Il 16 marzo è un giorno che non passa inosservato. Le campane della cattedrale di Gorizia suonano per due nomi che qui hanno il sapore delle origini: Ilario e Taziano. Vescovo e diacono, subirono il martirio ad Aquileia intorno al 284 d.C., sotto l’imperatore Numeriano.
La tradizione li vuole condannati per ordine del preside Beronio nella località della Mainizza, un luogo che oggi non dice nulla ma che allora era scenario di una fede capace di andare fino in fondo. Ilario era il secondo vescovo di Aquileia dopo sant’Ermacora, e il suo nome compare nei cataloghi episcopali più antichi accanto a quello del suo diacono.
Insieme sono diventati il simbolo di una comunità cristiana locale che da lì ha costruito la sua identità.
Il viaggio delle reliquie che ha cambiato tutto
La loro storia però non finisce con la morte. Già nel IV secolo i due martiri avevano un martyrium ottagonale dentro le mura di Aquileia, segno che la comunità li venerava da subito. Ma alla fine del VI secolo accade qualcosa di decisivo. Con l’arrivo dei Longobardi, il patriarca Paolo fuggì a Grado portando con sé i corpi dei santi per metterli al sicuro. Da lì le loro reliquie iniziarono un percorso che le avrebbe portate a diventare il cuore di Gorizia. Già all’inizio del Duecento esisteva una chiesetta a loro dedicata, ampliata nei secoli fino a diventare parrocchiale verso il 1460.
Quando nel 1751 il Patriarcato di Aquileia venne soppresso e fu eretta l’arcidiocesi di Gorizia, quella chiesa venne scelta come cattedrale. Oggi i due martiri sono patroni principali della città, e un dipinto di Antonio Paroli del 1752 li ritrae mentre proteggono il modellino del castello con la palma del martirio in mano.
La testimonianza e il cammino di fede oggi
Passeggiando per Gorizia, la cattedrale dedicata a loro racconta ancora quella storia. Ma non è l’unico luogo. A Enemonzo, in Carnia, la pieve a loro intitolata è una delle undici antiche pievi della regione. A Torre di Pordenone la chiesa sorse nel VII secolo portata da missionari aquileiesi. E oltre confine, in Austria e Slovenia, ci sono comunità che ancora li venerano.
In un’omelia di qualche anno fa, l’arcivescovo di Gorizia Redaelli ricordava che la loro testimonianza non è solo storia: la fede non si diffonde per propaganda, ma per dono della vita. Forse è per questo che, a distanza di oltre mille e settecento anni, qualcuno ancora si ferma davanti alle loro statue e accende un cero. Non per abitudine, ma perché certe storie continuano a parlare anche quando sembra che non abbiano più niente da dire.





