il terrore di voi sia in tutte le bestie selvatiche, in tutto il bestiame e in tutti gli uccelli del cielo. Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono messi in vostro potere. Quanto si muove ed ha vita vi servirà di cibo. Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue.” In questa circostanza il termine “terrore” equivale a sommo rispetto e non ciò che comunemente viene inteso. Inoltre, se “quanto si muove ed ha vita” dovrebbe servirci da cibo dovremmo mangiare anche gli scorpioni, le serpi e le pulci, non solo gli agnelli ed i fagiani, come dirà più tardi lo stesso S. Girolamo.
E dopo in Gen. 9,8-10 troviamo: “Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con tutti gli animali che sono usciti dall’Arca.” Come può Dio stabilire un’alleanza con gli animali se autorizza l’uomo a schiavizzarli e a massacrarli?

La religione ebraica, che nasce con Abramo il quale sacrifica a Dio un animale al posto del figlio, è costellata di continui olocausti che, ad un certo punto, Dio non gradisce più e chiede invece misericordia: (“Misericordia io voglio e non sacrificio.)-Osea. Gesù certo aderisce alla legge della compassione non certo a quella cruenta del sacrificio. Infatti sostituisce se stesso alla vittima sacrificale.

Al tempo di Gesù la Palestina pullulava di movimenti e sette religiose. Tra queste gli Esseni * un movimento spirituale di derivazione ebraica tra i più conformi ai dettami della legge dei grandi profeti. Gli Esseni vivevano, pensavano, pregavano ed operavano allo stesso modo di Gesù, per per questo è plausibile pensare che Gesù abbia seguito o abbia risentito di questo movimento.

Nella comunità degli Esseni non vi erano né ricchi né poveri, tutto era messo in comune; abolivano ogni distinzione di rango e privilegiavano la virtù sopra ogni cosa. Erano asceti, venivano considerati i ”puri”; compivano rituali che simboleggiavano la discesa dello Spirito Santo e rituali con la benedizione del pane e del vino; condannavano la schiavitù; erano esperti di profezia alla quale si preparavano con digiuno prolungato; consumavano il loro pasto frugale in silenzio precedendolo e terminandolo con la preghiera; non mangiavano carne né bevevano liquidi fermentati; erano rigorosi nella fede, cercavano la conoscenza diretta e personale di Dio più che la scrupolosa osservanza dei dogmi. Intendevano attuare la vera fede mosaica in contrapposizione alla religione ufficiale; professavano la carità verso gli indigenti. Significativo era il giuramento che alla fine l’adepto doveva pronunciare: “Giuro di adorare ed onorare Iddio, di serbare giustizia e carità alle sue creature, di non nuocere a nessuno…” Venivano chiamati misericordiosi, poveri in spirito. La loro casa era aperta a tutti.
Disdegnavano il matrimonio ma adottavano i figli altrui. Quando viaggiavano non portavano nulla ma erano armati a motivo dei briganti. Mandavano offerte al tempio ma non compivano sacrifici. Non odiavano nessuno, sia ingiusto o nemico, ma pregavano per essi. Affermavano che la carne resusciterà e sarà immortale come l’anima. Analogie con lo spirito del Vangelo: la santificazione dei pensieri, la povertà, l’abbandono in Dio. Come Pietro avevano un arma per difendersi dai briganti.
Non potevano possedere denaro. Il celibato e la mancanza di procreazione li obbligava ad accettare fanciulli orfani. Essere benevoli verso gli animali era una regola di vita. Erano guaritori, esorcisti per imposizione delle mani. Si chiamavano i poveri in spirito. Molti divennero cristiani col nome di Ebioniti e Nazorei. S. Epifanio dice che gli Esseni erano vegetariani. Egisippo dice che Pietro essendo Nazireo era di conseguenza vegetariano come Giovanni, Giacomo e Stefano. Filone, storico contemporaneo, afferma che prestavano gratuitamente i loro locali per la Pasqua a patto che si rispettassero le loro regole. Da studi archeologici il Cenacolo era nel cuore del quartiere Esseno. Gesù, secondo Matteo, disse al discepolo Giovanni di seguire un uomo con un otre colmo d'acqua sulla testa e lì avrebbe chiesto al padrone di concedergli un locale dove celebrare la Pasqua. Di solito erano le donne a portare l’acqua. Quell’uomo doveva essere un esseno, perché celibe doveva provvedere da solo a questo approviggionamento. Filone scrive: “Sono votati interamente al servizio di Dio e non sacrificano animali.”  Luca dice che il Bambino cresceva e viveva nel deserto fino al giorno della sua manifestazione. Il deserto, per gli Esseni, era la regione in cui abitavano. Pare che Giovanni Battista abbia avuto contatti con gli Esseni e che lo stesso Giovanni l’evangelista prima di essere discepolo di Gesù sia stato discepolo di Giovanni Battista . Il Vangelo di Giovanni è completamente imperniato sul tema della lotta tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre, come gli scritti di Qumran in cui vi sono evidenti influssi di dottrina gnostica.. Gli Esseni avevano uno straordinario culto degli Angeli e ritenevano imminente la fine del mondo.

Per quanto suddetto appare evidente l’analogia tra il pensiero di Gesù con quello degli Esseni e se questi erano vegetariani è ragionevole supporre che anche Gesù avesse dei contatti con loro, anche perché diversamente gli Esseni incarnerebbero un sentimento di rispetto, carità e compassione più vasto di quello di Gesù che limita tale sentimento ai soli membri della specie umana.


E come potevano i dottori della prima chiesa cristiana, d’Occidente (S. Agostino, S. Ambrogio, S. Girolamo, S. Gregorio Magno) e d’Oriente (S. Atanasio, S. Basilio Magno, S. Giovanni Crisostomo e S. Gregorio di Nazianzo), i molti santi ed asceti dei primi secoli cristiani praticare e raccomandare l’astinenza dalla carne se non avessero ricevuto tale regola da Cristo o dagli apostoli? Se Cristo e gli apostoli non fossero stati vegetariani come avrebbe potuto S. Girolamo affermare che la licenza di mangiare carne sia stata un’interpolazione ai testi sacri aggiunta tardivamente dalla Chiesa in un periodo di basso profilo spirituale ma che in principio non fu così. E ancora. “La dieta senza carne, che apparteneva allo stato originario dell’uomo, ricominciò con la venuta di Cristo. Da allora non ci è più permesso ripudiare la moglie né mangiare la carne.” Le stesse motivazioni sono alla base del pensiero di Nilo Asceta e di S. Basilio di Poiana. Quest’ultimo fa anche un elenco di tutti i santi che praticarono l’astinenza dalla carne. Inoltre S. Girolamo contesta l’idea che gli animali siano al servizio dell’uomo e che servano per la sua mensa. “Se così fosse”, dice, “non solo le lepri ed i fagiani dovrebbero imbandire le tavole, ma anche i vermi, le cimici e le serpi.”


Lo stesso S. Agostino e le comunità da lui guidate escludevano l’uso della carne. Eusebio di Cesarea sosteneva che gli apostoli si astenevano dalla carne e dal vino e che Giacomo non mangiò mai carni fin da quando era nel grembo materno. Anche Clemente Alessandrino, parlando di Matteo, afferma che questi si nutriva di semi, frutta ed erbaggi mentre S. Clemente Romano dice che S. Pietro si nutriva solo di pane, olive ed erbe. Lapidaria risulta l’affermazione di S. Ambrogio quando afferma che “la carne fa cadere anche le aquile che volano.”

Se l’astinenza dalla carne non fosse stata una regola del cristianesimo antico come si spiega l’adesione a tale precetto di tutti i primi ordini monastici e religiosi?
La regola dei Benedettini fondati da S. Benedetto, primo legislatore monastico occidentale, vietava l’uso della carne perfino ai bambini che in quel periodo erano ammessi nei monasteri fin dall’età di 5 anni. A tale regola aderirono pienamente i Cistercensi. S. Pier Damiani esortava caldamente i Camaldolesi, fondati da S. Romualdo, ad astenersi dalla carne. La regola di S. Bruno, fondatore dei Certosini, comprendeva l’esclusione completa dalle carni al punto che se un religioso trasgrediva tale regola veniva espulso dall’Ordine. I Carmelitani nel cui ordine S. Teresa d’Avila e S. Giovanni della Croce, raccomandavano la regola dell’astinenza completa dalle carni, come nell’Ordine dei Trinitari fondati da S. Giovanni de Mata. I Domenicani ed i Trappisti praticavano l’astinenza dalle carne anche se ammalati. E poi ancora S. Bonaventura, fondatore dei Frati Minori; l’Ordine delle Clarisse; S. Francesco da Paola; S.Giuseppe Benedetto Cottolengo che fondò 4 comunità contemplative a cui diede la regola dell’astinenza dalle carni; S. Chiara da Montefalco che fin da 6 anni non mangiò mai carne; S. Filippo Neri che udì la voce del Signore che gli chiedeva di vivere tra i poveri e di non mangiare carne.

Tra gli altri Santi erano vegetariani: S. Pietro di Tarantasia, eccezionale taumaturgo; S. Pietro Regalado, anch’egli potente taumaturgo, francescano; S. Vincenzo Ferrer, francescano, forse il più grande predicatore di tutti i tempi; S. Caterina da Siena che si nutriva solo di pane ed erbe crude;S. Fulgenzio che affermava che gli umili servitori di Cristo si astengono dal mangiare carne o dal bere vino. E ancora: S. Bonaventura da Bagnoregio, S. Clemente, l’Abate Migne, S. Bernardo di Chiaravalle, S. Alberto Magno e tanti, tanti altri.

 

"O Signore, accresci in noi la fratellanza con i nostri piccoli fratelli; concedi che essi possano vivere non per noi, ma per se stessi e per Te; facci capire che essi amano, come noi, la dolcezza della vita e ti servono nel loro posto meglio di quanto facciamo noi nel nostro"(San Basilio Magno)

 

*Nota sugli esseni e sul legame fra Gesù e loro:

E per ultimo, anche il Papa conferma il legame fra Esseni e Gesù
CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 5 aprile 2007 (ZENIT.org).- Al centro della Pasqua nuova di Gesù c’è la Croce, ha affermato questo giovedì Benedetto XVI presiedendo, nella Basilica di San Giovanni in Laterano, la concelebrazione della Santa Messa “in coena Domini”.

Nell’omelia della celebrazione, durante la quale ha compiuto il rito della lavanda dei piedi a dodici uomini, rappresentanti delle aggregazioni laicali della Diocesi di Roma, il Pontefice ha ricordato che la celebrazione della Pasqua di Israele era una festa di commemorazione, di ringraziamento e, allo stesso tempo, di speranza, al cui centro c’era l’agnello, simbolo della liberazione dalla schiavitù in Egitto.

Il ringraziamento e la benedizione di Dio raggiungevano il culmine nella berakha, in greco eulogia o eucaristia: “il benedire Dio diventa benedizione per coloro che benedicono. L’offerta donata a Dio ritorna benedetta all’uomo”.

“Tutto ciò ergeva un ponte dal passato al presente e verso il futuro: ancora non era compiuta la liberazione di Israele. Ancora la nazione soffriva come piccolo popolo nel campo delle tensioni tra le grandi potenze”; il “ricordarsi con gratitudine dell’agire di Dio nel passato diventava così al contempo supplica e speranza: Porta a compimento ciò che hai cominciato! Donaci la libertà definitiva!”

E’ questa cena “dai molteplici significati” che Gesù celebrò con i suoi la sera prima della sua Passione, ha osservato il Papa, ed è “in base a questo contesto dobbiamo comprendere la nuova Pasqua, che Egli ci ha donato nella Santa Eucaristia”.

Benedetto XVI ha quindi ricordato “un’apparente contraddizione” tra il Vangelo di Giovanni da un lato e gli altri tre dall’altro.

“Secondo Giovanni, Gesù morì sulla croce precisamente nel momento in cui, nel tempio, venivano immolati gli agnelli pasquali”, il che significa che “morì alla vigilia della Pasqua e quindi non poté personalmente celebrare la cena pasquale”.

Per i tre Vangeli sinottici, invece, “l’Ultima Cena di Gesù fu una cena pasquale, nella cui forma tradizionale Egli inserì la novità del dono del suo corpo e del suo sangue”.

La scoperta degli scritti di Qumran ha condotto a una “possibile soluzione convincente che, pur non essendo ancora accettata da tutti, possiede tuttavia un alto grado di probabilità”, ha rammentato il Papa: quanto è raccontato da Giovanni è storicamente preciso.

“Gesù ha realmente sparso il suo sangue alla vigilia della Pasqua nell’ora dell’immolazione degli agnelli – ha osservato –. Egli però ha celebrato la Pasqua con i suoi discepoli probabilmente secondo il calendario di Qumran, quindi almeno un giorno prima – l’ha celebrata senza agnello, come la comunità di Qumran, che non riconosceva il tempio di Erode ed era in attesa del nuovo tempio”.

In luogo dell’agnello, Gesù “ha donato se stesso, il suo corpo e il suo sangue”.

Gesù stesso era “l’Agnello atteso, quello vero, come aveva preannunciato Giovanni Battista all’inizio del ministero pubblico di Gesù”, così come “è Egli stesso il vero tempio, il tempio vivente, nel quale abita Dio e nel quale noi possiamo incontrare Dio ed adorarlo”.

“Così al centro della Pasqua nuova di Gesù stava la Croce. Da essa veniva il dono nuovo portato da Lui. E così essa rimane sempre nella Santa Eucaristia, nella quale possiamo celebrare con gli Apostoli lungo il corso dei tempi la nuova Pasqua”.

“Dalla croce di Cristo viene il dono”, ha dichiarato il Vescovo di Roma.

L’haggadah pasquale, la commemorazione dell’agire salvifico di Dio, è diventata quindi “memoria della croce e risurrezione di Cristo – una memoria che non ricorda semplicemente il passato, ma ci attira entro la presenza dell’amore di Cristo”.

“E così la berakha, la preghiera di benedizione e ringraziamento di Israele, è diventata la nostra celebrazione eucaristica, in cui il Signore benedice i nostri doni – pane e vino – per donare in essi se stesso”, ha proseguito

 Preghiamo il Signore di aiutarci a comprendere sempre più profondamente questo mistero meraviglioso, ad amarlo sempre di più e in esso amare sempre di più Lui stesso – ha concluso il Papa –. Preghiamolo di attirarci con la santa comunione sempre di più in se stesso. Preghiamolo di aiutarci a non trattenere la nostra vita per noi stessi, ma a donarla a Lui e così ad operare insieme con Lui, affinché gli uomini trovino la vita – la vita vera che può venire solo da Colui che è Egli stesso la Via, la Verità e la Vita”.

 

Elisabetta Bertolino

Ultimo aggiornamento Martedì 02 Febbraio 2010 12:15