Il 18 marzo il calendario liturgico si ferma su un nome che nel IV secolo fece tremare potenti e imperatori. Cirillo di Gerusalemme, vescovo e poi dottore della Chiesa, fu un rivoluzionario silenzioso.
Non impugnò armi né guidò eserciti, ma sfidò l’impero e le eresie con la sola forza della parola e della coerenza. La sua vita si snoda attraverso tre esili, decine di anni lontano dalla sua amata Gerusalemme, e una produzione letteraria che ancora oggi è pietra miliare della catechesi cristiana.
In un’epoca in cui la fede era divisa tra ariani e ortodossi, tra potere politico e verità teologica, Cirillo scelse da che parte stare e non indietreggiò mai.
Nominato vescovo di Gerusalemme nel 348, Cirillo si trovò subito al centro di una tempesta. L’impero era in mano a imperatori filoariani e i vescovi che sostenevano la piena divinità di Cristo erano considerati nemici pubblici.
Il metropolita Acacio di Cesarea, potente e ariano convinto, sperava di avere Cirillo come alleato o almeno come suddito obbediente. Ma Cirillo rivendicò l’autonomia della sua sede e la retta dottrina, e Acacio non glielo perdonò. Nel 357 arrivò il primo esilio, seguito da un secondo nel 360. Il più lungo e doloroso fu il terzo, nel 367, per volere dell’imperatore Valente: undici anni lontano da Gerusalemme, undici anni a vedere la sua Chiesa affidata a mani nemiche. Solo nel 378, dopo la morte di Valente, poté tornare. Aveva passato più della metà del suo episcopato fuori sede, ma non aveva mai smesso di sentirsi vescovo.
Tornato a Gerusalemme, Cirillo riprese il suo posto e continuò a fare ciò che sapeva fare meglio: insegnare. Le sue ventiquattro catechesi, pronunciate intorno al 350 nella Basilica del Santo Sepolcro, sono un capolavoro di pedagogia spirituale. Le prime diciotto erano destinate ai catecumeni che si preparavano al battesimo, e in esse Cirillo spiegava il Credo articolo per articolo, il Padre Nostro, i sacramenti. Le ultime cinque, dette mistagogiche, erano per i neobattezzati e introducevano ai misteri dell’Eucaristia e della Cresima. Il suo metodo era semplice e diretto, senza astrazioni incomprensibili. Al catecumeno diceva: “Muori al peccato, e vivi per la giustizia fin da oggi“. Nel 381 partecipò al Concilio di Costantinopoli, dove sottoscrisse senza esitazioni il Credo niceno, sancendo definitivamente la sua fedeltà alla retta dottrina.
In alcune tradizioni locali, specialmente in Irpinia, la figura di Cirillo si lega alla vigilia di San Giuseppe. A Bagnoli Irpino, la notte tra il 18 e il 19 marzo si accendono falò attorno ai quali la gente veglia fino a tardi. La tradizione vuole che quei fuochi servano a indicare la strada a san Giuseppe, alla Madonna e al Bambino Gesù, e a riscaldarli perché sui monti la primavera tarda ad arrivare. In quel passaggio di testimone tra il vescovo che aveva difeso la fede con la vita e la festa del padre terreno di Gesù, la memoria popolare tiene insieme due figure lontane nel tempo ma vicine nella testimonianza. Cirillo morì nel 387, e nel 1882 Leone XIII lo proclamò dottore della Chiesa. Oggi le sue catechesi continuano a essere lette e studiate, e in qualche paese dell’Irpinia, attorno ai falò della vigilia, il suo nome si ripete ancora.