La primavera porta con sé un richiamo antico. È in questo momento che molti sentono il bisogno di mettersi in cammino. Non per turismo, non per svago, ma per qualcosa di più profondo.
I pellegrinaggi tornano a riempire le strade d’Europa, da Santiago a Roma, da Gerusalemme ai santuari mariani sparsi tra monti e colline. Si parte per sette giorni, a volte dieci, con uno zaino in spalla e una domanda dentro.
Ma chi non l’ha mai fatto, chi si affaccia per la prima volta a questa esperienza, si trova davanti a un problema concreto: cosa mettere in valigia per sette giorni di fede e cammino?
Non si prepara lo zaino allo stesso modo per tutti i pellegrinaggi. Chi sceglie il Cammino Francese ad aprile sa che troverà giornate miti ma notti ancora fresche, pioggia possibile e tratti di pianura infiniti. Serviranno scarpe da trekking già collaudate, uno strato termico leggero, una giacca impermeabile che non pesi. Chi invece si dirige verso Assisi, lungo la Via di Francesco, incontrerà salite tra gli ulivi e sentieri boscosi, con accoglienze spesso in conventi dove non sempre ci sono lenzuola.
Lì un sacco a pelo leggero diventa essenziale. La meta decide il peso, il peso decide la fatica, e la fatica decide se il viaggio sarà vissuto o solo sopportato. Per questo, prima di aprire l’armadio, bisogna aprire una mappa e informarsi su temperature, altitudini, tipo di terreno e strutture ricettive.
Dopo averne visti partire e tornare, dopo aver ascoltato storie di piedi distrutti e di zaini troppo pesanti, ho imparato che l’essenziale si riduce a tre cose. Le scarpe vengono prima di tutto. Devono essere già state ai piedi per almeno un mese, non nuove, non appena comprate. Un mese di utilizzo quotidiano le adatta al tuo passo e tu impari a conoscerle. Il secondo oggetto è un piccolo kit per i piedi. Non il kit generico, ma uno pensato alle vesciche: cerotti di diverse dimensioni, ago sterilizzato, filo da cucire, disinfettante. La tecnica del filo, per drenare la vescica senza rimuovere la pelle, è quella che salva il cammino quando si è in mezzo al nulla. Il terzo oggetto non si compra in negozio.
È qualcosa che tenga traccia del perché si è partiti. Può essere un quaderno piccolo, una matita, un rosario tra le mani, una frase scritta su un foglietto da rileggere la sera. Perché sette giorni sono lunghi, il corpo si stanca, e senza un motivo chiaro davanti è facile fermarsi al primo ostacolo. Con quei tre oggetti, invece, si arriva in fondo. E si torna a casa con molto più di quello che si era messo in valigia.