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Mangiare e bere in Gesù (capitolo I) PDF Stampa E-mail
Scritto da Stefano Severoni   
Venerdì 04 Novembre 2011 13:57

CAPITOLO PRIMO. LE FONTI DELLA RICERCA

1. Annotazioni preliminari

Se ci siamo proposti di conoscere il rapporto di Gesù con il mangiare e bere, dovremo anzitutto individuare le fonti per la nostra specifica ricerca.

Gesù Cristo è il Figlio di Dio, il Messia, il Salvatore, la Seconda Persona della Trinità.

 

 

 

Egli non scrisse nulla. Tutto ciò che sappiamo di lui proviene da testimonianze varie. I vangeli attestano che diversi testimoni l’hanno accompagnato nella sua avventura umana, che và probabilmente dal 6 a.C. al 30 d.C. Le fonti che parlano di Gesù non sono soltanto i numerosi scritti cristiani, tra i quali eccellono i quattro vangeli canonici ma anche alcuni testi apocrifi, e diversi documenti non cristiani (pagani e giudaici). Questi ultimi sono più scarsi di notizie, e scritti da autori per lo più indifferenti a Gesù. Tuttavia essi sono importanti, in quanto ci offrono informazioni sul modo in cui i suoi contemporanei hanno reagito di fronte al cristianesimo, e su ciò che essi sapevano del suo fondatore, quel Gesù di Nazareth soprannominato il Cristo. Oggi siamo in possesso di 27 fonti cristiane, 3 pagane e 3 giudaiche.

 

 

 

Gli scritti cristiani sono i 27 libri del Nuovo Testamento. Il Nuovo Testamento è quella parte della rivelazione scritta (la Bibbia), che s’è realizzata storicamente dalla nascita di Gesù sino alla morte dell’ultimo degli apostoli, Giovanni, avvenuta probabilmente nell’anno 104. Si chiama Nuovo Testamento, in quanto presenta all’umanità la Nuova Alleanza (Testamento significa alleanza), offerta agli uomini da Dio mediante il sacrificio del suo Figlio.

Il Nuovo Testamento letterariamente comprende i seguenti libri:

- i 4 vangeli: Mt – Mc – Lc – Gv, l’insegnamento diretto di Gesù tramandatoci dagli evangelisti;

- gli At, scritti da Luca, lo stesso autore del terzo vangelo;

- le 14 lettere paoline, di cui:

a) 7 lettere protopaoline (scritte da Paolo, l’apostolo delle genti, e dirette a diverse comunità cristiane): Rm – 1Cor - 2Cor – Gal – Fil – 1Ts – Fm;

b) 3 lettere deuteropaoline (opera di discepoli vicini a Paolo): Ef – Col – 2Ts;

c) 3 lettere tritopaoline, pastorali (gli scritti più recenti di Paolo): 1Tm - 2Tm - Tt;

- 7 lettere cattoliche: Gc – 1Pt - 2Pt – 1Gv - 2Gv -3Gv – Gd;

- l’Ap, rivelazione sull’avvenire della Chiesa e del mondo, indirizzata alle Chiese dell’Asia Minore.

Gli scritti del Nuovo Testamento apparvero molto lentamente: venti, trenta, quarant’anni ed oltre dopo la morte di Gesù, quando il principale mezzo di comunicazione era la trasmissione orale. I quattro vangeli descrivono chi era Gesù e cosa era venuto a fare sulla terra. Essi dedicano tanta parte alla sua morte e risurrezione, descrivono i miracoli, spiegano cos’è il regno di Dio/dei cieli. Gesù ha usato spesso parabole, ossia racconti di vita quotidiana; insegnato che gli uomini possono conoscere Dio personalmente e sono chiamati a seguirlo.

Gli At invece descrivono la Chiesa nascente, e sono concentrati sull’attività prima di Pietro e poi di Paolo.

Gli altri scritti neotestamentari, le 21 lettere e l’Ap, diversamente, sono occasionali e rispondono a precisi problemi, ed a concrete esigenze delle prime comunità cristiane.

Le fonti cristiane ci descrivono con semplicità, verità, autenticità  autorevole la vita ed il messaggio di Gesù. Esse sono giunte a noi in lingua greca, allora molto diffusa nel bacino del Mediterraneo, e conservate in papiri. Unendo i fogli di papiro si ottenevano lunghe strisce che potevano essere arrotolate: rotoli di papiro o pergamene (da Pergamo, la città in cui ne fu perfezionato l’uso). Esistono più di 5˙000 copie manoscritte, trovate in Asia, Africa ed Europa, sostanzialmente eguali. I più antichi manoscritti sono il Codice Vaticano ed il Codice Sinaitico. Di nessun altro libro dell’antichità si possiedono oggi così tanti documenti.

2. Il genere bios

Come giustamente sostiene R. A. Burridge, decano del King’s College di Londra, individuare il genere letterario di un testo è fondamentale per verificare la sua attendibilità.

La ricerca contemporanea oggi tende a considerare con maggiore fiducia il fondamento storico delle narrazioni evangeliche, ma vede sempre più stretta la relazione fra i vangeli e le biografie greco-romane antiche. Forse per questo motivo stanno scomparendo, in questi ultimi anni, le vite di Gesù.

Si deve a Burridge una ricerca accurata sugli studi critici dei vangeli, le teorie letterarie e la produzione biografica del mondo greco-romano ed ebraico dei tempi di Gesù. Egli ritiene che i vangeli non siano un genere “unico ed irriducibile”, com’è invece del parere N. Frye, ma siano sostanzialmente delle vite di Gesù. Secondo Burridge il genere bíos sarebbe intermedio fra la narrazione storica e l’encomio, e cioè il panegirico e l’elogio delle virtù dell’eroe. Il bíos attingerebbe, pertanto, sia dalla storia sia dalla retorica, oltre che dall’insegnamento filosofico, religioso, morale e politico dell’epoca.

Egli riduce a quattro le principali caratteristiche di questo genere letterario del bíos:

1) note introduttive: titolo, che può contenere addirittura il nome del genere (tragedia, autobiografia, storia, vita); prologo, che permette una certa identificazione del genere, come gli inizi delle lettere paoline;

2) soggetto: eroi, filosofi, maestri, condottieri, imperatori;

3) caratteristiche esterne:

a) modo di rappresentare il soggetto;

b) lunghezza: mentre le narrazioni storiche sono lunghissime, le monografie hanno un’estensione media;

c) struttura;

d) uso delle fonti scritte ed orali;

e) metodi di caratterizzazione dell’eroe; esse contribuiscono ad indicare l’aspetto formale del testo;

4) caratteristiche interne: in aggiunta al soggetto ed alle caratteristiche d’apertura, l’ambientazione, la disposizione emotiva ed i temi definiscono il contenuto dell’opera. Lo stile, il tono, la disposizione emotiva, l’atteggiamento, i valori e la qualità della caratterizzazione, concorrono a veicolare tale contenuto4.

Dopo aver delineato il genere, Burridge ha preso in esame dieci bíoi = vite greco-romane, cinque scritti prima e cinque dopo i vangeli. Il risultato è l’affermazione che il genere bíos è molto flessibile e varia in ognuna delle opere. In esse, la caratteristica più importante è l’attenzione esclusiva al soggetto: tutte queste opere si concentrano sul personaggio biografato, che è protagonista unico ed esclusivo dello scritto. La trattazione, però, è molto duttile: qualche volta vi è una piena copertura di tutta la vita dell’eroe; altre volte di un solo periodo; talvolta ci si concentra sui fatti e sulla cronologia, altre volte su alcune tematiche, insegnamenti o virtù in ordine non cronologico. Il genere, però, non è senza confini. Per appartenere al bíos, un’opera deve avere almeno una sufficiente qualità di note caratterizzanti il genere.

Burridge applica ai vangeli l’identica analisi impiegata nei riguardi delle dieci biografie.

A proposito delle note introduttive, egli rivela, ad esempio, che Mt inizia con la genealogia di Gesù, elemento caratteristico del bíos, e che il prologo di Lc (1,1-4) è una vera e propria introduzione storiografica, simile ai prologhi della contemporanea letteratura biografica greco-romana.

In secondo luogo, il soggetto dei vangeli è esclusivamente Gesù, personaggio chiave che occupa tutta la scena: gli altri personaggi ruotano attorno a lui. Il cerchio di luce è sempre su Gesù. Diversa è invece la situazione degli At, ove la narrazione ha come protagonisti gli apostoli, soprattutto Pietro e Paolo.

La concentrazione esclusiva su Gesù, tipica del bíos, è confermata dall’analisi del soggetto dei verbi: nei vangeli, Gesù è il soggetto in circa un quarto dei verbi (24,4%), ed un ulteriore quinto si riferisce alle sue parole, al suo insegnamento ed alle sue parabole (20,2%). Nessun altro personaggio ottiene un’attenzione superiore all’1%. I discepoli, come individui e come gruppo, segnano il 12,2%; coloro ai quali Gesù parla o che aiuta, il 9,3%; tutti i rimanenti raggiungono il 5%5.

I vangeli si concentrano sugli ultimi due-tre anni della vita di Gesù, e soprattutto sulla sua morte. Tale mancanza di riferimenti agli altri anni, è stata sovente presentata come una forte obiezione alla considerazione biografica dei vangeli. In realtà, nei dieci bíoi esaminati dallo studioso, i primi trenta o quaranta anni degli eroi, o sono trattati molto brevemente o addirittura omessi; l’accento è posto sul periodo decisivo della loro esistenza e sulla loro morte.

Inoltre, analizzando statisticamente quanto spazio gli evangelisti dedicano alla passione e morte di Gesù, si arriva alle seguenti conclusioni:

Mt e Lc dedicano all’ultima cena ed alla passione, morte e risurrezione di Gesù, il 15% del loro racconto, mentre Mc il 19%. Se si paragona ciò con lo spazio dato alle ultime vicende dell’eroe nei bíoi greco-romani antichi, si nota che si è nella norma: ad esempio, nei dieci bíoi analizzati da Burridge, in Plutarco (m. 120 d.C.), autore di Catone il Minore, opera scritta in greco e facente parte delle Vite parallele, la percentuale è del 17%; in C. Nepote (m. 24 a.C.) del 15%; in P. C. Tacito (m. 120 d.C.) del 10%; in F. Filostrato (m. 250 d.C.) del 26%. La concentrazione degli evangelisti sulla passione e morte di Gesù non sarebbe, pertanto, un argomento contro il carattere biografico dei vangeli. Si supererebbe, così, anche il luogo comune, enunciato per la prima volta da M. Kähler, secondo cui Mc sarebbe la storia della passione di Gesù con un’ampia introduzione. In realtà, nel secondo vangelo, la passione occupa solo il 19,1% dell’intera narrazione marciana, e non si può considerare il rimanente 80,9% come mera introduzione. Inoltre, l’analisi dello svolgimento dei tre vangeli sinottici mostra che gli autori stanno narrando una storia con una progressione geografica del ministero di Gesù dalla Galilea a Gerusalemme, e con una struttura cronologica, che và dalla nascita (Mt, Lc) o dal ministero pubblico (Mc), alla sua passione e morte (Mt, Mc, Lc). In tale cornice spazio-temporale ogni evangelista ha inserito il materiale tematico: tutto ciò è tipico dei bíoi greco-romani.

Per quanto concerne il modo di caratterizzazione, alcuni notano che nei vangeli è assente una qualsiasi presentazione fisica e psicologica del personaggio centrale, Gesù. Tuttavia, questo è un requisito delle vite moderne. Il metodo antico ricavava il carattere del personaggio dai suoi detti e dalle sue gesta. Luca lo ha affermato apertamente: diversamente dagli At, il suo vangelo tratta di ciò che Gesù iniziò a fare ed insegnare (cfr. At 1,1). Invece di parlare in maniera astratta di carità e d’accoglienza, i vangeli mostrano Gesù disponibile e comprensivo nei confronti dei bisognosi . Si tratta di una caratterizzazione indiretta, ma non per ciò meno efficace e completa. Gli evangelisti, al pari degli autori dei bíoi, hanno cercato di caratterizzare il loro personaggio, non offrendo una fotografia di Gesù, bensì un suo ritratto, cioè una sua immagine interpretata e meditata. Essi non hanno dato caratterizzazioni astratte e stereotipe, ma concrete ed originali.

A proposito della terza caratteristica analizzata da Burridge, ossia le note esterne, i vangeli sono opere di prosa narrativa di media lunghezza, con una struttura sostanzialmente cronologica, ed inserzioni tematiche quasi tutte relative a Gesù. In essi vi è un’atmosfera di rispetto e di venerazione, che è la più idonea a comunicare un messaggio religioso e salvifico. La stessa atmosfera di serietà si ha, ad esempio, nel Mosè di Filone Alessandrino (m. 50 d.C.), in forte contrasto con la leggerezza delle opere di Luciano di Samosata (m. 120 d.C.) e di Satiro (III secolo a.C.).

Quanto si è affermato sui sinottici, lo si può altresì  sostenere per il quarto vangelo, considerato solitamente come interessato ad affermazioni teologiche astratte, e non all’attività del Figlio di Dio. Burridge, invece, nella sua analisi, mostra che più di un quinto dei verbi di Gv ha come soggetto Gesù (20,2%). Se si aggiungono i soggetti dei detti riferiti a Gesù, s’arriva al 55,3%, risultato addirittura superiore agli stessi sinottici. La conclusione è abbastanza sorprendente: Gv è interessato all’attività di Gesù, sia nella narrazione che nell’insegnamento. Inoltre, un terzo del Vangelo secondo Giovanni è dedicato all’ultima settimana, all’addio, ed alla passione e morte di Gesù. Questo dato non è neanche estraneo ai bíoi.

In conclusione, in base all’analisi di Burridge, l’aggettivo biografico si può applicare a ragione ai vangeli, che possono essere visti quindi come vere e proprie vite di Gesù. Non sarebbe, pertanto, corretto sostenere che i vangeli sono essenzialmente la storia dell’esperienza cristiana. Ciò si può affermare degli At, delle lettere paoline e dell’Ap. I vangeli, diversamente, sono concentrati su Gesù, sulle sue parole, sui suoi atteggiamenti, sulle sue opere di potenza, e soprattutto sull’evento salvifico della sua morte e risurrezione. La primitiva comunità cristiana non avrebbe prodotto i vangeli come bíoi se non fosse stata interessata alla persona storica di Gesù, fonte e fondamento della propria vita di fede, di preghiera, di servizio e di testimonianza.

Se il confronto è, poi, esteso alla letteratura qumranica ed all’apocrifo Vangelo di Tommaso, appare netta la rilevanza “storico-biografica” dei vangeli canonici. Essi sono sì documenti kerigmatici, ma pieni d’indicazioni storiche e biografiche, come ha rilevato H. Küng:

«Ogni manipolazione, ideologizzazione e mitizzazione di Cristo ha il suo limite nella storia. Il Cristo del cristianesimo – non lo si ribadirà mai a sufficienza contro ogni antico e nuovo sincretismo – non è semplicemente un’idea fuori del tempo, un princìpio di validità eterna, un mito dal significato profondo […]. Il Cristo dei cristiani è, infatti, una persona del tutto concreta, umana, storica: il Cristo dei cristiani non è altro che Gesù di Nazareth. In tal senso, il cristianesimo si fonda essenzialmente sulla storia, la fede cristiana è essenzialmente una fede storica […]. Solo in base al suo carattere di fede storica il cristianesimo poté imporsi dal princìpio a tutte le mitologie, a tutte le filosofie, a tutti i culti misterici6».

È nella storia che si manifesta la valenza teologica del Cristo. Il contenuto della professione di fede cristiana e della salvezza portata da Cristo, si riferisce pertanto alla storia, e cioè all’opera, alla persona, al destino del Cristo morto-risorto. L’annuncio dei primi discepoli non è che un riferimento salvifico alla storia del Cristo. È nella storia concreta del Cristo che si manifesta e si realizza il disegno salvifico di Dio, così com’è nella storia concreta della Chiesa, guidata dallo Spirito Santo, che si manifesta e si realizza la salvezza dell’umanità in Cristo. Tale storia, intesa sia come “accadimento” che come “salvezza”, non è da intendersi, però, come composta di dimensioni in divaricazione o in opposizione fra loro, quasi esistessero due piani paralleli ed irrelati. Essa, invece, è un unico filo rosso con aspetti in stretta correlazione fra loro. In particolare, con l’evento Cristo, la storia è giunta alla sua massima pregnanza salvifica, poiché in lui la storia = esistenza, fatta di gesti, parole, atteggiamenti, evento pasquale, è contemporaneamente salvezza definitiva. In sostanza si può sostenere che la storia di Gesù – il Cristo “biblico” –, è il polo originario ed insostituibile di ogni ricomprensione cristologica. Essa rappresenta il primo criterio di validità cristologica.

3. I vangeli canonici

Pertanto le fonti della nostra conoscenza di Gesù sono in primo luogo i quattro vangeli canonici.

Ogni vangelo racconta l’evento di Gesù ad una particolare comunità cristiana:

- Mt ad una comunità d’origine giudaica;

- Mc alla comunità di Roma;

- Lc alla comunità d’ambiente greco-ellenistico.

- Gv ad una comunità già cristiana.

Tale presentazione fu segnata dall’interpretazione teologica dell’evangelista, frutto, a sua volta, della maturazione progressiva dell’esperienza e della fede cristiana. Da qui la diversificazione dei vangeli. In essi vi sono un dato teologico di fondo ed una struttura narrativa comuni, ma pure delle differenze dal punto di vista della disposizione della materia e dell’interpretazione teologica.

È possibile riscontrare gli elementi che risalgono al primo, al secondo o al terzo strato, mediante determinate tecniche letterarie, linguistiche ed ermeneutiche messe a punto dall’esegesi storico-critica. Questi criteri che consentono di risalire alla predicazione del Gesù storico, sono:

a) l’attestazione multipla;

b) la discontinuità rispetto alle concezioni del giudaismo ed a quelle della Chiesa primitiva;

c) la conformità con l’epoca e l’ambiente di Gesù, ma soprattutto con il suo insegnamento fondamentale;

d) la coerenza intrinseca e con il quadro d’insieme, di un detto e di un fatto.

Tali criteri non devono essere in ogni caso assolutizzati, né utilizzati l’uno in contrapposizione all’altro, bensì in modo convergente e, soprattutto, sulla base dell’unità di fondo della vicenda e del messaggio di Gesù. Recentemente anche le tecniche dell’ermeneutica, della filosofia del linguaggio, e di un’analisi fenomenologica, tesa ad evidenziare il vissuto di Gesù, sono esplorate allo scopo di giungere a cogliere ed esprimere il timbro autenticamente gesuano delle narrazioni evangeliche.

Si osserva che non è possibile provare scientificamente che i vangeli riproducano le parole testuali di Gesù (ipsissima verba Christi). Ciò nonostante, gli studi recenti di linguistica, di sociologia storica, di psicologia dinamica di gruppo e di folclorismo popolare, hanno permesso una migliore conoscenza dell’ambiente socio-culturale e religioso in cui si è formato e ha operato Gesù. Nel mondo giudaico di quei tempi, la famiglia, la sinagoga e la scuola costituivano le istituzioni fondamentali per la trasmissione delle tradizioni religiose e popolari. La cura della memoria del passato è la caratteristica fondamentale d’Israele, in tutte le epoche. I discepoli di Gesù erano profondamente intrisi di questa cultura della memoria e della tradizione7. R. Riesner ha riscontrato che su 247 logia = detti evangelici considerati autentici dagli studiosi, 197 sono formulati in maniera tale da facilitarne al massimo la memorizzazione.

Come si legge nell’istruzione Sancta Mater Ecclesia (1964):

«Il Signore nell’esporre a voce il suo insegnamento seguiva le forme di pensiero e di espressione allora in uso, adattandosi per tale modo alla mentalità degli uditori e facendo sì che quanto egli insegnava si imprimesse fermamente nella loro mente e potesse essere ritenuto con facilità8».

Nel Nuovo Testamento abbiamo diversi generi letterari: detti, parabole, apoftegmi, racconti di miracoli, atti e lettere. Il vangelo è “il lieto annuncio” dell’amore di Dio che manifesta pienamente la propria fedeltà nella risurrezione del Signore e nella chiamata dell’uomo ad esserne partecipe. All’epoca della Chiesa protocristiana, il termine vangelo (eu aggelion = buona notizia) era ricorrente per indicare le vittorie militari e le imprese dell’impero. Ma, nell’accezione cristiana, l’uso del vocabolo vangelo deriva dal vocabolario della LXX, nella quale il verbo euanghelìzesthai traduce l’ebraico bissēr (cfr. Is 52,7). Da questo testo isaiano si rileva che il vangelo è connesso con la regalità di JHWH, re in quanto realizza la pace, il bene e la salvezza. Il vangelo è collegato con la risurrezione, cioè con il regno di Dio, quale ambito nel quale si realizza la giustizia di Dio. Il termine vangelo come opera si applica per la prima volta nello scritto di Marco, datato nel 65-70 d.C. Il vangelo è la fusione del kérygma con la storia di Gesù, non è il racconto della passione e della risurrezione del Cristo con un’introduzione adeguata. Solo a partire dalla metà del II secolo d.C., il termine εύαγγέλιον è stato applicato agli scritti che testimoniano il lieto annuncio.

Nei vangeli sinottici emerge un’immagine unitaria di Gesù:

a) Gesù Messia;

b) Gesù Figlio di Dio;

c) Gesù portatore della salvezza di Dio.

Gli evangelisti si sono richiamati alle tradizioni aventi la loro origine nel Gesù storico di Nazareth. Attraverso le loro narrazioni, essi si sono mossi nell’orizzonte della fede, certi di presentare qualcosa di vero, di realmente accaduto dell’esistenza di Gesù. A livello storico, il messaggio di Gesù concerne la signorìa di Dio, come realtà imminente, che in qualche modo stava irrompendo nel presente. Gli evangelisti hanno espresso l’aspetto singolare dell’annuncio di Gesù, del suo appello agli uomini, la sua promessa alla luce della fede nella sua risurrezione. Mt, Mc, Lc e Gv presuppongono la realtà storica e ne forniscono un’interpretazione. I vangeli non si presentano come una fotografia del Gesù storico, ma piuttosto un ritratto che apre la possibilità di una conoscenza più profonda e vitale del suo mistero. Vi emerge la figura di Gesù servo, che annuncia e dona la salvezza di Dio ed inaugura la nuova Sion. La Chiesa è la comunità messianica, che ha fede nel Figlio di Dio come orizzonte apocalittico della fede nel Padre.

4. Altre fonti antiche

Tra gli scritti cristiani si dovrebbero aggiungere i vangeli apocrifi (dal greco apókryphos = nascosto, in luogo di altri, da apo- + kryptein = nascondere), scritti da autori cristiani tra il II ed il IV secolo d.C., aventi l’intento di completare e rivedere quello che dicono i vangeli canonici sulla nascita di Gesù, sulla sua vita, dottrina, morte e risurrezione. Essi non sono riconosciuti dalla Chiesa cattolica, dal momento che in diversi punti si trovano in contrasto con quelli del canone del Nuovo Testamento.

Tra le fonti non cristiane distinguiamo 3 fonti pagane e 3 fonti giudaiche.

Gli scritti pagani sono:

a) quelli di Plinio il Giovane (m. 114), governatore dell’Asia Minore, composti nell’anno 112;

b) poi quelli di Tacito, il quale scrisse la storia dell’Impero Romano dal 14 al 68, riportando negli Annali (116) l’incendio di Roma dell’anno 64, attribuito dal popolo a Nerone (m. 64), il quale, però accusò di esso i cristiani;

c) il terzo autore pagano è C. Svetonio Tranquillo (m. 150), segretario di due imperatori, prima di Traiano (93-117) e poi di Adriano (117-138); egli scrisse la Vita dei dodici Cesari (120). L’autore, consultando gli archivi imperiali, riferì così nella vita dell’imperatore Claudio (41-54): «espulse da Roma i giudei, i quali, istigati da un certo Chresto, provocarono spesso tumulti»9. È probabile che l’espressione originaria «impulsore Chresto» fosse riferita a Cristo, in quanto era usuale accanto a Christus la scrittura Chrestos; dal contesto risulta, inoltre, che ci si riferiva ai seguaci di Cristo. La notizia è confermata da quanto ci dicono gli At (cfr. 18,2).

Le fonti giudaiche sono:

a) l’opera Antichità giudaiche (93) di G. Flavio (m. 103), storico della nazione giudaica, sacerdote di Gerusalemme; nell’anno 66 egli fu a capo degli insorti in Galilea contro Roma;

b) poi il Talmud (secoli IV-V), la raccolta di riflessioni e di tradizioni ebraiche. Esso riporta poche notizie su Gesù, non conformi a verità e decisamente ostili a lui; tuttavia è un testo importante, poiché indica come data della morte di Gesù il 14 Nisan, la stessa segnalata nel quarto vangelo;

c) la terza fonte giudaica è la lettera del siriano M. B. Serapion diretta al figlio, Serapione, ad Emessa, scritta dopo il 73, contenuta in un manoscritto del VII secolo, ritrovato nel XIX secolo dall’orientalista W. Cureton. In essa, l’autore ricorda che i giudei avrebbero giustiziato «il loro saggio re», che aveva tentato di dar loro nuove leggi. Perciò Israele è stato punito con la sottrazione del regno, il massacro di gran parte del popolo, nonché la dispersione dell’altra parte per tutto il mondo10. Il saggio re dei giudei potrebbe essere Gesù, presentato dopo altri esempi di maestri di pensiero: i filosofi Socrate (m. 399 a.C.) e Pitagora (m. 490 a.C.). Ma poiché nel testo non è esplicitato il suo nome, l’interpretazione rimane oggetto di discussione.

A questi scritti dei non cristiani si potrebbero aggiungere le antiche testimonianze dei polemisti pagani, i quali, partendo da preconcetti verso i cristiani, tentarono di presentare Gesù in forma negativa. Essi comunque sono una conferma dell’esistenza terrena del Figlio di Dio, il Messia atteso e poi crocifisso11.

5. Gesù Cristo nelle altre religioni e movimenti religiosi

La figura di Gesù è presente anche:

1) in altre religioni: ebraismo, islàm, buddhismo; induismo, ecc.;

2) in movimenti e credenze (Testimoni di Geova, Chiesa dell’Unificazione, ecc.).

Dopo i crolli di ideologie politiche totalizzanti, è un fenomeno universale il ritorno del “sacro” e l’esplosione delle “sette” o “nuovi movimenti o gruppi religiosi” o “movimenti non conformisti”, i quali provocano l’allontanamento dalle tradizioni religiose consolidate. In tali nuovi movimenti la comprensione di Gesù è di tipo neognostico, filtrata attraverso supposte rivelazioni dei vari fondatori: si nega la sua divinità, si ripudia il concetto di Dio Trinità, si relativizza il suo messaggio, in primis nelle sue implicanze dogmatiche ed etiche, si rifiuta la Chiesa. Ad esempio, per i Testimoni di Geova, Gesù sarebbe una creatura di Geova, un angelo di nome Michele. La Trinità è ritenuta un’invenzione satanica. Gesù sarebbe ritornato invisibilmente sulla terra nel 1914, e da quel momento governerebbe in modo invisibile il mondo.

Il Pontificio Consiglio della Cultura ed il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso hanno preparato un testo dal titolo Gesù Cristo portatore dell’acqua viva. Una riflessione cristiana sul «New Age» (2003). Il documento richiama l’attenzione sulla necessità di conoscere e comprendere il New Age quale corrente culturale, così come sulla necessità dei cattolici di una conoscenza dell’autentica dottrina e spiritualità cattolica per valutare in maniera corretta i temi di questa corrente. Nel New Age si parla di Cristo, ma non di Gesù di Nazareth. «Cristo» è un titolo conferito a qualcuno che ha raggiunto uno stato di coscienza in cui percepisce la propria divinità e può perciò affermare di essere un «Maestro universale». Gesù di Nazareth non era il Cristo, ma soltanto una delle figure storiche nelle quali questa natura “cristica” si è rivelata, come nel caso di Buddha e di altri. Ogni manifestazione storica del Cristo mostra chiaramente che tutti gli esseri umani sono celesti e divini e li conduce verso tale realizzazione12.

La letteratura del New Age presenta sovente Cristo come uno dei tanti saggi, iniziati avatar. Negli approcci del New Age:

  • Il Gesù storico personale ed individuale è distinto dal Cristo universale, impersonale ed eterno.
  • Gesù non è considerato l’unico Cristo.
  • La morte di Gesù sulla croce viene negata o reinterpretata per escludere l’idea che egli, in quanto Cristo, possa avere sofferto.
  • Documenti apocrifi (come i vangeli neo-gnostici) sono considerati fonti autentiche per la conoscenza di aspetti della vita di Gesù che non si possono trovare nel canone delle Scritture. Altre rivelazioni su Gesù, offerte da entità, spiriti guida e maestri asceti o anche dalle «Cronache di Akasha, sono fondamentali per la cristologia del New Age.
  • Si compie una specie di esegesi esoterica dei testi biblici per depurare il cristianesimo dalla religione formale che impedisce l’accesso alla sua essenza esoterica13.

5. 1. Gesù nell’islàm

Per quanto riguarda la figura di Gesù nell’islàm, dobbiamo analizzare il Corano (in arabo = recitazione). Il testo sacro dei musulmani crebbe nel tempo, in ventidue anni, dalla rivelazione sul monte Hira del 610, all’inizio della predicazione pubblica sino alla morte di Maometto, nel 632, dieci anni dopo la hijra, (622), la  migrazione dalla Mecca verso Yathrib, la città che diventerà “Medina”, la città per eccellenza, come Roma è l’Urbe. Maometto affermò di averlo ricevuto sotto dettatura da Dio, a cui è coeterno. Le rivelazioni furono imparate a memoria, custodite da una turba di recitatori-cantori, e da un’incerta quantità di appunti sparsi vergati su materiali di varia origine; recitare ad alta voce ritmando quelle parole imparate a memoria, riscriverle copiandole e ricopiandole, impone un continuo esercizio. Dopo la morte di Maometto, il materiale fu riorganizzato dai califfi. Alla metà del VII secolo, il lavoro di raccolta era ormai terminato e si trattava di affinarne la forma, di perfezionarne la grafia. Tuttavia il contenuto si sottraeva ad una sistemazione compatta, di facile intelligibilità.

Riferendoci ad una traduzione del Corano in una lingua che non sia quella in cui esso è stato ispirato, recitato e stilato – ossia l’arabo –, è opportuno parlare piuttosto di parafrasi (ossia di “traduzione interpretativa”). Infatti, trattandosi di un testo sacro è difficile ipotizzare che una lingua diversa dall’originale possa aderire ai significati ed al senso del discorso, in maniera tale da non lasciar adito a dubbi o, al limite, a fraintendimenti che possano pregiudicare una comprensione approfondita e la pratica religiosa ad un certo livello. Nel Corano, Gesù (Isa) è menzionato in 15 sure = capitoli, su 114, per un totale di 93 vv. Le sure, in prosa ritmata, contengono precetti cultuali e giuridici, racconti biblici, leggende, ed annunci escatologici. Nel libro sacro, Gesù è considerato un grande profeta dell’islàm, nato dalla vergine Maria, autore di molti miracoli - a dimostrazione della potenza di Dio -, e maestro del monoteismo assoluto e della sottomissione totale a Dio (= islàm). Egli è configurato come un vero muslim, proseguendo la tradizione che ebbe inizio con il primo uomo Adamo, e poi proseguita da Abramo, entrambi perfetti muslim, secondo il Corano. In questa prospettiva, in ogni modo, Gesù rimane semplicemente un profeta, pur essendo il più santo di loro, prima di Maometto. Il Corano rifiuta completamente la divinità di Gesù, data dalla dottrina del tawind = unicità di Dio. Dio non può incarnarsi in quanto è assolutamente remoto ed immutabile: «No, non s’addice al misericordioso prendersi un figlio»14. Il Corano interpreta la concezione verginale, miracoli e titoli (Messia, servo di Dio, benedetto, parola sicura, messaggero, ecc.), come segni della potenza di Dio. Il Corano nega la morte in croce di Gesù, dal momento che Dio non può lasciare nell’umiliazione della sconfitta un suo grande profeta. Nell’islàm, la Trinità e la redenzione sono considerate dottrine extrabibliche, e l’immagine di Gesù risulta notevolmente ridotta. Comunque il suo insegnamento, espresso principalmente nel discorso della montagna (cfr. Mt 5-8), provoca ancora oggi rispetto ed ammirazione in questa fede. L’islàm parte dall’affermazione assoluta dell’unicità di Dio, per poi operare una lettura essenzialmente profetica e religiosa di Gesù Cristo.

Nella Sura XXI. Al-Anbiyâ’ (I Profeti) vengono citati nell’ordine, Mosè e Aronne, Abramo, Isacco, Giacobbe, Lot, Noè, Davide e Salomone, Ismaele Giobbe, Enoch, Dh’l-Kifl, Giona e Zaccaria, Giovanni, Maria e suo figlio Gesù. Secondo la tradizione che riferisce in proposto un hadith di Maometto, i profeti furono in tutto 124˙000, e 313 di loro recarono un messaggio obbligatorio per le loro comunità.

Nella Sura II. Al-Baqara (La Giovenca), la più lunga dell’intero Corano, e contenente elementi di notevole importanza dal punto di vista dottrinale, è espresso con chiarezza che il Corano non è una “nuova” rivelazione, ma piuttosto la “rivelazione ultima”, che si ricollega a quelle precedenti per confermarle (v. 1), per abrogare elementi che avevano soltanto valore contingente, per ristabilire la purezza del culto in seguito alle deviazioni ed alle aberrazioni degli uomini.

In questa Sura II, si afferma: «Non facciamo differenza alcuna tra i suoi messaggeri» (v. 285). In tale tradizione si distinguono quelli che hanno recato una rivelazione (313 tra i quali Gesù) e sono denominati messaggeri (rusul, sing, rasul) e quelli che, ispirati da Allah, hanno predicato agli uomini, il culto del Dio unico e li hanno esortati al bene (‘anbiyâ, sing.nabi).

Nella Sura III. Al-‘Imrân (La Famiglia di Imran), si scrive:

«In verità, per Allah Gesù è simile ad Adamo che Egli creò dalla polvere e, poi disse: “sii” ed egli fu».

Qui s’intende sostenere che Gesù è una creatura, anche se la sua natura è del tutto particolare. Adamo non ebbe né padre né madre, Eva non ebbe madre, Gesù non ebbe padre.

Nel Corano, vi è un unico passo avente una qualche attinenza al motivo del mangiare e bere in Gesù. Nella Sura V. Al-Mâ’ida (La Tavola Imbandita), al v. 72 si ribadisce la condanna dell’identificazione di Allah con «Messia, figlio di Maria». Più avanti si aggiunge.

«Il Messia, figlio di Maria, non era un messaggero. Altri messaggeri erano venuti prima di lui, e sua madre era una veridica. Eppure entrambi mangiavano cibo» (v. 75).

«entrambi mangiavano»: semplicemente e nettamente viene indicata la discriminante tra il divino e l’umano: l’umano ha bisogni!

Poi ai vv. 78-79 troviamo:

«I miscredenti tra i figli di Israele che hanno negato, sono stati maledetti dalla lingua di Davide e di Gesù figlio di Maria. Ciò  in quanto disobbedivano e trasgredivano e non vietavano l’un l’altro quello che era nocivo».

L’imperativo «non esagerate» significa non eccedete nella venerazione di Gesù al punto da considerarlo divino.

6. Il Cristo dei filosofi

I filosofi moderni che si sono espressi su Gesù possono essere suddivisi in due categorie:

1) Coloro che lo interpretano alla luce della sola ragione in quanto opposta alla fede ed accentuano la sua eccezionalità umana (J. G. Fichte, L. Feuerbach, G. W. F. Hegel, I. Kant, J. Stuart Mill, F. W. Nietzsche, J. J. Rousseau, F. W. J. Schelling, F. D. E. Schleirmacher, B. Spinoza, il marxismo).

In questa categoria significativa può essere l’opera I grandi filosofi di K. Jaspers, ove l’autore da un lato presenta l’assoluta razionalità dell’evento Cristo, considerandolo un uomo al pari di Buddha (m. 486 a. C.), Confucio (m. 479 a. C.) e Socrate (m. 399 a.C.), e dall’altro, ne rivela l’innegabile “decisività”, in quanto Gesù è il più straordinario fra gli uomini “normativi”.

2) Coloro che lo interpretano nell’ambito della ragione e della fede riconoscendo a quest’ultima il privilegio di un’intelligenza più profonda ed autentica del mistero di Dio, di Cristo e dell’uomo (l’esistenzialismo cristiano, H. Bergson, M. Blondel, C. Fabro, M. Henry, S. A. Kirkergaard, G. W. Leibniz, J. B. Lotz, L. Pareyson, B. Pascal, M. F. Sciacca, E. Stein, X. Tilliette, S. Weil).

7. Gesù nella letteratura contemporanea

La letteratura (dal latino letteratura(m) – intesa come fatto altamente ispirato e matrice di opere d’arte a raggio universale -, è lo specchio autentico di un’epoca, nei suoi interrogativi più profondamente umani, quali la vita, la morte, l’amore, l’odio. Essa, pertanto, offre concreti spazi di riflessione universale sulla fede e sulla morale. La letteratura è indispensabile per l’interrogazione e la lettura problematica e complessa dell’esistenza umana. Essa è l’espressione pregnante delle molteplici densità psicologiche, sociologiche, linguistiche e culturali dei diversi raggruppamenti umani. Essa non è una provocazione estrinseca ad ulteriori problemi posti dai credenti, ma piuttosto fornisce il materiale stesso dell’acculturazione della fede. La storia letteraria è come un addentellato, o, come sosteneva Eusebio di Cesarea (m. 340) “una preparazione evangelica” e non una storia della teologia. La letteratura non ha solo una funzione “cosmetica”, ovvero di abbellimento esterno del linguaggio teologico, né sola funzione di sostegno a conferma di determinate scelte dottrinali. L’autentico letterato, dotato del dono del lógos, infatti, riesce a leggere in profondità l’animo umano, catturandone gli aneliti più profondi. Da ciò scaturisce la sua funzione di profeta dell’uomo, da lui interpretato nelle sue proiezioni di futuro e nelle sue intime interrogazioni morali e religiose. Come profeta del lógos umano, il letterato dispone di geniali moduli di lettura dello stesso Lógos divino.

Tra i diversi ritratti letterari di Gesù si ricordano tre moduli:

1) Il modulo del Cristo nascosto”, in cui il riferimento a Gesù è indiretto. Qui è adombrata un’incognita, una “x” in personaggi reali o immaginari. L’assenza di questa “x” è percepita come causa dell’infondatezza e dell’assurdità dell’esistenza. La sua presenza, invece, è avvertita come la soluzione alla decifrazione dell’enigma umano. In questa rappresentazione indiretta, nascosta ed allusiva del Cristo, il capostipite è l’Idiota (1968-69) di F. Dostoevskij (m. 1881), valutato quale miglior ritratto letterato di Gesù. Il principe Myskin rappresenta la cifra del Cristo fra gli esseri umani, con i suoi presentimenti profetici, con le sue intuizioni, con la sua grazia irradiante, con il suo perdere continuo, con il suo candore supremo, con la sua disponibilità nei confronti di tutti. Pure la figura innocente e vittima del piccolo Useppe in La storia (1972) di E. Morante, od il protagonista di Getsemani (1980) di G. Saviane rimandano a Cristo. Tale modulo del “Cristo nascosto” è altresì presente nelle grandi opere di G. Testori e del grande romanziere cattolico giapponese E. Shusaku.

2) Il Cristo reinventato” è, invece, il modello delle biografie letterarie di Gesù. Queste abbondano di notazioni storico-psicologiche, sovente esplorazioni soggettive del fondatore del cristianesimo. Questi, in tal modo, diviene portatore di motivazioni e valori propri del letterato. A riguardo esemplari sono il monumentale Gesù di Nazareth (1992) dello scrittore polacco R. Brandstätter, in due volumi (l’edizione originale è in quattro volumi (1967-1973), ove l’autore ritrae un grandioso affresco in quattro “tempi” della vicenda terrena del Cristo, dall’andamento “fluviale”, lento e maestoso come la Vistola, il lungo fiume che attraversa tutta intera la Polonia. Poi si ricorda La storia di Cristo (1921) di G. Papini, sferzante opera di edificazione umana e cristiana.

3) Un terzo modulo è poi dato dal Cristo epico. L’epica è il racconto universalizzato della vicenda umana, ove personaggi concreti ed avvenimenti circoscritti nel tempo e nello spazio diventano narrazioni esemplari della parabola umana. In essa la vicenda relativa si copre di significato assoluto. Il Signore degli Anelli (1977) dello scrittore cattolico inglese J. R. R. Tolkien è il paradigma tipico di tale interpretazione epica della vicenda umana riscattata da Cristo. In quest’opera è significativo e decisivo il fatto che la distruzione dell’anello – simbolo del potere puro ed insensato e del male assoluto – avviene solo all’alba di un 25 marzo, e proprio in forza dell’incarnazione del Lógos. L’innesto della forza e della presenza di Dio nel mondo, mediante l’evento Cristo, decide radicalmente della sconfitta di Satana.

Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Marzo 2012 15:57
 
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