| Mangiare e Bere in Gesù, capitolo II |
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| Scritto da Stefano Severoni |
| Domenica 18 Dicembre 2011 12:32 |
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CAPITOLO SECONDO. IL SOGGETTO: GESÙ CRISTO
Gesù Cristo è il Figlio di Dio, la seconda persona della Trinità, vissuto duemila anni fa.
La Bibbia non c’informa sulla sua data di nascita. Il vangelo dice soltanto che dei pastori vegliavano per custodire i loro greggi nella notte (cfr. Lc 2,1-20). Sebbene le date della storia siano segnate prima o dopo Cristo, pare che Egli non sia nato esattamente nell’anno 0: Dionigi il Piccolo (m. 545 d.C.) commise un errore, quando pensò di datare gli avvenimenti partendo dalla nascita di Gesù. Questa dovrebbe essere fissata nel 748-749 di Roma, che corrisponderebbe al 6 a.C.
Gesù è un personaggio storicamente esistito, vissuto in Palestina a cavallo tra il principato di Ottaviano Augusto e quello di Tiberio. I vangeli canonici ci riferiscono parte della sua vita e la sua morte, riportando la testimonianza di coloro, che lo hanno incontrato risorto.
1. I titoli di Gesù
Nel Nuovo Testamento, sono attribuiti a Gesù vari titoli, che descrivono ora l’uno ora l’altro aspetto della sua missione. I titoli cristologici sono le designazioni del Nuovo Testamento per Gesù, come Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo. Essi costituiscono vari approcci per comprendere chi era e chi è Gesù, che cosa ha fatto e che cosa fa. 1) Gesù è chiamato dai cristiani “il Figlio di Dio”. Con tale titolo s’indica che Dio condusse Gesù in una relazione unica ed intima con se stesso, e che l’eterno, increato messaggio di Dio, dimorò in Gesù. Il titolo Figlio di Dio indica: - un’intima e mutua conoscenza (Gesù conosce il Padre); - ed un’unità di volontà (Gesù fa soltanto la volontà di Dio). Questo titolo, inoltre, denota che i primi cristiani consideravano Gesù come il “nuovo Israele”, il compimento di tutte le speranze messianiche del popolo “eletto”. Proprio come il popolo d’Israele era stato detto «il figlio di Dio», ossia il popolo prescelto ed amato da Dio, così Gesù, il “nuovo Israele” è chiamato «Figlio di Dio» da coloro che credono in lui. Tale titolo non comporta in nessun modo che Gesù sia stato fisicamente generato da Dio. 2) Gesù è anche detto «Signore» (Kyrios, in latino Dominus). Nei sinottici, tale titolo è presente 201 volte: 80 in Mt; 18 in Mc e 103 in Lc. Nel terzo vangelo, tale denominazione ricorre non come espressione di semplice cortesia, piuttosto per indicare l’identità divina di Gesù, il quale era adorato nella Chiesa, in quanto riconosciuto come vero Figlio di Dio. Tale titolo indica colui che è in possesso di potere ed autorità, che i cristiani credono che Gesù abbia ricevuto da Dio, quando egli lo resuscitò dai morti. Il titolo indica la credenza che Gesù è l’unico mediatore tra Dio e l’umanità. Esso si riferisce altresì alla presenza del Cristo risorto nella comunità cristiana. La comunità stessa è sovente denominata «il Signore», specialmente nelle lettere paoline, nel significato di Cristo presente ed attivo tra il popolo. Quando i cristiani chiamano Gesù con tale titolo, inoltre, essi mostrano la loro fede nel fatto che Gesù ritornerà ancora al tempo dell’ultimo giorno, quando siederà alla destra di Dio come giudice. Una delle espressioni maggiormente utilizzate dai primi cristiani, che aspettavano questa seconda venuta, era «Maranatha!», che significa “Vieni, Signore Gesù!”. 3-4) Messia (dall’aramaico máshiáh = unto), era il termine usato nella Bibbia ebraica per definire il sacerdote di JHWH (cfr. Es 29,7; Lv 4,3), o il re (cfr. 1 Sam 10,1; 2 Sam 2,4; 1Re 1,39), con il quale culminerà la stirpe di Davide; egli sarà il fondatore del regno di Dio (cfr. 2 Sam 7), annunciato nel Nuovo Testamento come una realtà già presente (cfr. Mt 4,17; Lc 17,21.32), che avrà pieno compimento alla fine di tempi (Mt 12,43; 1 Cor 15,25). Nel Nuovo Testamento, il termine Messia si trova una sola volta (cfr. Gv 1,41; 4,25): in sua vece è usato il suo sinonimo Cristo, il quale deriva dal greco Kristós = unto. Cristo è il titolo rivendicato da Gesù con estrema cautela durante la sua vita terrena (cfr. Mt 16,20), più apertamente durante la passione (cfr. Mt 26,63-64), e decisamente dopo la risurrezione (cfr. Lc 24, 26); tant’è che Paolo lo chiama «Cristo Gesù» (Rm 1,1ss). In teologia, il termine Cristo significa che Gesù, nella sua natura umana, è stato unto dal crisma della divinità, ossia dalla grazia santificante e dall’unione ipostatica del Lógos fatto uomo con il Padre. Il titolo Cristo, quasi incomprensibile al di fuori dell’ambito semitico, scomparve ben presto come titolo a sé stante, e fu unito con il nome Gesù: Gesù Cristo. La parola esplicativa divenne nome, e ciò racchiude altresì un messaggio più profondo: egli è una cosa sola con il suo ufficio; il suo incarico ed il suo io sono inseparabili. Quindi il suo incarico è divenuto a buon diritto parte del suo nome[1]. Sia Mt che Lc iniziano con una genealogia (nel primo discendente, nel secondo ascendente), che mostra la discendenza di Gesù dal re Davide (1010-970 a.C.). Gli Ebrei credevano che il Messia sarebbe venuto dalla linea di Davide. La sua nascita a Betlemme, la città di Davide, per i primi cristiani era un’altra indicazione attestante che Gesù era proprio il Messia atteso. Il vocabolo, comunque, era ambiguo, ed i vangeli mostrano l’avversione di Gesù ad applicare questo titolo a se stesso. Per molti Ebrei del tempo, il messia si sarebbe rivelato in un capo militare, che li avrebbe liberati dal dominio pagano (rappresentato, al tempo di Gesù, dai Romani), ed avrebbe fondato un regno terrestre. Ma ciò in realtà non era il modo in cui Gesù intendeva propriamente la sua missione sulla terra. Quando Gesù fu processato, egli disse al governatore romano Ponzio Pilato: «Il mio regno non è di questo mondo […]. Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità» (Gv 18,36.37). Sebbene Gesù durante la sua esistenza terrena non sembra abbia riferito a se stesso il titolo di Messia, per i motivi sopra menzionati, dopo la risurrezione, i primi cristiani furono persuasi che Gesù era il Messia annunciato, cosicché sovente egli è semplicemente chiamato «Cristo», come sinonimo del suo nome Gesù. 5) Nel materiale evangelico risalta, nei detti di Gesù, una presenza massiccia di un’attribuzione come «Figlio dell’uomo». Le risposte date da parte dell’esegesi neotestamentaria sono molteplici riguardo alla questione del motivo per il quale le comunità post-pasquali, in un’epoca in cui Gesù era proclamato e confessato come Signore, Cristo, Figlio di Dio, avrebbero tramandato quest’espressione così assiduamente nei detti di Gesù, e del rapporto che esse intendevano stabilire fra il Gesù storico e l’anamnesi come Figlio dell’uomo. Tali risposte oscillano attorno al problema dell’autenticità e del significato dell’espressione suddetta. Vi possiamo riscontrare tre orientamenti di fondo. La terza posizione intermedia, che raccoglie il maggior numero di esegeti, và nel senso che l’espressione Figlio dell’uomo sarebbe autentica solamente nei logia escatologici, in riferimento a Dn 7,13, mentre successivamente la comunità avrebbe esteso l’uso dell’espressione in numerosi altri detti evangelici ove inizialmente non c’era. Tale espressione, pertanto, rifletterebbe in origine una certa identificazione, benché non in senso pieno, fra Gesù ed il Figlio dell’uomo nella gloria. «Figlio dell’uomo» è un’espressione in ebraico o in aramaico indicante semplicemente una persona (ad esempio, Sal 8,5). Essa appare per la prima volta nei vangeli in funzione di titolo, con l’articolo determinativo («il Figlio dell’uomo») e precisamente: a) del Gesù terreno in genere; b) di colui che soffre; c) nella descrizione di colui che ritorna per il giudizio (Gesù futuro); Unica eccezione, al massimo, è il Libro delle parabole di Enoch, nel quale il Figlio dell’uomo (con l’articolo), viene descritto come già seduto sul trono celeste, e come colui che eserciterà in futuro la funzione di giudice. Nei vangeli Gesù si definisce il più delle volte proprio come «Figlio dell’uomo». È indubbiamente un titolo d’interpretazione assai complessa, ma che sottolinea la vera e piena umanità di Cristo; esso, inoltre, si collega alle profezie contenute in Dn 7,13 ed alla letteratura apocalittica inter-testamentaria, ove il figlio dell’uomo rappresentava il personaggio escatologico decisamente legato alla sfera divina, cui Dio dà la sovranità sulla storia, in vista dell’instaurazione del regno. Tale titolo sottolinea, dal “basso”, la vera umanità di Cristo, nato da donna (cfr. Gal 4,4); lo mette in rapporto centrale e decisivo con la venuta di JHWH stesso in mezzo agli uomini, attraverso l’inviato da lui scelto. Nella cristologia delle comunità cristiane del I secolo era assente l’espressione Figlio dell’uomo. Non compare mai nelle lettere paoline, 1 volta negli Atti degli Apostoli (At 7,56), 2 nell’Apocalisse (1,13; 14,14) ed 83 volte nei vangeli (31 in Mt; 14 in Mc; 25 in Lc = 70 vv. + 13 in Gv). Di queste, ben 81 sulla bocca di Gesù, che lo riferisce, almeno indirettamente, a se stesso. Le uniche eccezioni in cui egli non adopera quest’espressione è in Lc 24, 7;Gv 12, 34. Nei sinottici l’espressione assume risonanze diverse secondo i diversi contesti ecclesiastici e letterali. Tali risonanze emergono nella divisione dei passi in tre gruppi: a) nel 1° si collocano le citazioni riguardanti la condizione terreste del Figlio dell’uomo (“anti-potere”); b) nel 2° si collocano quelle in cui il Figlio dell’uomo è di fronte alla sofferenza ed alla morte, nella prospettiva della risurrezione (dimensione apocalittica); c) nel 3°, ritenuto il più notevole per la sua arcaicità, il Figlio dell’uomo appare una figura escatologica nella sua realtà celeste: il Gesù futuro. Nei sinottici, i detti del Figlio dell’uomo sono come il contrappunto al messaggio del regno di Dio. I logia del IV vangelo, invece, s’integrano pienamente con la cristologia del Figlio di Dio. Essi si differenziano nel risentire poco delle idee apocalittiche giudeo-palestinesi, le quali ignoravano la discesa del Figlio dell’uomo sulla terra, e la sua risalita al cielo dopo la discesa. Nel IV vangelo, i logia risaltano l’idea dell’incarnazione ed il ritorno pasquale, manifestando, in tal modo, il mistero dell’origine celeste di Gesù. Qui il Figlio dell’uomo non è un misterioso personaggio apocalittico che viene sulle nubi del cielo, quanto piuttosto colui che è disceso dal cielo, e perciò ha il potere di giudicare, e per questo può risalire al cielo là dov’era prima: l’idea della preesistenza appare come un elemento evoluto della cristologia giovannea. Nel IV vangelo, tale titolo non annuncia una futura parusia; esso appare come un vero e proprio titolo cristologico, congiunto essenzialmente con la cristologia dell’èra apostolica. Da quanto fin qui presentato emerge che l’espressione Figlio dell’uomo, che già nel giudaismo era portatrice di un certo significato protologico ed escatologico, per opera delle comunità giudeo-cristiane s’era andata affermandosi in senso messianico. Nella cristologia di queste comunità primitive, come anche negli sviluppi posteriori, l’espressione è apparsa sommamente idonea ad esprimere il significato della persona e del ministero di Gesù di Nazareth, sebbene l’accento sull’umanità di tale espressione, potesse indurre la sua figura alla sola umanità. Marco evitò tale pericolo, inserendo quest’espressione nel contesto del titolo di «Figlio di Dio» (cfr. Mc 1,1; 9,7; 14,61; 15,39). Può essere una conferma di ciò il rapido passaggio alla cristologia del Figlio di Dio, giocando ormai soprattutto sull’importanza assunta dalla nozione di Figlio. Il teologo M. Bordoni ritiene che sia seriamente possibile sostenere che l’uso di questo appellativo sia dovuto originariamente a Gesù stesso. 6) Specialmente nel IV vangelo, Gesù è inteso come un uomo nel quale prese dimora il «Verbo di Dio». Questo è l’eterno messaggio con il quale Dio, nella sua sapienza, creò tutte le cose, piantò la sua tenda tra gli uomini prendendo carne nell’uomo Gesù, visse in un uomo che lavorò per vivere, mangiò, ebbe amici e parenti, soffrì e morì come tutti gli esseri umani, ma non commise peccato. Il termine greco Lógos utilizzato in Gv 1,1.14, comunemente tradotto con «Verbo», secondo alcuni starebbe ad indicare la «Parola di Dio» (Memrà o Debrà) dell’Antico Testamento (cfr. Gn 1,3; Sal 32,6; 106,20; Prv 8-9; Gb 28,12-13). 7) Gesù concepì la sua missione terrena nei termini del fedele “servo di Dio”, del quale aveva parlato l’autore del Secondo Isaia nei noti quattro “canti del servo” (cfr. Is 42,1-4; 49,1-6; 50,4-9a; 52,23-53-12). Quest’“umile” servo del Signore non avrebbe seguito la via della violenza e delle vittorie militari, ma piuttosto, attraverso una vita di obbedienza al Padre, benché innocente, avrebbe preso su di sé il peso dei peccati degli uomini; questi ultimi sarebbero stati salvati proprio mediante la sua sofferenza. Egli avrebbe portato la vera giustizia sulla terra, annunciando la buona novella ai poveri. La sua lingua sarebbe stata “tagliente” nel denunciare il male; tuttavia non avrebbe opposto resistenza a quelli che lo avrebbero insultato e procuratogli del male. I vangeli intendono la passione e la morte di Gesù nei termini del servo sofferente annunciato dal Secondo Isaia. 8) Gesù viene anche chiamato il «Salvatore» (in greco sōtēr, già in Lc 2,11), ossia colui attraverso il quale Dio ha operato la salvezza dell’umanità. È questo un titolo che, nei sinottici, è usato soltanto da Lc insieme con altri termini analoghi, probabilmente per contrapporre la figura di Gesù a quella di altri “salvatori”, i quali usurpavano questo nome (sotèr), in quanto non erano che dei tiranni oppressori. 9) Gesù trascorse l’infanzia a Nazareth, in Galilea, per cui viene detto anche «Nazareno» (ad esempio, in Mc 14,67; Mt 2,23). 10) Nei vangeli viene anche chiamato il «profeta» (greco profētēs, dal verbo prophemí, composto da pro = per conto di + phemí = io parlo, cfr. Mt 13,57; Mc 6,4.15; Lc 4,24; Gv 1,21.25; 6,14; ecc), che portò il messaggio di Dio all’umanità, con la sua evidente critica verso i capi religiosi e tutti quelli che opprimevano i deboli. Nei vangeli, il titolo ricorre: 5 volte in Mt; 3 in Mc e 7 in Lc. Il terzo evangelista si è rifatto allo schema del profetismo antico per tratteggiare la figura di Gesù, ma presentandolo superiore ad ogni profeta, in quanto possedeva la pienezza dello Spirito Santo e soprattutto perché era Figlio di Dio. 11) Nella Lettera agli Ebrei, Gesù è visto come il «sacerdote» (greco hieréus, hieros, 5,6ss; 7,1.3.11.15.21; 8,4; 10,21) e «sommo sacerdote» (greco archieréus, 2,17; 3,1;4,14-15; 7,26; 8,1ss; 9,11)[2] del nuovo patto tra Dio e l’umanità, che avrebbe offerto una volta per tutte il sacrificio perfetto: «Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek» (Eb 5,6). Gesù è il vero sacerdote che rivela nella sua persona la potenza di Dio e la debolezza dell’uomo. 12) Un altro titolo evangelico è quello di «re». Già nel corso della vita terrena di Gesù, Lc rileva la sua dignità regale, che trapela sin dall’infanzia. L’angelo Gabriele ne annuncia a Maria la nascita come erede del trono di David (cfr. 1,31-33). Gesù è più grande di Salomone (11,31), di David (cfr. 20,41-44); sederà alla destra di Dio come re (cfr. 22,69). Nel suo ingresso messianico a Gerusalemme, egli è acclamato come «colui che viene, il Re» (19,39). Il ladrone pentito in croce riconobbe la sua regalità (cfr. 23,42). Lo stesso tema emerge altresì nella parabola delle mine (cfr. 19,11-27p). 13) Nel corso del suo mistero terreno Gesù è altresì detto il « pastore» (greco poimén), che guida e protegge il suo gregge (cfr. Mt 2,6). Gesù stesso si è presentato come i «buon pastore» (Gv 10,10.14), che dà la propria vita per le pecore. Alla fine dei tempi questo pastore condurrà le nazioni con una verga di ferro (cfr. Ap 2,27; 7,17; 12,5; 19,15). 14) Un altro titolo evangelico è «Figlio di David». In Lc ha poca rilevanza; l’evangelista probabilmente lo utilizza soltanto in modo irriflesso, in dipendenza dalle fonti. 15) Nelle lettere paoline, Gesù è presentato come l’«immagine del Dio invisibile» (Col 1,15) ed «immagine di Dio (2Cor 4,4)». L’essere umano, a motivo delle sue limitazioni, non può vedere Dio. Tuttavia, egli può pervenire a qualche conoscenza dei suoi attributi e delle sue perfezioni, che si sono manifestate, in forma umana, nella persona del suo Figlio, Gesù. 16) Gesù è altresì il “divin” maestro, mentre l’eterno maestro è Dio, suo Padre. 17) Tra le parole tramandateci dai vangeli vi è il gruppo delle espressioni «Io sono», presenti in duplice forma: - Nella prima Gesù afferma semplicemente «Io sono» o «che io sono», senza ulteriori aggiunte; da ciò l’enigmaticità dell’espressione. Quando Gesù afferma «Io sono»», riprende la storia, che nell’Antico Testamento aveva presentato Dio come YHWH, il cui significato lo stesso Dio, che parla, spiega con la frase altrettanto enigmatica «Io sono colui che sono!» (Es 3,14: episodio del roveto ardente), e la applica a sé. - Nella seconda l’«Io sono» viene determinato nel suo contenuto con maggiore precisione mediante espressioni figurate (sette in Gv): Io sono la luce del mondo – il pane della vita – la porta - la vera vite – la risurrezione e la vita - il buon pastore – la via, la verità e la vita (cfr. Gv 14,6); ossia egli è la via che conduce a Dio, che apporta ed incarna la verità, e guida gli uomini alla vera, eterna vita. In questo secondo gruppo, all’inizio, appare immediatamente comprensibile il suo significato. Tutte queste espressioni figurate non sono che variazioni sull’unico tema: Gesù è venuto nel mondo affinché gli uomini abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (cfr. Gv 10,10).
2. Le tappe principali della vita di Gesù narrate nei quattro vangeli
Queste le tappe principali della vita di Gesù Cristo narrate nei vangeli secondo Mt, Mc, Lc, Gv, scritti nella seconda metà del I secolo d.C., nell’età sub-apostolica (65-95 d.C.): 6 a. C.: nascita di Gesù a Betlemme. Due sono i testi neotestamentari che ci riportano tale evento: Mt 1,18-25 e Lc 2,1-7. I primi due capitoli di Mt e Lc ci riferiscono dell’infanzia e della vita nascosta di Gesù: A Natale, la gloria del cielo si manifesta nella debolezza di un bambino; la circoncisione di Gesù (cfr. Lc 2,21) è segno della sua appartenenza al popolo ebraico e prefigurazione del nostro battesimo; l’epifania è la manifestazione del re Messia d’Israele a tutte le genti (cfr. Mt 2, 1-12); nella presentazione al tempio, in Simeone ed Anna è tutta l’attesa di Israele che viene incontro con il suo salvatore (cfr. Lc 2,21-40); la fuga in Egitto e la strage degli innocenti (cfr. Mt 2,13-18) annunciano che l’intera vita di Cristo sarà sotto il segno della persecuzione; il suo ritorno dall’Egitto (cfr. Mt 2,15) ricorda l’esodo (cfr. Os 11,1) e presenta Gesù come il nuovo Mosè: è lui il vero e definitivo liberatore. Durante la vita nascosta a Nazareth, Gesù rimane nel silenzio di una vita ordinaria. Ci permette così di essere in comunione con lui nella santità di una vita quotidiana intessuta di preghiera, di semplicità, di lavoro, di amore familiare. La sua sottomissione filiale a Maria ed a Giuseppe suo padre putativo, è un’immagine della sua obbedienza filiale al Padre. Maria e Giuseppe con la loro fede, accolgono il mistero di Gesù, pur non comprendendolo sempre[3].
6 d.C.: All’età di dodici anni, Gesù è condotto dai suoi genitori a Gerusalemme per la festa di Pasqua e presentato al Tempio: «Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero» (Lc 2,43). Il ritrovamento di Gesù al Tempio (cfr. Lc 2,41-52) è il solo avvenimento che rompe il silenzio dei vangeli sugli anni nascosti di Gesù. Gesù vi lascia intravedere il mistero della sua totale consacrazione a una missione che deriva dalla sua filiazione divina. «Non sapete che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?»[4].
27/28 d.C.: Battesimo di Gesù (cfr. Mt 3,13-17; Mc1,9-11; Lc 3,21-22), tentazioni (cfr. Mt 4,1-11; Mc 1,12-13; Lc 4,1-13) ed inizio del ministero. Gesù ricevette da Giovanni Battista il «battesimo di conversione per il perdono dei peccati» (Lc 3,3), per dare inizio alla sua vita pubblica, e così anticipare il “battesimo” della sua morte. Egli accettò di essere annoverato tra i peccatori, benché senza peccato. Il Padre lo proclama suo «Figlio prediletto”» (Mt 3,17) e lo Spirito Santo discende su di lui. Il battesimo di Gesù è la prefigurazione del nostro battesimo[5]. 28 d.C.: Gesù a Gerusalemme caccia i mercanti dal tempio (cfr. Gv 2,13-25). Giovanni Battista fu imprigionato al Macheronte in prossimità della festa di Pasqua e poi ucciso (cfr. Mc 6,17-29). «Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al vangelo”» (Mc 1,14-15). Cristo, adempiendo la volontà del Padre di elevare gli uomini a partecipare alla sua vita divina, ha inaugurato in terra il regno dei cieli, di cui la Chiesa costituisce il germe e l’inizio[6]. Tutti gli uomini sono chiamati ad entrare nel regno[7]. Durante la sua vita pubblica, Gesù si è servito di parabole, elemento tipico del suo insegnamento. Esse sono episodi tratti dalla vita, con le quali egli ha voluto comunicarci delle verità. Il Messia ha accompagnato la sua parola con miracoli e segni (19 in Mt; 18 in Mc; 20 in Lc; 7 in Gv) per attestare che il regno è già presente in lui, venuto sulla terra soprattutto per liberarci dalla schiavitù del peccato. Agli inizi della sua vita pubblica Gesù ha scelto dodici uomini, gli apostoli: «Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Simone soprannominato Zelota, Giuda di Giacomo e Giuda Iscariota, che fu il traditore» (Lc 6,12-16; cfr. Mt 10,1-4; Mc 3,13-19). Gesù ha accompagnato la sua missione con la preghiera. Infatti, egli ha pregato prima dei momenti decisivi della sua missione e di quella degli apostoli. Tra questi Pietro ha ricevuto «le chiavi del regno» (Mt 16,19). L’apostolo ha occupato il primo posto nel collegio dei dodici, ricevendo la missione di custodire la fede nella sua integrità e di confermare i suoi fratelli. 30 d. C.: Settimana santa (2-9 aprile): - Domenica 2: Ingresso a Gerusalemme sul dorso di un asino, quale manifestazione dell’avvento del regno, che il re-Messia si accingeva a realizzare con la Pasqua della sua morte e risurrezione (cfr. Mt 21,1-11; Mc 11,1-11; Lc 19,28-38; Gv 12,12-16). - Martedì 4: Gesù insegna e disputa nel Tempio (cfr. Mt 21,12-25.46; Mc 11,15-13, 2; Lc 19,45-21,38). - Mercoledì 5: Complotto contro Gesù (cfr. Mt 26,3-5; Lc 22,16; Gv 11,47-53) di sacerdoti ed anziani. - Giovedì 6 (Ore 18-22): Ultima cena secondo i sinottici (15 Nisan). (Ore 23-24): Preghiera ed arresto di Gesù nel Getsémani. Gv non ci presenta l’istituzione dell’eucaristia, che troviamo in quattro testi neotestamentari (cfr. Mt 26,26-28; Mc 14,22-24; Lc 22,19-20; 1 Cor 11,23-25), ma la lavanda dei piedi (cfr. Gv 13) ed i discorsi di addio (cfr. Gv 14-16). - Venerdì 7: (Ore 1-6): Processo religioso davanti al Sinedrio, che cerca qualche falsa testimonianza per condannare Gesù. Il Sinedrio lo dichiara reo di morte, in quanto bestemmiatore. (Ore 7-11): Processo civile dinanzi a Pilato che domanda a Gesù «Tu sei il re dei giudei? […]. Risponde Gesù: Tu lo dici; io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità» (Gv 18,33.37). I giudei preferiscono che Pilato liberi Barabba, un brigante, piuttosto che Gesù. Flagellazione e condanna alla crocifissione. (Ore 11): Gesù, portando la croce, si dirige verso il luogo del Gòlgota, aiutato da Simone di Cirene. (Ore 12): Crocifissione insieme a due ladroni. (Ore 15): Morte in croce (15 Nisan nei sinottici; 14 Nisan o vigilia della Pasqua in Gv). «Gesù, sapendo che ogni cosa era stata oramai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: “Ho sete”. Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima ad una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto. Gesù disse: “Tutto è compiuto! E chinato il capo, spirò”» (Gv 19,29-30). (Ore 16-18): Sepoltura di Gesù da parte di Giuseppe di Arimatea e Nicodemo. - Domenica 9 aprile: Risurrezione. Apparizioni alle donne, agli apostoli (cfr. Gv 20,19-29), ai discepoli di Emmaus, che lo riconoscono nello spezzare il pane (cfr. Lc 24,13-35) e ad altri (cfr. 1 Cor 15,5-8). - 18 maggio: Ascensione al cielo: «Poi li condusse fuori verso Betania e alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva si staccò da loro e fu portato verso il cielo» (Lc 24,50-51; cfr. Mc 16,19). In Gv 20,17, l’ascensione sarebbe avvenuta lo stesso giorno della risurrezione, quindi domenica 9 aprile. Mt invece termina con l’apparizione agli undici discepoli e la missione universale (cfr Mt 28,16-20). Per gli At, l’ascensione sarebbe avvenuta quaranta giorni dopo la risurrezione (cfr. At 1,2-3). Da questi testi si ricava che l’ascensione è da mettere in stretta relazione con la risurrezione, la quale rappresenta la chiave di lettura dell’intero mistero di Cristo. L’ascensione è l’evento, che sottolinea la glorificazione celeste del Figlio di Dio. Gesù comunque rimane presente nel tempo e nella Chiesa sotto la forma delle Sacre Specie dell’Eucarestia. [1] Cfr. J. RATZINGER, Gesù di Nazareth, Città del Vaticano 2007, p. 367. [2] Cfr. B. GILLIÈRON, Sacerdote, in ID., Lessico dei termini biblici, Leumann (To) 1992, p. 229. [3] CCCC, nn. 103-104. Il corsivo è nostro. [4] CCCC, n. 534. [5] Cfr. CCCC, n. 105. [6] Cfr. LG, nn. 2-3; 5-6. [7] Cfr. CCCC, n. 543. |
| Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Marzo 2012 15:57 |
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